Il cinema italiano di fantascienza

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Ursula Andress e Marcello Mastroianni in quello che viene considerato il miglior film di fantascienza della storia del cinema italiano, ovvero “La decima vittima”(1965), di Elio Petri.

Il cinema italiano di fantascienza è, con alcune eccezioni, un filone cinematografico di intrattenimento popolare, caratterizzato da pellicole nate sulla scia di film statunitensi di successo ma con un budget notevolmente ridotto. Alcuni di questi film realizzati in Italia, pur essendo considerati dei B movie, sono stati apprezzati anche all’estero, grazie all’inventiva e all’ingegnosità di registi ed esperti di effetti speciali come Antonio Margheriti e Mario Bava, che si distinsero rispettivamente nei filoni dell’avventura spaziale e del fanta-horror.

1.Il primo film italiano di fantascienza: “La morte viene dallo spazio”

Per attendere la nascita della fantascienza nel cinema italiano, intesa come elemento fondamentale della pellicola stessa, bisogna però attendere molto di più che negli altri Paesi del cinema. Infatti la prima pellicola drammatica italiana di genere fantastico è datata 1958, anno in cui esce La morte viene dallo spazio, un film girato da Paolo Heusch che racconta la minaccia al pianeta Terra costituita da una pioggia di asteroidi, anticipando il filone dei film catastrofici. In essa per la prima volta la trama fantascientifica viene portata in primo piano anziché fare da sfondo. Si diceva sopra come negli altri Paesi del cinema, Hollywood in primis, la cinematografia fantastica avesse già preso piede già da parecchio tempo, e d’altronde quello degli anni ’50 è un periodo aureo per la science fiction cinematografica d’oltreoceano e Heusch si inserisce in un filone di chiara origine statunitense; fotografia ed effetti speciali sono di Mario Bava (il più creativo ideatore italiano di effetti assieme a Carlo Rambaldi). Coproduzione italo-tedesca, La morte viene dallo spazio contiene già una chiara critica alla proliferazione delle armi nucleari da parte delle superpotenze. Grazie al successo ottenuto, il film viene distribuito anche negli Stati Uniti. La pellicola secondo la critica “pur rimanendo confinata (…) nel catastrofismo prima maniera”, si colloca “ben al di sopra della media nel confronto con analoghe produzioni contemporanee – anche americane – per la cura e la validità con cui sono realizzate ambientazioni, scenografie ed effetti”. 

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“La morte viene dallo spazio”(1958), di Paolo Heusch viene considerato il primo film italiano di fantascienza della storia del nostro cinema.

2.La fantascienza italiana d’autore

Ma il cinema italiano di fantascienza non è stato soltanto appannaggio degli specialisti del genere, peraltro neanche tanti, vi sono stati infatti anche registi del cinema d’autore che, occasionalmente,  si sono cimentati con il fantascientifico: tra questi Elio Petri (1965-La decima vittima), Marco Ferreri (1966- ep.Famiglia Felice da Marcia nuziale, interpretato da Ugo Tognazzi, 1969-Il seme dell’uomo), Ugo Tognazzi (1979-I viaggiatori della sera), Pupi Avati (1983-Zeder), Gabriele Salvatores (1997-Nirvana) e Gabriele Mainetti (2015-Lo chiamavano Jeeg Robot). Questi registi hanno trovato nei temi fantascientifici un’affinità con le questioni da loro trattate in altre opere, riproponendo la propria visione del mondo. E’ proprio nella contaminazione con il cinema d’autore, che il genere fantascientifico all’italiana ha ottenuto i suoi migliori risultati. A cominciare da La decima vittima, di Elio Petri, a ragione ritenuto il più grande film di fantascienza della storia del cinema italiano. Curioso, grottesco, geniale, il film di Elio Petri ha come protagonisti una splendida Ursula Andress ed un Marcello Mastroianni dalla faccia glabra, con i capelli cortissimi e ossigenati. Il film è una profonda critica alla società italiana dell’epoca, e per farlo il regista Elio Petri, si serve di una storia futuristica, tratta dal racconto dello scrittore statunitense Robert Scheckley, in cui si narra la storia del “The Big Hunt”, il gioco in cui un cacciatore e una vittima, scelti da un cervellone elettronico, si danno la caccia fino ad ammazzarsi. L’importante è che non si conoscano tra di loro. I due prescelti saranno proprio Marcello Mastroianni e Ursula Andress, che invece di uccidersi, finiranno per sposarsi. “In un mondo in cui non ci saranno più le guerre, la gente continuerà a inventarsi dei giochi per poter uccidere”, era lo slogan del film, che però ebbe un finale gaio, non totalmente condiviso dal regista, ma viceversa imposto dai distributori. A questo proposito Mastroianni, nel corso di un’intervista asserì: “Sono i limiti del cinema quando diventa industria, allora si deve soggiacere a volte a delle regole che non c’entrano niente con l’ispirazione più autentica dell’autore”. Il film però, tutto sommato, resta un piccolo grande capolavoro futurista, che risulta divertente per i continui riferimenti alla realtà italiana dell’epoca e a quella dell’uomo Mastroianni. Già perché, l’attore è memorabile nel satireggiare il mito di se stesso e i miti del benessere in una recitazione stilizzata come si addice a un essere del futuro più robot che uomo. Nello stesso tempo c’è una celestiale Ursula Andress, bellissima e sensuale come poche altre nella storia del cinema. Capolavoro misconosciuto, da vedere assolutamente.

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Altra foto che ritrae Marcello Mastroianni e Ursula Andress sul set del film “La decima vittima”(1965), il capolavoro del genere avveniristico italiano.

Altra riuscita commistione tra fantascienza e sociologia è I viaggiatori della sera(1979), di e con Ugo Tognazzi, un film d’autore tratto dal romanzo omonimo di Umberto Simonetta, ambientato in un futuro dispotico che non tollera più la condizione della vecchiaia e gli anziani, i quali devono partecipare ad un “Grande Gioco” che prima o poi ne decreta l’eliminazione fisica. Un film pessimistico e apocalittico, visionario, surreale e non banale, inquietante commedia come solo in Italia poteva essere concepito. Il Tognazzi regista di questo film, trae ispirazione e insegnamento dai grandi registi che lo hanno diretto, in particolare da Marco Ferreri, talentuoso, provocatore, mai abbastanza compreso. E da lui ha assorbito la progressiva distanza dal mondo, la disillusione, la voracità sentimentale del provvisorio, l’impietosa assenza di benevolenza.  I viaggiatori della sera si inserisce nel filone distopico, ambientato in un futuro abbastanza prossimo, una coppia attempata vicino alla pensione viene accompagnata dai figli in una struttura apposita per anziani dove fra feste e lussuosi bagordi vengono indotti a partire obbligatoriamente per una vacanza dalla quale però nessuno ha mai fatto ritorno. Tutto si svolge nel nome delle giovani generazioni al potere, preoccupate di sostituire i nuovi valori e un nuovo ordine sociale a quel disordine morale e culturale simboleggiato dalla coppia moderna che Nicky e Orso, ovvero una sorprendente Ornella Vanoni e Ugo Tognazzi incarnano ancora. Lo scenario è quello delle isole Canarie che di fatto evoca un ambiente stilizzato e amorfo. Tognazzi, gestisce il suo personaggio sempre in bilico fra il passato e il futuro, in ogni caso incapace di sostenere adeguatamente la sua condizione presente, e in questo si avverte la difficile situazione delle generazioni più avanti con gli anni a confrontarsi con la difficoltà di vivere della nostra società. Nicky e Orso diventano testimoni di una generazione che non ha più riferimenti e speranze, senza appigli costretta a collettivizzare non solo i sentimenti ma anche il proprio destino. Inaspettatamente riuscire a dare significato alla loro coppia, ridefinirà drammaticamente il tempo che scorre, l’inevitabile voragine della fine, il conflitto fra rigidità morali e lassismi libertari che al di fuori di loro stessi assumono la veste di regole insensate di pura sopravvivenza. Il finale è pura apologia “ferreriana” unito all’irrinunciabile sarcasmo di Tognazzi, capace di creare un film che inquieta facendo riflettere, e nel suo essere grottesco, si dimostra agghiacciante proprio perchè aderente alla realtà odierna.

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“I viaggiatori della sera”(1979), aberrante film futurista di e con Ugo Tognazzi: uno dei migliori in assoluto del genere.

Il terzo film d’autore che merita un’analisi concreta, è Lo chiamavano Jeeg Robot(2015), di Gabriele Mainetti, un superhero movie classico, con la struttura, le finalità e l’impianto dei più fulgidi esempi indipendenti statunitensi. Pensato come una “origin story” da fumetto americano degli anni ’60, girato come un film d’azione moderno e contaminato da moltissima ironia che non intacca mai la serietà con cui il genere è preso di petto, Lo chiamavano Jeeg Robot si muove in una Roma quasi futuristica, cupa e grigia a discapito della visione classica della città, luminosa e caotica.  Il risultato è riuscito oltre ogni più rosea aspettativa, somiglia a tutto ma non è uguale a niente, si fa bello con un cast in gran forma scelto con la cura che merita ma ha anche la forza di farlo lavorare per il film e non per se stesso. Claudio Santamaria è lo strepitoso protagonista del film(meritatissimo David di Donatello come miglior attore protagonista), outsider da tutto, un po’ rintronato e selvaggio, avido, alimentato a film porno, pieno di libido ma anche dotato della dirittura morale migliore. La sua interpretazione calibrata e riuscita, coglie perfettamente la mitologia dell’uomo qualunque che riceve i poteri in seguito a un incidente e che, attraverso un percorso di colpa e redenzione, matura la consapevolezza di un obbligo morale. Luca Marinelli è la sua nemesi, piccolo boss eccentrico e sopra le righe, spaventoso e sanguinario con i suoi occhi piccoli e iniettati di follia ma anche malato di immagine ( sogna di diventare famoso e rispettato con il crimine), l’anello di congiunzione tra la borgata di Roma e il Joker. Intorno a loro un trionfo di comprimari tra i quali spicca (per adeguatezza alla parte e physique du role) Ilenia Pastorelli. Quello di Lo chiamavano Jeeg robot è un percorso creativo e tecnico originale centrato sulla forza dell’ispirazione. Ciò che nel film emerge infatti è come le storie che assorbiamo influenzino la nostra vita, come siamo i primi a desiderare una narrazione di noi stessi. Il personaggio femminile crede che Jeeg Robot esista, Enzo/Santamaria sa bene che non è così eppure lentamente comincia ad aderire alla sua visione senza senso per la quale è lui l’eroe, comincia a crederci e a ragionare in quella maniera. Da quando sostituisce i DVD porno con quelli della serie animata nella sua dieta mediatica inizia anche a maturare un’altra consapevolezza, dentro di lui germogliano altri concetti. Guardando un mito e assistendo alle sue storie egli stesso si “fa” personaggio. Ma anche a un livello più immediato quello di Lo chiamavano Jeeg Robot è un trionfo di puro cinema, di scrittura, recitazione, capacità di mettere in scena e ostinazione produttiva, un lungometraggio come non se ne fanno in Italia, realizzato senza essere troppo innamorati dei film stranieri ma sapendo importare con efficacia i loro tratti migliori. Soprattutto è un’opera che si fa portatrice di una visione di cinema d’intrattenimento priva di boria e snobberia intellettuale, una boccata d’aria fresca per come afferma che il meglio di quest’arte non sta nel contenuto o nel tema ma nella forma (da cui tutto il resto discende). Nonostante un budget evidentemente inadeguato al tipo di storia Lo chiamavano Jeeg Robot è un trionfo di movimenti interni alle inquadrature, di trovate ironiche e invenzioni visive, un tour de force di montaggio creativo e fotografia ispirata (per non dire di effetti digitali a costo contenuto), tutto ciò che serve per raccontare un mito senza crederci troppo e divertendosi molto.

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Claudio Santamaria e Luca Marinelli in “Lo chiamavano Jeeg Robot”(2015): il capolavoro di fantascienza del cinema italiano contemporaneo, che ha ottenuto incetta di premi nazionali e numerosi consensi anche all’estero.

3. L’origine del genere fantascientifico italiano

Ma analizzate quelle, che in un certo senso, sono le vette del genere fantascientifico all’italiana, val la pena ora cercare l’origine del genere, che sia pur in fase embrionale, esisteva già dagli albori del cinema. Infatti, non va dimenticata l’esistenza di alcuni film fantastico-fantascientifici anche molto precedenti al 1958, non ascrivibili al genere drammatico ma più che altro alla commedia. Considerando anche le pellicole brillanti, l’esordio della cinematografia italiana nella fantascienza è dunque retrodatabile fino al 1910, con il cortometraggio Un matrimonio interplanetario di Enrico Novelli, una commedia che narra la storia di un amore tra un terrestre e una bella marziana, innescato da un’osservazione al telescopio e nutrito da segnali radiotelegrafici. Tra le prime espressione della fantascienza cinematografica – non solo italiana ma europea – viene talvolta citato anche Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola del 1913, un film comico fantastico girato a Torino, interpretato e diretto da Marcel Fabre e tratto dal romanzo di Albert Robida, un’avventura sul modello dei “viaggi straordinari” di Verne ma senza alcuna pretesa scientifica. Anche un film perduto del 1920, Il mostro di Frankenstein per la regia di Eugenio Testa, primo film dell’orrore italiano, si può considerare a sua volta una delle primissime pellicole di fantascienza in Italia, dato che nella trama, secondo Mereghetti, “uno scienziato riesce a fabbricare un uomo con una formula chimica di sua invenzione, ma la creatura si ribella al suo creatore e commette ogni sorta di disastri fino a quando sarà ridotto all’impotenza” (dunque il meccanismo narrativo è innescato da un elemento scientifico e/o tecnologico). Ancora in piena era del cinema muto, nel 1921 André Deed (noto in italiano per il suo personaggio comico Cretinetti) scrisse, diresse e interpretò L’uomo meccanico, tra i primissimi film della storia del cinema incentrati su un robot (in questo caso telecomandato) e il primo a mettere in scena uno scontro tra un robot buono e uno cattivo. Sul tema dell’automa è inoltre La bambola vivente del 1924 di Luigi Maggi.

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Marcel Fabre and Nilde Barrachi in “Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola” (1913), uno dei primissimi film di fantascienza, sia pure allo stato embrionale.

Con l’avvento del sonoro, non cessano di esistere tentativi di creare in Italia un genere fantascientifico vero e proprio, ricordando come il primo esperimento compiuto sarà quello del 1958 La morte viene dallo spazio, di Paolo Heusch, del quale ne abbiamo già ampiamente parlato sopra. Questi precedenti al 1958, più che altro sono tentativi, in parte falliti, di creare qualcosa di simile ad un film fantascientifico, ma che non rappresentavano in nessuno caso la parte preponderante e fondamentale delle pellicole. Così film come Mille chilometri al minuto!(1939)La casa senza tempo(1943) Lotte nell’ombra(138), sfiorano soltanto il genere, senza toccarlo davvero. E’ comunque negli anni ’50 che la fantascienza inizia ad avere successo in Italia: la fantascienza letteraria italiana vede il suo riconoscimento come genere nel 1952, con la pubblicazione delle prime riviste specializzate, Scienza fantastica e Urania; sempre nello stesso anno nasce il termine italiano “fantascienza”. Appare dunque chiaro che l’invenzione del genere, da parte di Paolo Heusch e del suo La morte viene dallo spazio, non si presenta come un lampo nel deserto, ma piuttosto come il compimento di un’evoluzione culturale, che curiosamente va di pari passo con la nascita della commedia all’italiana, infatti I soliti ignoti, prima commedia all’italiana ufficiale, è proprio del 1958. Dopo La morte viene dallo spazio, il genere inizia ad affermarsi, sia pur con un numero di pellicole non particolarmente elevato, frutto più di singole intuizioni, che di uno sfruttamento vero e proprio del genere. Nel 1959 esce la pellicola Caltiki il mostro immortale(1959) di Riccardo Freda (ma girato in buona parte da Mario Bava, autore degli effetti speciali), un fanta-horror che costituisce il primo esempio di monster movie nella cinematografia italiana; è evidente l’ispirazione sia con Fluido mortale sia con L’astronave atomica del dottor Quatermass.

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“Caltiki, il mostro immortale”(1959), considerato il secondo film di fantascienza ufficiale della storia del cinema italiano.

4. Il boom degli anni ’60

Negli anni ’60 il cinema italiano vive un vero e proprio boom, con la produzione di numerosissimi film di genere – tra cui poliziottesco, commedia sexy, peplum e spaghetti western – ma il genere fantascientifico riguarda relativamente pochi titoli e non grandi produzioni. Gli effetti speciali rimangono assai poveri rispetto alle produzioni hollywoodiane, anche se talvolta ingegnosi, e i cast sono caratterizzati da attori sconosciuti o semi sconosciuti, alcuni dei quali troveranno la fama negli anni successivi in altri generi (tra questi Franco Nero, Ombretta Colli, Renzo Palmer). Le sceneggiature sono spesso ingenue e traballanti, rinunciando a ogni tentativo di interpretazione del genere e limitandosi a ricalcare pedissequamente schemi e modelli d’importazione. Il mercato è dominato dai film statunitensi e anche le produzioni italiane devono spacciarsi per film d’importazione: ecco dunque registi e attori comparire nei titoli con pseudonimi anglosassoni. Il filone più diffuso nella prima metà del decennio rimane l’avventura spaziale (con un chiaro richiamo alla space opera statunitense), di cui Antonio Margheriti è stato il maestro in Italia, assieme al fanta-horror. Space Men del 1960, primo film di Margheriti, è incentrato sulla minaccia dallo spazio costituita da un’astronave fuori controllo che punta verso la Terra. Frutto anche della collaborazione di Ennio De Concini, uno degli sceneggiatori più esperti del panorama di quegli anni, Space Men ebbe una produzione dal budget assai risicato (50 milioni di lire) e che dovette essere realizzata in soli venti giorni, compresi gli effetti speciali. Ad ogni modo il buon successo commerciale del film, lanciato in grande stile anche nel mercato statunitense, diede la possibilità a Margheriti di girare altre pellicole dello stesso filone. Già da questa prima opera si nota la tendenza alla contaminazione tra più generi che sarà tipica del regista. Il mulino delle donne di pietra (1960) di Giorgio Ferroni è invece considerato uno dei migliori fanta-horror; si basa sull’archetipo dello scienziato pazzo che compie folli esperimenti pur di salvare l’amata, utilizzato anche in altri film del periodo come Occhi senza volto, una coproduzione franco-italiana del 1959 di Georges Franju, e Seddok, l’erede di Satana (1960) di Anton Giulio Majano interpretato da Alberto Lupo. Il pianeta degli uomini spenti (1961) è la seconda space opera di Antonio Margheriti. Se nel film precedente un’astronave minacciava di schiantarsi sulla Terra, ora è un intero pianeta a farlo, pilotato da un computer dopo che la razza che lo abitava si è estinta. Ispirato a Flash Gordon di Alex Raymond nei personaggi e nelle situazioni della prima parte, il film sfruttava finanziamenti superiori rispetto al precedente Space Men, tanto da scritturare come protagonista un attore di fama internazionale, Claude Rains. I corpi degli extraterrestri (i primi del cinema italiano) erano realizzati sommariamente con grovigli di tubi di gomma lattiginosa illuminati con luci colorate. La qualità tecnica del film risultò comunque tale che nel 1978 ne fu distribuita nelle sale una riedizione intitolata Guerre planetarie per sfruttare la scia di Guerre stellari. La parte centrale degli anni ’60 è la stagione più prolifica per il cinema fantascientifico italiano. Di Margheriti escono quasi contemporaneamente quattro film, I diafanoidi vengono da Marte, I criminali della galassia e Il pianeta errante (un gruppo di astronauti impegnato ad evitare la collisione con un pianeta uscito dalla sua orbita), ovvero la serie della stazione spaziale Gamma Uno, completata da La morte viene dal pianeta Aytin. Margheriti girò l’intera quadrilogia in sole 12 settimane, trovandosi ad affrontare pesanti problemi di budget, sfruttando stesse scenografie e cast, per il mercato televisivo statunitense, con l’intenzione di creare un nuovo filone di film “made in Italy”. Malgrado un cast che vedeva recitare Claude Rains e numerosi attori italiani in seguito famosi (Lisa Gastoni, Ombretta Colli, Franco Nero, Umberto Orsini, Giacomo Rossi Stuart, Enzo Fiermonte e Giuliano Gemma), queste pellicole non riscossero particolare successo, specialmente a causa dei limiti imposti da budget ridottissimi. Sempre nel 1965, al di là del capolavoro di Elio Petri, ovvero La decima vittima, Mario Bava realizza quello che è stato indicato da alcuni come uno dei film italiani più visionari di sempre, Terrore nello spazio, tratto dal racconto Una notte di 21 ore di Renato Pestriniero, in cui degli astronauti atterrati su un pianeta sconosciuto vengono attaccati da entità incorporee aliene. Bava inserisce nella pellicola la propria maestria con il genere horror. Il film è stato addirittura citato come fonte di ispirazione per la realizzazione di Alien (1979) di Ridley Scott.

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“Space Men”(1960), di Antonio Margheriti, specialista del genere fantascientifico.
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“Il terrore nello spazio”(1965), di Mario Bava.

5. L’inflazione del genere e le contaminazioni

Lo sviluppo del genere fantascientifico su larga scala, porta ad un’inevitabile inflazione di tale genere, che viene dunque contaminato con altri generi, che danno vita ad ibridazioni dall’alterno successo, come quelle con il cinema mitologico, detto dei “peplum” e quello con il genere comico puro, che crea il sottogenere del fanta-spionaggio all’italiana. Quest’ultimo genere merita un piccolo approfondimento. Nato tra il 1965 e il 1967 questo sottogenere sommerge il mercato di una marea di film a basso costo di fantaspionaggio (oltre una cinquantina), che cercano di imitare anzitutto i film britannici di successo dedicati a James Bond, l’Agente 007 ideato da Ian Fleming. Si tratta di pellicole spesso prodotte in collaborazione con altri Paesi europei, ma di scarse pretese, girate in fretta e fortemente stereotipate sul modello di Bond: l’eroico agente segreto è affiancato da donne provocanti e ha invariabilmente come antagonista uno scienziato pazzo o una malvagia organizzazione segreta che nutre folli piani per il dominio del mondo tramite fantascientifiche e improbabili armi apocalittiche. Lo stesso filone viene subito parodiato ne Le spie vengono dal semifreddo (1966) di Mario Bava, una coproduzione Italia-USA in cui recitano assieme Vincent Price e la coppia comica composta da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Tra le altre parodie in chiave comica Il vostro superagente Flit con Raimondo Vianello e i due film sull’agente segreto James Tont con Lando Buzzanca che all’epoca riscossero un imprevedibile successo di pubblico e che alcuni critici molti anni dopo hanno parzialmente rivalutato. Del 1967 è il thriller fantascientifico …4..3..2..1…morte di Primo Zeglio, ispirato a un personaggio popolare nella Germania Federale, Perry Rhodan, una sorta di Flash Gordon della fantascienza tedesca. La trama mescola liberamente elementi di avventura spaziale alla spy story e gli effetti speciali sono attribuiti ad Antonio Margheriti.

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Franchi & Ingrassia alle prese con un missile atomico nel film “Le spie vengono dal semifreddo”(1966), forse l’unico film dichiaratamente di fantascienza della celebre coppia.

6. La fantascienza sociologica e il Sessantotto

La cultura in Italia tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta è in grande fermento, con il movimento del Sessantotto. Anche nel cinema nasce l’interesse per la fantascienza sociologica e le storie fantastiche sono occasione per fare critica e satira a sfondo sociale. Questo tipo di storie, oltretutto, non hanno bisogno di particolari effetti speciali o di scenografie elaborate, per cui sono alla portata degli scarsi mezzi delle produzioni italiane. La satira e la parodia sono – secondo Carlo Pagetti – forse l’unico vero ambito in cui la cinematografia italiana di fantascienza abbia saputo offrire contributi originali. In qualche modo anticipatore del filone sociologico – oltre a La decima vittima del 1965 – è il film Omicron del 1963, scritto e diretto da Ugo Gregoretti, con Renato Salvatori, una satira sul conflitto di classe in quegli anni, nel quale un alieno si incarna nel corpo di un operaio morto e finisce per incitare i lavoratori allo sciopero. Dell’anno successivo è invece Il disco volante, diretto da un giovane Tinto Brass, che con la scusa di un atterraggio di alieni in un paesino della campagna veneta mette in scena una grottesca satira sull’arretratezza di un’Italietta provinciale dedita all’alcolismo e sulla sua assenza di moralità in tutte le classi sociali, dalla nobiltà decadente alla borghesia ipocrita e perbenista, al clero. Nel film H2S del 1968 di Roberto Faenza è narrata la ribellione contro una società tecnocratica e consumistica da parte del giovane protagonista, il quale giunge al punto di piazzare una bomba. Il film scatenò polemiche, fu oggetto di sequestro e di un lungo procedimento giudiziario e venne distribuito solo nel 1971. Come nel film …hanno cambiato faccia di Corrado Farina del 1971, la fantascienza è utilizzata soprattutto come strumento per elevare una denuncia sociopolitica dai toni anarchici e anticapitalisti. Ricordato come uno dei film-simbolo del periodo – per la sua estetica pop e i riferimenti alla rivoluzione sessuale – è il più scanzonato Barbarella del 1968, una coproduzione italo-francese realizzata da Dino De Laurentiis per la regia di Roger Vadim, con protagonista Jane Fonda (che rimpiazzò Virna Lisi che rifiutò la parte) e vari attori italiani nel cast. La trama, ispirata all’omonimo personaggio dei fumetti, è incentrata sull’affascinante eroina del remoto futuro e sulle sue numerose avventure anche erotiche. Uno scenario post atomico per Ecce Homo – I sopravvissuti (1969) di Bruno Gaburro, con Irene Papas e Philippe Leroy, con la colonna sonora di Ennio Morricone. Ne Il seme dell’uomo(1969), il regista Marco Ferreri tratta invece il tema della fine del mondo in maniera quasi metafisica, mettendo in scena dei superstiti di una misteriosa “peste” che ha distrutto l’umanità. Sempre del 1968 è Colpo di stato, una graffiante commedia fantapolitica di Luciano Salce che mette in scena un’Italia in cui – per un errore del calcolatore – alle elezioni vince il Partito Comunista invece della Democrazia Cristiana, scatenando reazioni di panico. Osteggiata sia a destra che a sinistra, la pellicola di Salce fu subito ritirata dalla circolazione. Nel campo dell’animazione è possibile citare il film Vip – Mio fratello superuomo(1968) di Bruno Bozzetto, una parodia comica dei supereroi e del consumismo imperante. Nel 1969 viene presentato al Festival internazionale del film di fantascienza di Trieste Il tunnel sotto il mondo, opera prima di Luigi Cozzi che diverrà una delle maggiori personalità del mondo della fantascienza cinematografica italiana. È una pellicola sperimentale ispirata al racconto omonimo di Frederik Pohl del 1955, un classico della satira del consumismo, in cui un’intera comunità viene tenuta prigioniera da ricercatori pubblicitari.  Liliana Cavani nel suo film del 1970 I cannibali riambienta a Milano in un futuro imprecisato (ma vicino) l’Antigone di Sofocle, in cui rintraccia “gli elementi per una riflessione sulla contestazione del ’68 cogliendo, secondo un’ottica umanistica, nella verginità mentale dei giovani – e non nell’ideologia – la sola, vera forza trainante verso una società a dimensione d’uomo”. Il malessere sociale è ancora protagonista in N.P. – Il segreto (1971) di Silvano Agosti, con Irene Papas e Francisco Rabal: la storia di un inventore che viene privato dal governo della sua industria e socialmente degradato, e che scoprirà che le macchine da lui inventate e pensate come strumento di progresso e in favore del Terzo mondo, vengono impiegate invece in prospettiva di un’eliminazione sistematica degli oppositori del regime e dei “superflui”. La pellicola di Agosti condivide con H2S la rilettura di un contesto fantascientifico e sociologico delle tesi libertarie sessantottine. L’invenzione di Morel di Emidio Greco (1974), adattamento dell’omonimo romanzo di Adolfo Bioy Casares, tratta da un punto di vista più intimistico la questione della finitezza dell’esistenza. Un naufrago si ritrova su un’isola in cui nessuno, apparentemente, fa caso alla sua esistenza e tutti finiscono per ripetere gli stessi gesti, gli stessi discorsi, come in un ciclo infinito. Il 1975 è l’anno di Conviene far bene l’amore di Pasquale Festa Campanile, trasposizione cinematografica del suo omonimo libro, interpretato da Gigi Proietti, in cui è immaginata una civiltà del futuro alle prese con la crisi energetica, nella quale si scopre il sistema di trarre energia dai rapporti sessuali, facendoli diventare un obbligo. Si tratta di un curioso ibrido, particolarmente riuscito, tra commedia erotica e commedia di fantascienza influenzato dalle teorie di Wilhelm Reich (l’autore di La funzione dell’orgasmo) e dalla crisi petrolifera dei primi anni settanta. Quelli dei ’70 sono gli anni in cui il genere fantascientifico inizia ad essere rispettato e valutato negli ambienti culturali italiani, anche in quelli più snob. Il genere acquista piena consapevolezza di sé ed una indipendenza, che mai fino ad allora era stata raggiunta. Alcuni esempi serviranno a provare tale tesi. Nel 1975 Luigi Cozzi e Ugo Malaguti organizzano al cinema Planetario di Roma una rassegna dedicata esclusivamente al cinema di fantascienza, che contribuisce a diffondere l’immaginario fantascientifico; nella capitale si teneva già ogni anno presso il Palazzo dei Congressi la mostra della tecnologia aerospaziale, durante la quale venivano proiettate pellicole di fantascienza.

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“Il seme dell’uomo”(1969), di Marco Ferreri.
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Un fotogramma tratto dal film di fantascienza “L’invenzione di Morel”, del 1974 diretto da Emidio Greco, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore argentino Adolfo Bioy Casares.
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La locandina originale del film “Conviene far bene l’amore”(1975), con Gigi Proietti, Agostina Belli ed un giovanissimo Christian De Sica.

7.Gli Alien e gli Scontri Stellari

Il successo di Guerre stellari (1977) di George Lucas fa tornare in auge alla fine degli anni settanta il filone dell’avventura spaziale, lanciando un modello di colossal con uso massiccio di effetti speciali che consolida il predominio degli Stati Uniti in questo mercato. Sulla scia del successo del capolavoro di Lucas, il regista Alfonso Brescia gira con lo pseudonimo di Al Bradley una serie di film a basso costo tra il 1977 e il 1978: Anno zero – Guerra nello spazio, Cosmo 2000 – Battaglie negli spazi stellari e La guerra dei robot, con l’ambizioso progetto di dare vita a una nuova epopea spaziale, senza riuscirci: costruiti in maniera frettolosa, con budget minimo e riutilizzando quasi per intero gli stessi set e il medesimo cast, i tre film non riscossero particolare attenzione. Il regista italiano Luigi Cozzi realizza nel 1978 (con il nome Lewis Coates) la sua pellicola più celebre, Scontri stellari oltre la terza dimensione, una coproduzione italo-statunitense. Uscito a poca distanza dal primo episodio della saga di Lucas e pubblicizzato come risposta italiana al blockbuster statunitense – nonostante fosse chiaramente un B movie rispetto agli standard hollywoodiani – vantava la presenza nel cast di una star hollywoodiana di prima grandezza come Christopher Plummer. Benché, a causa del titolo, il film di Cozzi sia stato spesso visto come un “rifacimento alla buona” (o camp) di Guerre stellari, la trama ha somiglianze superficiali con il capolavoro di Lucas e cita numerosi altri classici del genere a partire da quelli degli anni trenta-quaranta. Nel 1980 sempre Cozzi scrive e dirige il suo ultimo film di fantascienza, Contamination, un fanta-horror che, a partire da un film d’invasione ispirato ad Alien, diventa una space opera piena di citazioni. Vari altri film si ispirano alla pellicola di Ridley Scott del 1979: tra questi Alien 2 – Sulla Terra (1980), un seguito apocrifo per la regia di Ciro Ippolito (che si firmò con lo pseudonimo Sam Cromwell) che fu accusato di plagio. L’isola degli uomini pesce è un fanta-horror del 1979 per la regia di Sergio Martino, che sembra ispirato a un film flop del 1977, L’isola del dottor Moreau (The Island of Dr. Moreau) di Don Taylor, trito remake del film del 1932. Ancora nel 1980 esce Io e Caterina, diretto e interpretato da Alberto Sordi in cui, come solitamente avviene nelle commedie all’italiana, l’elemento fantascientifico – in questo caso una cameriera robot – è un semplice espediente narrativo per una vicenda comico-satirica. Pupi Avati con Zeder (1983) mette invece in scena un fanta-horror in cui si mescolano alchimia, fantascienza e thriller, ambientato in Emilia-Romagna, dove un particolare tipo di terreno sembra in grado di far resuscitare i morti.

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“Zeder”(1983), l’unico film di fantascienza del Maestro Pupi Avati.

8.Gli anni ’80 e la crisi del genere

Gli anni ’80 “fantascientifici” iniziano con una pellicola curiosa del Maestro Lucio Fulci, dal titolo I guerrieri dell’anno 2072 (1984), il quale mette in scena una società del futuro controllata dalla televisione, in cui le principali reti combattono con ogni mezzo per il dominio dell’audience, disposte ad organizzare una spietata lotta tra gladiatori pur di intrattenere il pubblico. Il successo internazionale di Terminator e RoboCop dissemina nella cinematografia italiana della seconda metà degli anni ottanta una serie di cloni a basso e bassissimo costo a base di androidi, cyborg e viaggi nel tempo. Alla fine del decennio la “nuova fantascienza all’italiana” che era nata agli inizi degli anni ’80 sull’imitazione di fortunati film americani arranca faticosamente fino ad arrivare al prevedibile esaurimento. Spesso mischiato al post-apocalittico e al nuovo horror nostrano (predilezione per gli effetti splatter e riciclaggio dei cannibaleschi film sugli zombi), il filone – contrariamente al peplum e allo spaghetti-western – ha stentato a caratterizzarsi come “genere”, pur ottenendo la benedizione degli ambienti culturali vicini al cinema (come già visto sopra), lasciando prevalere le opportunistiche ragioni di facili ma effimeri profitti sull’ispirazione e sulla creatività. Una conferma, in piccolo, della tanto dibattuta realtà di un cinema italiano in crisi. Gli anni ottanta si chiudono con l’ultimo film di fantascienza girato da Antonio Margheriti: Alien degli abissi, un fanta-horror con toni ecologisti del 1989. Il tema preferito dal regista, quello della Terra in pericolo, ritorna costituito stavolta dalle attività umane inquinanti. Il riferimento è, fin dal titolo, ancora una volta ad Alien di Scott (che il mostro nel film imita), ma anche a The Abyss di James Cameron (1989) e non mancano le citazioni da classici del genere. I progetti del regista per altri film da girare negli anni novanta rimasero irrealizzati, a causa della crisi che colpì il settore. Lo stesso Margheriti nel frattempo aveva girato per la Rai, seguendo fedelmente un progetto dello scomparso Renato Castellani, lo sceneggiato televisivo L’isola del tesoro (1987), trasposizione fantascientifica del romanzo di Stevenson ambientata nello spazio. Primo colossal interamente prodotto dalla Rai, L’isola del tesoro fu girato con un cast internazionale e larghi mezzi a disposizione – oltre 25 miliardi di Lire, ben superiori a quelli degli altri film di Margheriti e di ogni altra produzione fantascientifica italiana per il cinema o la televisione – ma rimase largamente ignorato (anche nella stessa televisione italiana); una riduzione in film fu distribuita negli Stati Uniti e in altri paesi.

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“I guerrieri dell’anno 2072″(1984), aberrante e visionario film del Maestro Lucio Fulci.

9. Gli anni ’90

Mentre negli anni ottanta – pur con pesanti limiti qualitativi – si era avuto un gran numero di produzioni italiane fantascientifiche, negli anni novanta si registra una notevole contrazione del mercato: la produzione di film di fantascienza italiani si arresta quasi del tutto e poche pellicole vanno oltre il B-movie o la commedia. Il titolo di maggiore successo commerciale è A spasso nel tempo di Carlo Vanzina, un “cinepanettone” del 1996, con Massimo Boldi e Christian De Sica che utilizza l’espediente dei viaggi nel tempo per mettere i due protagonisti in grossolane, ma divertenti situazioni comiche a spasso tra le epoche passate. Riguardo invece ai film drammatici, quello di maggior successo è Nirvana del 1997 di Gabriele Salvatores, una coproduzione italo-francese con un cast internazionale che utilizza in modo massiccio gli effetti speciali generati al computer. Ambientato in un futuro prossimo, girato quasi interamente nel quartiere Portello di Milano, nei vecchi stabilimenti Alfa Romeo trasformati per l’occasione in un gigantesco set cinematografico, il film è permeato dalle atmosfere di decadenza urbana di Blade Runner. La storia utilizza tutti gli stereotipi del filone cyberpunk (gli hacker come protagonisti, il dominio delle mega-corporazioni, lo sprawl-periferia degradata, il cyberspazio), innestati con elementi della filosofia buddista. Il protagonista Jimi Dini (Christopher Lambert) è un programmatore di videogiochi di realtà virtuale di successo, che si accorge che attraverso un virus il personaggio del suo ultimo gioco, Solo (Diego Abatantuono), ha acquisito l’autocoscienza. Consapevole di essere prigioniero di un ciclo di vita-morte in cui è condannato a ripetere all’infinito ogni azione, Solo implora Jimi di liberarlo cancellando tutte le copie del videogioco. Jimi in questa ricerca, che si snoda nelle periferie più degradate, si ritrova sulle tracce della donna amata, perduta ormai da tempo. L’interesse principale del regista, al di là delle citazioni filmiche rimane la rappresentazione – come nelle altre sue pellicole – del desiderio di evasione: tutti i suoi personaggi stanno sempre fuggendo da qualcosa. Il film riscosse un notevole successo in Italia, mentre a livello internazionale ottenne risultati più modesti rispetto a quelli attesi. Nonostante una tiepida accoglienza da parte della critica rispetto ad altri film di Salvatores, Nirvana è considerato il maggiore successo commerciale del regista e il film drammatico di fantascienza prodotto in Italia ad avere incassato di più. Il peggiore insuccesso è stato invece Jackpot (1992), una “favola anti tecnologica” con protagonista Adriano Celentano, qui al suo ultimo film.

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Christopher Lambert e Stefania Rocca in “Nirvana”(1997), film fantascientifico del Maestro Gabriele Salvatores.

10. Gli anni duemila e il cinema indipendente

Gli anni duemila, nel panorama sempre più ristretto del cinema di fantascienza italiano, sono caratterizzati soprattutto dalle produzioni indipendenti. L’evoluzione delle tecnologie informatiche per il montaggio e la post-produzione consentono di realizzare scene fantascientifiche anche alle piccole case di produzione o addirittura agli amatori. Mancando tuttavia la capacità di promuovere e distribuire queste opere, i titoli prodotti rimangono relativamente pochi e raramente riescono ad andare oltre il cortometraggio. Tra le produzioni non commerciali, dalla fine degli anni novanta, spiccano quelle di Mariano Equizzi, non prive di influenze cyberpunk. Vari film vengono realizzati a un costo bassissimo, esclusivamente per il mercato dell’home video – come AD Project del 2006 di Eros Puglielli – o per il web: Dark Resurrection del 2007 e il suo prequel del 2011, film italiani amatoriali ispirati al celebre universo di Guerre stellari, pur essendo realizzato come fan fiction hanno comportato uno sforzo produttivo paragonabile o superiore a film indipendenti distribuiti nei cinema, comprendendo realistiche scene di battaglia di massa girate grazie all’apporto di centinaia di volontari in costume. Nel film InvaXön – Alieni in Liguria del 2004, realizzato per beneficenza, figurano 250 attori non professionisti e da ben 41.000 comparse, 23 personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport e della cultura; 30 minuti del film sono stati interamente realizzati con effetti speciali digitalizzati, in surround e certificazione THX; il film ha richiesto 7 anni di progettazione, 60 giorni di riprese e 4.000 ore di lavorazione. Fascisti su Marte, una commedia del 2006 diretta da Corrado Guzzanti e Igor Skofic, è nata dagli sketch realizzati da Guzzanti nel programma tv Il caso Scafroglia. Narrando un’immaginaria e comica spedizione di un manipolo di Camicie Nere sul pianeta rosso, è un “esercizio satirico” di fanta-revisionismo storico, girato parodiando lo stile dei cinegiornali dell’Istituto Luce del ventennio fascista e come satira della politica italiana durante il Governo Berlusconi II. Il fantascientifico contemporaneo prosegue con ben tre film di produzione italiana distribuiti nelle sale nello stesso anno, ovvero il 2010 e incentrati sul tema extraterrestre: 6 giorni sulla Terra di Varo Venturi, L’ultimo terrestre di Alfonso Pacinotti (Gipi) e L’arrivo di Wang dei Manetti Bros., a cui si aggiunge nel 2014 12 12 12 di Massimo Morini. Nel film indipendente 2047 – Sights of Death di Alessandro Capone (2014) recitano numerose vecchie star del cinema hollywoodiano, tra cui Danny Glover, Daryl Hannah, Michael Madsen, Stephen Baldwin e Rutger Hauer. Nel 2014 Gabriele Salvatores, a diciassette anni di distanza da Nirvana, torna a cimentarsi con il genere fantascientifico con il film Il ragazzo invisibile, appartenente al filone super-eroi che ottiene un buon successo, tanto che lo stesso regista ne realizza pure un sequel Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, distribuito nelle sale nel 2018. N.B. dal discorso è rimasto fuori Lo chiamavano jeeg Robot, il quale è stato già trattato nei capitoli precedenti.

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“Fascisti su Marte”(2006), di Corrado Guzzanti, un mix riuscito tra la satira storica, l’ironia e la fantascienza.

Domenico Palattella

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