La cultura degli Studioli

By Domenico Palattella

lo studiolo di petrarca
La stanza rappresenta luogo di lavoro e meditazione dove il Petrarca ha custodito i suoi preziosi libri. Negli anni ha subito diverse modifiche fino al 1919 – 1923 anno in cui è stato ripristinato proprio come l’aveva adattato il poeta: un unico piccolo ambiente con una finestra che si affaccia sul retro della casa, una feritoia e due nicchie. Nelle pareti sono ancora visibili decorazioni trecentesche che rappresentano fascioni colorati con al di sotto un fregio costituito da uno stemma in cui si riconosce una barra d’oro in campo azzurro identificativo dello stemma del Petrarca. Fu nella notte tra il 18 e il 19 Luglio del 1374 il poeta morì in questa stanza.

Lontano dalla frenesia del vociare quotidiano, raccolto in un’atmosfera di spirituale isolamento, Francesco Petrarca si circondava dei propri tesori e poetava: «Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età». Espressione della nascente cultura umanistica, lo studiolo fu concepito – nomen omen – come spazio preposto alle attività di studio e d’intelletto, all’otium letterario, in posizione possibilmente remota e distinta dal resto dell’abitazione. Lo studiolo, o camerino, era luogo accessibile al solo proprietario o, limitatamente, a una ristretta cerchia di amici e personaggi d’interesse da quest’ultimo accuratamente selezionati. Dello stesso proprietario lo studiolo rispecchiava fedelmente gusti e valori identitari, tanto nella decorazione della struttura quanto nella scelta di oggetti da esibire e conservare. Con il susseguirsi di mutamenti politici e culturali è possibile riscontrare, a partire dal Quattrocento, una progressiva evoluzione nel modo d’intendere questa peculiare realtà: ad un arricchimento di natura esteriore, si accompagnerà l’integrazione di sempre nuove funzionalità. Ai pensatori umanisti andranno sostituendosi gli illustri uomini di corte; alla ricerca filologica subentrerà l’esigenza di possedere pezzi di rara bellezza per mero desiderio collezionistico. Lo studiolo assumerà le fattezze di un contenitore di rarità (quelle anticaglie tanto apprezzate dai principi italiani) smarrendo progressivamente la funzione originaria di spazio riservato alla riflessione. Dotati di impianti ornamentali di altissima fattura, gli studioli raggiungeranno nel corso del Cinquecento un apice di pregio e eleganza con le campagne di mecenatismo condotte dalle più grandi personalità del Rinascimento italiano.

San Girolamo nello studio
Antonello da Messina, San Girolamo nello studio.

Agli albori della sua elaborazione (e non diversamente dal diretto predecessore, lo scriptorium medievale) lo studiolo si trovò a ospitare piccoli oggetti di scavo, reperti di natura artistica e strumenti utili alle attività di ricerca e speculazione. Questi ultimi, in mancanza di un autonomo valore estetico, si limitavano a fungere da testimonianze, o supporto visivo, alle attività di studio che, nei pieni dettami culturali dell’epoca, erano indirizzate al recupero di un dialogo ideale con l’antichità classica. La vita solitaria, condotta in un luogo alieno al vivere quotidiano, veniva inneggiata come unico esercizio in grado di favorire un’immedesimazione ‘nostalgica’ in epoche altrimenti irraggiungibili. Bronzetti, gemme, sculture di piccole dimensioni, codici: ogni frammento era un semioforo dal forte potere evocativo. Questi, stimolando materialmente il ricordo delle età passate, determinavano un sempre crescente interesse antiquario tra gli uomini di lettere. Se l’attività di studio presso i letterati trecenteschi si presentava come interesse e mestiere genuino, con l’affermarsi al potere delle grandi dinastie nobiliari presso le corti italiane, la promozione della cultura, in tutte le sue manifestazioni, divenne motivo di orgoglio della casata e efficace strumento di autocelebrazione. Di tutt’altro aspetto, in conseguenza, apparivano gli studioli di principi e granduchi, appassionati collezionisti e cultori di bellezze. Forti delle ingenti disponibilità economiche, i committenti progettavano il proprio spazio personale affinché questo presentasse, come elemento distintivo e maggiore punto di forza, una ricchissima decorazione. Quest’ultima rispecchiava un programma iconografico delineato con l’ausilio di noti pensatori e affidato, nell’esecuzione, agli artisti più dotati. Lo studiolo andava così assumendo i connotati di un vero e proprio museo: la disposizione razionale degli oggetti collezionati appariva come il risultato di un progetto museologico ante-litteram, la funzione conservativa primeggiava e si sperimentavano i primi prototipi di pannelli didattici. Non si accennava, tuttavia, ad alcuna possibilità di fruizione pubblica. Lo spazio manteneva nei secoli i suoi caratteri di privatezza: il profondo legame tra la personalità del committente e il suo, personalissimo, studiolo era un presupposto inalienabile. Possiamo riconoscere in questa tipologia museografica una creazione squisitamente italiana: numerosi sono gli esempi di splendidi camerini, situati all’interno di palazzi nobiliari, nelle più grandi corti del tempo. Tra questi, spiccano per ricchezza gli studioli di Lionello e Borso d’Este a Ferrara, di Federico da Montefeltro a Urbino e di Cosimo I de’ Medici a Firenze. Nella corte gonzaghesca, a Mantova, lo studio di Isabella d’Este rappresentava forse il più alto connubio di una politica collezionistica quasi ‘spasmodica’ e di un desiderio di riscatto cittadino. Figlia di Ercole d’Este e di Eleonora d’Aragona, Isabella seppe coniugare doti di grande competenza artistica a un desiderio smanioso e innato di possedere oggetti di rara bellezza. La marchesa fu protagonista indiscussa del mercato d’arte antiquaria, ma non risparmiò un acceso interesse per i capolavori del suo tempo: intrattenne dialoghi diretti, mediante carteggi, con gli artisti attivi a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento e affidò a una rete di agenti il compito di scovare i tesori più preziosi che la penisola italiana potesse offrirle. Il matrimonio con Francesco II Gonzaga nel 1490 e il trasferimento da Ferrara a Mantova le permisero di dare realizzazione concreta ai precetti estetici coltivati nell’arco della gioventù. La città, al tempo priva di un’identità culturale forte, riuscì grazie alla sua lungimiranza a divenire in breve tempo un polo d’attrazione artistico e intellettuale di primaria importanza. Isabella scelse per allestire i propri spazi personali i piani nobiliari del Castello di San Giorgio (poco distanti dalla Camera picta, precedentemente affrescata dal Mantegna). Una prima campagna progettuale fu indirizzata a due spazi limitrofi: lo studiolo vero e proprio (situato nella torretta di San Niccolò) e la cosiddetta grotta (destinata alle collezioni di antichità). Per lo studiolo scelse, con l’aiuto di Paride da Ceresara, un programma decorativo di matrice allegorica e mitologica, dai chiari intenti elogiativi espressi nelle simbologie. Furono così realizzati, a partire dal 1492, i capolavori di Andrea Mantegna, Parnaso e Trionfo della virtù, del Perugino, Lotta tra amore e castità, e di Lorenzo Costa Isabella d’Este nel Regno di Armonia.

perugino, Lotta tra amore e castità
Perugino, Lotta tra amore e castità.

È possibile riscontrare, nell’impianto strutturale, influenze derivanti dallo Studiolo di Belfiore a Ferrara, voluto dallo zio Lionello e portato a termine nell’epoca di Borso, e di quello, a Urbino, di Federico da Montefeltro, marito della cognata di Isabella, Elisabetta Gonzaga. Il carattere forte della marchesa s’impose nelle scelte iconografiche, ma ancor di più nei rapporti da lei intessuti con gli artisti coinvolti: lo schema imposto dalla committente (poco aperta a variazioni di ogni sorta) apparve da subito fin troppo rigido, divenendo per i pittori una costrizione insopportabile. Un tale atteggiamento le arrecò non pochi rifiuti: tra tutti, il ritratto a mezzo busto lungamente atteso da Leonardo da Vinci e mai realizzato. Lo studiolo di Isabella giunse alle definitive fattezze nel 1506, pronto per ospitare i pezzi più pregiati della folta serie collezionata: cammei, gemme, frammenti e sculture di piccole dimensioni. Le rappresentazioni e i richiami alle Muse abbondavano in ogni forma: la marchesa si gloriò di essere stata promotrice di una moderna osmosi culturale tra le diverse direttive dell’arte del suo tempo. Nonostante il testamento vergato nel 1535, il marito Francesco II non seppe evitare la dispersione delle opere amorevolmente custodite. Le pitture confluirono, più di un secolo dopo la morte della marchesa, nelle collezioni di Luigi XIV e, una volta conclusa la Rivoluzione francese, nel nascente Museo del Louvre (dove si trovano tuttora). Gli arredi, svariatamente venduti, si trovano oggi dislocati in numerosi musei.

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