Il Trecento, la nascita della borghesia e la figura di Giotto

By Domenico Palattella

san francesco che dona il mantello
Giotto, San Francesco che dona il mantello al povero cavaliere, 1296-1300. Affresco, 270×230 cm. Assisi, Chiesa Superiore della Basilica di San Francesco.

•LA NASCITA DELLA BORGHESIA

Il Trecento è un secolo di guerre laceranti, di disastrose pestilenze e di grandi rivolgimenti sociali. Nonostante ciò, è anche uno dei periodi più ricchi e stimolanti dal punto di vista artistico e culturale. E’ un periodo storico in cui sia il papato che l’impero stavano ormai perdendo quell’egemonia assoluta che nei secoli immediatamente precedenti li aveva resi arbitri unici e incontrastati della vita politica, religiosa ed economica di tutto l’Occidente europeo. Tale crisi va forse ricercata nella nascita, fin dalla seconda metà del Duecento, di una nuova e attiva classe sociale: la Borghesia. Essa prende il nome da Burg, che in tedesco significa “città fortificata”. Con il tempo, infatti, le città erano diventate sempre più numerose, potenti e munite e la loro popolazione cresceva a ritmo incessante. La nascita dell’artigianato, organizzato inizialmente in botteghe e poi protetto e incrementato dalle Arti, potentissime associazioni di categoria, favorisce il parallelo sviluppo del commercio e del credito. Sorgono così le prime banche, il cui compito è appunto quello di concedere crediti, cioè di prestare denaro a interesse. La borghesia è costituita proprio da questi individui: artigiani, mercanti, banchieri ed esercenti le varie professioni. Questi hòmines novi, privi di grandi tradizioni culturali ma ricchi di inventiva e di spirito pratico, si dimostrano in breve insofferenti alle rigide strutture del potere imperiale, da un lato, ed ecclesiastico, dall’altro. Per i loro traffici e per i loro affari, infatti, essi necessitano di un’organizzazione politica e legislativa più moderna, snella e attinente alle proprie esigenze. E’ proprio per questa serie di motivi che nell’Italia centro-settentrionale sorgono, nel Duecento, i primi liberi Comuni. In essi le famiglie borghesi più ricche danno vita a delle potenti oligarchìe che gestiscono il potere non più nell’interesse del Papa o dell’Imperatore, ma nel proprio e in quello della propria classe sociale. Un simile stato di cose favorisce i commerci e incrementa la produzione di nuovi beni ma determina, sul piano sociale, enormi tensioni all’interno dei singoli Comuni. Pur di accedere alla ristretta oligarchìa al governo, infatti, le famiglie borghesi che ancora ne sono escluse fomentano il malcontento e le rivolte arrivando talvolta ad allearsi anche con i ceti più bassi. Nascono così le feroci guerre civili che vedono opporsi Guelfi (filopapali) e Ghibellini (filoimperiali) e, al loro interno, anche le altre fazioni quali, ad esempio, Bianchi e Neri. E’ dunque in questo drammatico panorama che i principali Comuni italiani iniziano quella lenta, ma inarrestabile trasformazione che , alla fine del XIV secolo, li porterà quasi tutti a essere delle Signorìe. In esse il governo centrale è posto nelle mani di un solo Signore che, accentrando tutto il potere, avrebbe dovuto garantire, un’amministrazione più giusta ed equilibrata (almeno nelle intenzioni). Ciononostante, in questo contesto di grandi mutamenti politici e sociali, assistiamo tuttavia, ad una fioritura improvvisa e generalizzata di nuove costruzioni (soprattutto cattedrali e palazzi pubblici, orgoglio della borghesia cittadina), di nuovi straordinari cicli di affreschi e di nuove, grandissime opere letterarie. Con il XIV secolo, di fatto, è iniziata una nuova fase storica, nella quale vengono gettate le prime, solide basi per quella grande e feconda rivoluzione politico-culturale che, con il Quattrocento, segnerà la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età Moderna.

crocifisso di giotto
Giotto, Crocifisso, ca 1290-1300. Tempera su tavola, 578×406 cm. Firenze, Basilica di Santa Maria Novella.

•LA FIGURA DI GIOTTO (1267-1337)

Di Giotto, il più grande pittore del Trecento, abbiamo scarse e contraddittorie notizie biografiche. Figlio di un modesto agricoltore di nome Bondòne, egli nasce a Colle di Vespignano, presso l’attuale comune di Vicchio, a nord di Firenze. La data non è certa, ma quasi tutti gli studiosi sono ormai concordi nel collocarla intorno al 1267. E’ versimile anche la sua presenza alla bottega fiorentina di Cimabue, con il quale collaborò più volte. Negli anni ’80 del XIII secolo Giotto è probabilmente anche a Roma, ove entra in contatto con Pietro Cavallini e la sua scuola. Tra il 1295 e il 1300 è invece ad Assisi, dove partecipa alla decorazione della Chiesa Superiore della Basilica di San Francesco; come è ancora a Roma, in occasione del giubilèo del 1300; e ancora Padova nel 1302, dove inizia ad affrescare la Cappella della famiglia Scròvegni. Nel 1320-25, Giotto affresca, nella chiesa fiorentina di Santa Croce, le Cappelle delle famiglie Peruzzi e Bardi. Nel 1334 ormai al culmine della fama, viene nominato responsabile del cantiere di Santa Maria del Fiore, a Firenze. Giotto si occupa del campanile (che da lui ancora oggi prende il nome), del quale disegna senza dubbio almeno la parte basamentale. Giotto veniva già stimato dai suoi contemporanei. Entrò certamente a contatto con letterati come Giovanni Boccaccio, Dante Alighieri e Francesco Petrarca. Il primo, ad esempio, in una delle sue più celebri novelle del Decameron, lo definisce “il miglior dipintor del mondo”; gli altri due lo lodano apertamente nelle rispettive opere. Giotto, fu per la pittura del Trecento, un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Tramite il recupero della prospettiva e l’uso sapiente del chiaroscuro egli conferisce ai personaggi delle proprie pitture una verosimiglianza e un volume nuovi e sconvolgenti. Lo spazio all’interno del quale tali corpi sono inseriti non è più quello irreale dei fondi oro duecenteschi ma, al contrario, appare molto vicino a quello naturale, nel quale il paesaggio e le architetture contribuiscono a dare chiarezza alla composizione e profondità alla scena. I cieli di Giotto, infatti, tornano ad essere azzurri, dopo quasi un millennio. I volti dei suoi personaggi rappresentano volti di uomini e di donne che soffrono, che gioiscono, che piangono e che ridono. Le storie sacre narrate nei suoi affreschi, secondo l’insegnamento francescano, si basano sulla semplicità e sulla naturalezza. Questi due elementi riconducono la pittura giottesca alla serena essenzialità della tradizione classica, aprendo la strada maestra al Rinascimento. Uno dei capolavori di Giotto ha sede nella Chiesa Superiore della Basilica di Assisi, con il celebre ciclo ispirato alle Storie di San Francesco. Il ciclo, occupa la fascia inferiore delle pareti longitudinali della chiesa di Assisi e si compone di 28 affreschi rettangolari di grandi dimensioni (ca 270×230 cm.). Ognuno di essi è incorniciato tra due colonne dipinte. Grazie a questo artificio tecnico Giotto riesce a dilatare illusoriamente lo spazio delle pareti e a far apparire le scene che vi dipinge come viste attraverso un porticato aperto sull’esterno. Questa invenzione costituisce una straordinaria innovazione per lo stagnante panorama artistico medioevale, in quanto presuppone una visione dello spazio nuova e spregiudicata. Nell’affresco di San Francesco che dona il mantello al povero cavaliere, uno dei primi e più interessanti dell’intero ciclo, sono già presenti quasi tutti gli elementi caratteristici della pittura giottesca e, in particolare, il chiaroscuro, la prospettiva e la composizione. La narrazione avviene da sinistra a destra, come in un testo scritto, e rappresenta Francesco che, prima di vestire l’umile saio, dona al cavaliere povero il proprio pregiato mantello. Grazie al chiaroscuro, cioè alla gradazione delle luci e delle ombre nella stesura dei colori, Giotto conferisce naturalità e volume a queste sue figure che sembrano quasi emergere dal piano dell’affresco per proiettarsi verso di noi. Naturalità ed equilibrio che si ritrovano in tutte le narrazioni giottesche di Assisi. San Francesco, infatti, non è mai visto come un ascéta solitario ma, piuttosto, come un uomo tra gli uomini. Altra innovazione è quella in cui Giotto pone l’accento su svariati aspetti della vita quotidiana mai presi in considerazione prima di allora.

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Padova, Cappella degli Scrovegni, 1303-1305. Veduta dell’interno con gli affreschi giotteschi.

Un’altra delle opere più rappresentative di Giotto è senza dubbio il grande Crocifisso della chiesa fiorentina di Santa Maria Novella. Giotto nel suo dipinto riesce a realizzara un Cristo di un’umanità sconvolgente. In esso la natura umana prevale su quella divina e il corpo reca le tracce dolorose dell’agonia. La sua “nuova ricerca” si concentra sullo studio delle reazioni e degli atteggiamenti che un uomo vero potrebbe avere qualora fosse sottoposto al martirio della croce. Il capo del Cristo giottesco ricade pesantemente in avanti e le braccia, drammaticamente tese, quasi al limite della lacerazione, aumentano ulteriormente il senso di pesantezza del corpo. La capacità di addentrarsi nella caratterizzazione fisica e psicologica dei personaggi è, del resto, una delle innovazioni più grandi della pittura di Giotto. Ciò appare particolarmente evidente nei celebri affreschi padovani della Cappella degli Scrovegni, probabilmente il momento più alto della sua arte. Splendida risulta infine, la Madonna di Ognissanti, del 1310 circa, custodita a Firenze nella Galleria degli Uffizi. In questa pala Giotto riprende un tema, quello della Maestà, molto caro alla cultura gotica. Nel dipinto l’artista si riallaccia alla collaudata tradizione del fondo oro, ma introduce anche alcune importanti novità. Si notino le massicce figure della Vergine e del Bambino, sotto le vesti dei quali si indovina già la presenza di corpi volumetricamente ben definiti. In basso al dipinto si scorgono gli angeli, raffigurati in primo piano, i quali introducono un ulteriore elemento di profondità prospettica. La loro collocazione ai piedi del sontuoso trono ci fa comprendere come l’intera scena si svolga in uno spazio decisamente tridimensionale e non su un piano piatto.

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Giotto, Madonna di Ognissanti, ca 1310. Tempera su tavola, 325×204 cm. Firenze, Galleria degli Uffizi.

Insomma, la figura di Giotto, Il Medioevo artistico giunge al suo massimo splendore e alla sua fine. Dopo di lui, dopo l’eredità che lasciò ai posteri, la pittura avrebbe dovuto necessariamente voltare pagina. E cosi fu.

 

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