Peppino, Fellini, “Luci del varietà” e “Boccaccio ‘70”

peppino e fellini
Peppino De Filippo e Federico Fellini, sul set de “Le tentazioni del dottor Antonio”(1962), in compagnia del figlio del primo, Luigi.

“Come si può parlare di Peppino, di Totò, di Buster Keaton? Sono fenomeni naturali, quasi inspiegabili…Peppino è stato senza dubbio una delle maschere più pure ed entusiasmanti della grande barca dei comici che era la Commedia dell’arte; un capocomico surreale e imprevedibile che qualsiasi teatro del mondo ci poteva invidiare tanto era particolare e seducente. Peppino mi faceva proprio morire dal ridere; con un’incoscienza totale e una capacità di controllarla altrettanto totale, sapeva mettere in piedi i più irresistibili e paradossali sketch. E’ stato un compagno di viaggio pieno di simpatia e intelligenza anche quando tendeva ad essere un pò scontroso: dopo poco tornava a fare le piroette. Io l’ho diretto in due film, “Luci del varietà” e “Le tentazioni del dottor Antonio” episodio del film corale “Boccaccio ’70”, e in entrambe le occasioni fu perfetto, tanto che lo avrei voluto in altri miei progetti, tipo “Lo sceicco bianco”, poi non concretizzatisi per suoi pregressi impegni teatrali.”                                                                                                                         (Federico Fellini)

Così parlava il maestro dei maestri, Federico Fellini riguardo l’arte teatrale e cinematografica di Peppino De Filippo. Peppino insieme a Marcello Mastroianni era l’attore preferito del regista riminese, quello con cui si trovava più a suo agio sia dal punto di vista professionale che da quello privato. E infatti Fellini diresse Peppino in due suoi film: il primo, diretto in tandem con Alberto Lattuada, dal titolo “Luci del varietà”(1950); e il secondo è un mediometraggio dal titolo “Le tentazioni del dottor Antonio”, episodio del film corale “Boccaccio ‘70”(1962). Lo stretto rapporto che univa Peppino De Filippo e Federico Fellini lo si desume anche direttamente da una testimonianza dello stesso attore napoletano, il quale a fine carriera, nel corso di un’intervista ricorda il loro primo incontro.

“Io mi trovavo a Roma al Teatro Quirino e lì, con la mia compagnia di prosa, svolgevo una delle mie solite stagioni teatrali. Una sera ricevetti in palcoscenico la visita di Carla Del Poggio, mia carissima collega, accompagnata dal marito, il regista cinematografico Alberto Lattuada e da un altro signore, alto e grosso e di aspetto impersonale, quasi un tizio qualunque. Nel presentarsi a me farfugliò timidamente qualche cosa tra i denti che non compresi, tanto che fui costretto a domandargli: “Come?”, e lui, con una vocina sottile dal tono mielato, sillbando ripetè: Fel-li-ni. I tre erano venuti in teatro essenzialmente per chiedermi se fossi stato disposto a partecipare, come protagonista, a un film immaginato e scritto da lui, Lattuada, e dal suo amico Fellini. L’offerta, in quanto a Lattuada, non mi meravigliò. Sapevo che da tempo si interessava con successo di regie cinematografiche, la mia sorpresa fu quando mi disse che il film era stato concepito e scritto con la collaborazione del Fellini e di costui, sinceramente, sapevo ben poco, anzi, quasi nulla, e rimasi ad osservarlo ancora più lungamente quando Lattuada aggiunse che il film si sarebbe prodotto in forma cooperativistica, cioè impegnando una intera troupe cinematografica. Comunque accettai l’offerta e accettai anche la condizione che, in quanto alla regia, Lattuada l’avrebbe intrapresa in coppia con il Fellini. “Staremo a vedere” mi dissi, “se son rose fioriranno…a me, intanto, se mi vogliono, mi dovranno pagare, contratti cooperativistici…non ne accetto!”. Ci salutammo e rimanemmo d’accordo che ci saremmo rivisti tutti e quattro a distanza di pochi giorni. Effettivamente, dopo un certo tempo, da parte di Lattuada, mi fu fissato un appuntamento in casa sua ove, con la partecipazione di Fellini, avrei potuto ascoltare una lettura dell’intera sceneggiatura del film a cui era stato dato il titolo di “Luci del varietà”. Ebbe inizio la lettura da parte di Lattuada, il quale volle informarmi in anticipo che il personaggio che m’era stato assegnato era quello di un comico di avanspettacolo invischiato in una storia d’amore con una ragazza di provincia giunta in città in cerca di notorietà nel campo dello spettacolo. Con attenzione iniziai ad ascoltare la lettura della vicenda che gradualmente gradivo sempre più notando, inoltre, che Fellini, interrompendo spesso per spiegarmi alcuni passi del testo, dettagliava con scrupolo e concretezza di espressione ogni scena, ed erano spiegazioni che trovavano in me pieno assentimento. Notai che con minuzia di particolari mi spiegava ogni singolo personaggio della sceneggiatura, con speciale riferimento a quello a me destinato, lasciandomi intendere che quello era il carattere che più stava nei miei panni e che più gli piaceva e immensamente lo divertiva. Comincia a vedere Fellini sotto un altro aspetto, infatti il film andò in porto perfettamente e io ebbi modo di osservare in Fellini regista la sua particolare e personale abilità nell’insegnare in forma perfetta il senso umano e naturale di ogni battuta, di ogni gesto, di qualsiasi espressione idonea, proporzionata, adeguata al carattere del personaggio che l’attore era stato chiamato a interpretare; per cui tutto di lui regista mi lasciò immaginare, senza dubbio alcuno, quello che un giorno, non lontano, nel suo stile, sarebbe divenuto: un vero maestro”.

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Peppino De Filippo insieme a Giulietta Masina in una scena del film “Luci del varietà”(1950), di Alberto Lattuada e Federico Fellini.

“Luci del varietà” assieme all’altro segmento diretto da Fellini, ad “Arrangiatevi!” e ad alcuni film in coppia con Totò, viene considerato dallo stesso Peppino una delle più importanti esperienze cinematografiche della sua carriera. Il film, come già accennato, fu prodotto da una cooperativa fondata da Lattuada e Fellini, con la partecipazione di quasi tutti gli attori e i tecnici; e le due protagoniste femminili erano le mogli dei registi: Carla Del Poggio, che con le sue gambe mozzafiato era stata la vera musa ispiratrice di tutta l’operazione, e Giulietta Masina, che molti ritengono la migliore attrice italiana di tutti i tempi, anche superiore alla Magnani e alla Loren. Il film ebbe guai a non finire, dal fallimento della società che lo doveva distribuire, alla mancata concessione del contributo statale alle opere di qualità (una vendetta del sistema contro chi s’azzardava a produrre film in proprio); e del resto era stato girato in fretta e furia per battere sul tempo un altro film dal soggetto affine realizzato contemporaneamente da Ponti e De Laurentiis per la regia di Steno e Monicelli: “Vita da cani”, con Aldo Fabrizi e Gina Lollobrigida, che anche se in Italia incassò di più, venne considerato, fin da subito, inferiore alla pellicola di Lattuada e Fellini. In Italia (almeno all’epoca) “Luci del varietà” non ottenne il successo sperato, ma piacque moltissimo all’estero e alla critica contemporanea; e negli anni successivi sia Lattuada che Fellini amarono spesso attribuirsene l’esclusiva paternità, come ragazzetti che si contendono a forza di “E’ mio! E’ mio!” la proprietà di un quadernetto o di un temperino. Nonostante la maggior esperienza di Lattuada, e nonostante Fellini sia al suo primo film da regista, si sente lo zampino del regista romagnolo nell’amore per il mondo del varietà, nei primi piani dei personaggi di contorno, nel sapore di provincia dolceamara, nell’allegria un pò triste, nel pallido ottimismo finale. Peppino ha quì un’occasione con i fiocchi, e non la fallisce, il ruolo a cui ogni comico ambisce almeno una volta nella vita, lo stesso che si riserverà Charlie Chaplin in un film dal titolo e dalla storia affini realizzato l’anno seguente, “Luci della ribalta”: con la differenza che il Calvero di Chaplin è stato un grande attore, dunque alla fine non può che morire; il Checco di Peppino grande non lo è mai stato, e allora sopravvive, anche perchè la speranza tiene in vita molto più dei ricordi. C’è naturalmente qualcosa di autobiografico in questo personaggio, che dovette ricordare all’attore la seconda metà degli anni ’20, quando batteva le piazze dell’Italia centrale con guitti disposti a tutto, spinti e ispirati molto più dalla fame che dall’arte. E infatti Peppino è bravissimo nel tratteggiare senza eccessi, anzi in modo estremamente sorvegliato, l’artista semifallito che si porta la mediocrità stampata sul volto e che si lascia sovrastare da un amore giovane e crudele. Da principio il “brillante fantasista” ostenta la sicurezza di chi non ha mai dovuto subire raffronti. “Io devo essere pagato, io sono una vedette nazionale” esclama, quando minacciano di sequestrare l’incasso della compagnia: “A me non me ne importa niente degli altri, ma io voglio essere pagato: io sono io!”. Ma ahilui, con tutto questo focoso impeto di egoismo ottiene soltanto che il capocomico Dante Maggio gli sputi in un occhio: perchè, sotto al trucco di scena, dietro alla fragile maschera della dignità a tutti i costi, abbiamo già capito che si tratta di un perdente, di una figura minore del teatro e della vita. Infatti, anche quando approfitta del carisma di prim’attore per mettere le mani addosso alla ragazza Del Poggio, rimedia soltanto un paio di schiaffoni. Ma come Charlot, o come la futura Cabiria di Fellini, più lo calpestano e più riesce a ritrovare le ragioni della dignità: alla fine accetta lo sfumare dei sogni artistici e sentimentali con signorile rassegnazione e torna a sperare sotto i baffi, a credere con quasi immutata energia nella vita e in se stesso, ritornando al suo primo amore Melina (una tenerissima Giulietta Masina) che lo aveva aspettato confidando in un suo ritorno tra le sue braccia e in compagnia. Anche se gli altri, quelli che a teatro e nella vita il successo lo hanno raggiunto davvero, parlano di Milano, di Parigi; lui e i suoi compagni- sul treno dell’ultima sequenza- invece di Trani, di Molfetta, di Andria, senza però mai perdere passione e dignità (ma anche questo fa parte del gioco, e in fondo le luci del varietà brillano meglio al buio: “Per me il teatro è la vita: là sopra sono nato e là sopra devo morire”). Nell’ultimo scorcio del film Peppino sembra davvero uno Charlot mediterraneo (e a Charlot lo fanno rassomigliare in modo impressionante non soltanto le situazioni, ma anche il trucco, anche certe inquadrature felliniane di mezzo profilo). Certamente è per lui- lui che faceva ridere solo a guardarlo- uno sforzo supremo, il massimo dei virtuosismi, impersonare un comico che non fa ridere; e nella grandezza tranquilla con cui riesce a fingersi un uomo senza qualità l’attore mostra tutto il suo immenso talento e cosa avrebbero potuto farne i registi se l’avessero utilizzato anche fuori dai soliti cliché. Col suo sapore di cosce a buon mercato e paillettes dei poveri, con la sua sensualità non ancora addomesticata e le sue amarezze venate di ottimismo, “Luci del varietà” resta comunque il miglior film sul varietà italiano, che era essenzialmente palcoscenici di provincia, piccole scaramucce, qualche volta battaglie con pubblici dal fischio facile e ballerinette dalle grandi cosce sprecate disposte a tutto per il proprio successo personale. Fellini, entusiasta della sua prestazione, l’avrebbe voluto subito nello “Sceicco bianco”, per il personaggio che sarà poi di Leopoldo Trieste: ma Peppino fu costretto a declinare l’invito a causa dei soliti impegni teatrali.

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Foto di scena che ritrae Peppino De Filippo in “Le tentazioni del dottor Antonio”, episodio del film corale “Boccaccio ’70″(1962), di Federico Fellini.

Si ritroveranno, poi 12 anni dopo con il mediometraggio “Le tentazioni del dottor Antonio”, episodio del film “Boccaccio ’70”. Si narra la storia dell’intransigente moralista, Antonio Mazzuolo il quale dichiara una specie di guerra personale a un gigantesco manifesto che utilizza Anita Ekberg per pubblicizzare le qualità del latte; e i suoi incubi diventeranno realtà. Primo film a colori di Federico Fellini, con un sensazionale Peppino De Filippo, nel più importante ruolo della sua carriera. Perfetto ritratto di un benpensante piccolo borghese ossessionato dall’immagine lussuriosa di Anita Ekberg diffusa dalla pubblicità, in cui Fellini diede certamente un contributo alla battaglia del cinema per la propria libertà di espressione, reso in maniera memorabile dall’attore napoletano. Così memorabile, da entrare di diritto nell’immaginario comune popolare, così come il motivetto che imperversa in tutto il mediometraggio. Il film vuole essere una risposta ai censori della “Dolce Vita”, che accusavano Fellini e Rizzoli, il produttore, di aver fatto un film sui vizi altrui pur essendo loro stessi uomini pieni di vizi. Così il regista riminese si prende la rivincita, ingaggiando anche la stessa Anita Ekberg, che di quell’affresco romano era stato il soggetto centrale nel film e fuori dal film. Anitona, come la soprannominava Fellini per le sue curve giunoniche, diventa un vero e proprio gigante femmina, una donna-montagna come quelle che le antiche leggende ponevano all’origine della vita e dell’universo. Suo contraltare un Peppino stratosferico, che tratteggia deliziosamente il suo censore piccolo piccolo, fanatico e bigotto: sguardo e occhiali da miope, cravatta e abito da onorevole democristiano, capelli rasati alla militaresca, strappa le locandine pubblicitarie osè dalle edicole e la notte, invece di andarsene a dormire, va in giro con la sua 600 a stanare e coprir d’insulti le coppiette imboscate. La sua figurina, con quell’integrità troppo ostentata per non apparire leggermente sospetta, fa il paio con quelle di altri censori del cinema italiano, il Rascel di “Gran varietà” o il Sordi de “Il moralista”. Ma ben diverso è il suo destino quando la smisurata Anita si materializza e scende dal cartellone pubblicitario: inseguito dalla superdonna, quindi preso in mano come una formichina è posato fra i suoi giganteschi seni, l’ometto si spoglia e resta in mutande pur di coprire in qualche modo lo schermo in un geniale colpo di metacinema (“Uscite dal cinema!”, implora agli spettatori guardando nella macchina da presa). Ma alla fine il suo odio eccessivo rivela la propria natura di amore frustrato, di sessualità repressa: e dopo aver assistito al funerale della gigantessa abbattuta, al mattino viene portato via da un’autoambulanza urlando “Anita! Anita!”. Lo stesso Peppino, in un’intervista dei primi anni ’70, considera questa esperienza, probabilmente, come la più prestigiosa della sua carriera.

“Il film ottenne molta notorietà e pur essendo diviso in 4 mediometraggi, il nostro, quello mio e di Federico (anzi Fefè, come da tempo sono abituato a chiamarlo) fu il più apprezzato e riuscito. Io, per quel che mi riguardava, ebbi l’occasione di trarne un prestigio artistico personale grazie soprattutto, a tre coefficienti di importanza capitale: un’ottimo testo finalmente, la regia di Fellini e (immodestamente) la mia prestazione di interprete principale che volli e seppi curare in piena coscienza professionale. Ora io e Federico abitiamo a distanza di poche decine di metri, lui alloggia in via Margutta, io in via del Babuino, ma non ci frequentiamo, oppure è raro che ci si veda. La ragione è dovuta al fatto logico che lui è costretto a girare il mondo per le sue faccende, io per le mie; ma nei pochi momenti di riposo lo ricordo con affetto e infinita nostalgia e son sicuro, sicurissimo, che anche a lui, di tanto in tanto, accade la stessa cosa. Sotto casa mia c’è una bottega di barbiere ove vado io e dove, spesso, va anche Fellini. Bene, ogni volta che mi ci reco domando al proprietario: “Come sta Fellini? L’avete visto?”. La risposta è “…sta bene. Lo vedo spesso, sta girando un nuovo film. Mi domanda sempre di voi raccomandandomi di salutarvi tanto”.

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Peppino De Filippo e Anita Ekberg nel capolavoro di Federico Fellini, dal titolo “Le tentazioni del dottor Antonio”(1962).

Domenico Palattella

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