La Cappella Sistina

By Domenico Palattella

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«Senza aver visto la Cappella Sistina non è possibile formare un’idea apprezzabile di cosa un uomo solo sia in grado di ottenere.»

(Johann Wolfgang von Goethe)
La Cappella Sistina (Latino: Sacellum Sixtinum), dedicata a Maria Assunta in Cielo, è la principale cappella del palazzo apostolico, nonché uno dei più famosi tesori culturali e artistici della Città del Vaticano, inserita nel percorso dei Musei Vaticani. Fu costruita tra il 1475 e il 1481 circa, all’epoca di papa Sisto IV della Rovere, da cui prese il nome.

È conosciuta in tutto il mondo sia per essere il luogo nel quale si tengono il conclave e altre cerimonie ufficiali del Papa (in passato anche alcune incoronazioni papali), sia per essere decorata con una delle opere d’arte più conosciute e celebrate della civiltà artistica occidentale, gli affreschi di Michelangelo Buonarroti, che ricoprono la volta (1508-1512circa) e la parete di fondo (del Giudizio universale) sopra l’altare (1535-1541circa).

È considerata forse la più completa e importante di quella «teologia visiva, che è stata chiamata Biblia pauperum». Le pareti inoltre conservano una serie di affreschi di alcuni dei più grandi artisti italiani della seconda metà del Quattrocento (Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Pinturicchio, Domenico Ghirlandaio, Luca Signorelli, Piero di Cosimo e altri).

Nel 1368 si ha la prima menzione di una cappella papale preesistente in Vaticano, che nell’anno successivo venne decorata da Giottino e Giovanni da Milano[3].

I propositi di ripristino dei più importanti monumenti cristiani di Roma, devastati dall’abbandono, dall’incuria e dalle lotte civili durante la cattività avignonese, fu uno dei progetti più ambiziosi dei papi del XV secolo, a partire da Martino V[4]Sisto IV, già professore di teologia nelle maggiori università italiane e generale dei francescani, raccolse questo impegno e già poco dopo la sua elezione (agosto 1471), iniziò un’opera di interventi di recupero e monumentalizzazione del tessuto urbano di Roma, che culminò nella ricostruzione e nella decorazione della cappella palatina del Palazzo Apostolico, che in seguito prese il suo nome. Il progetto architettonico dovette prendere corpo nel 1473, su disegno di Baccio Pontelli. Nel 1477 venivano abbattuti i resti ormai fatiscenti della costruzione precedente, sfruttandone le fondazioni e la base dei muri sani per la nuova cappella. Pare che le pareti medievali venissero conservate fino all’altezza della prima cornice, giustificando le irregolarità in pianta[4]: i lati maggiori infatti convergono verso quello di fondo, il quale a sua volta non è perfettamente parallelo a quello dell’altare[3]. Tutto l’edificio venne comunque rivestito di una cortina laterizia e rinforzato da un basamento a scarpa; furono realizzate nuove volte sia nella copertura, sia negli ambienti dei maestri di cerimonia al di sotto della cappella[3].

Le funzioni della cappella non mutarono rispetto alla precedente e a quella analoga nel Palazzo dei Papi di Avignone, come sede delle più solenni cerimonie del calendario liturgico svolte dalla corte papale. Tale necessità richiedeva una cornice particolarmente fastosa, che mostrasse inequivocabilmente la Maiestas papalis ai partecipanti ammessi al cerimoniale, che erano essenzialmente il collegio dei cardinali, i generali degli ordini monastici, i diplomatici accreditati, i membri di grado più alto nella compagine statale pontificia, il senatore e i conservatori della città di Roma, i patriarchi, i vescovi e i principi o le personalità eminenti in visita. A costoro si aggiungeva una folla di altri personaggi ammessa ad assistere alle funzioni oltre la transenna marmorea che separa tutt’oggi la cappella papale vera e propria (con l’altare)[4].

La costruzione venne avviata nel 1477 con la supervisione ai lavori di Giovannino de’ Dolci. Nell’estate del 1481 doveva essere già conclusa, poiché è già documentato lo svolgimento della decorazione ad affresco delle pareti[4]. L’aspetto dall’esterno doveva essere grandioso, paragonabile solo con edifici di età imperiale.

La consacrazione della cappella risale alla prima messa del 15 agosto 1483, quando venne dedicata all’Assunzione della Vergine Maria.

Il programma generale della decorazione pittorica della cappella fu articolato su tre registri dal basso verso l’alto: lo zoccolo con finti arazzi, il secondo ordine con scene del Vecchio Testamento (scene della vita di Mosè) e del Nuovo Testamento (scene della vita di Cristo) e infine l’ordine più alto con la rappresentazione di pontefici martirizzati.

La decorazione pittorica venne avviata, nella parete dietro l’altare (quella oggi del Giudizio), dal Perugino[5], il quale aveva già lavorato per il papa nella distrutta Cappella della Concezione nell’antica basilica di San Pietro in Vaticano e che realizzò anche la pala d’altare raffigurante la Vergine Assunta. La volta fu decorata da un cielo stellato di Piermatteo d’Amelia[5], seguendo una tradizione medievale.

Nel frattempo il signore di Firenze Lorenzo de’ Medici, nell’ambito di una politica riconciliativa con gli avversari che avevano appoggiato la Congiura dei Pazzi (1478), tra cui lo stesso papa, propose l’invio dei migliori artisti presenti allora sulla scena fiorentina, quali ambasciatori di bellezza, armonia e del primato culturale di Firenze[6]. L’offerta venne accettata e il 27 ottobre 1480 Sandro BotticelliCosimo RosselliDomenico Ghirlandaio e i rispettivi collaboratori partirono per Roma, dove sono documentati all’opera dalla primavera del 1481[6].

Ciascuno di questi artisti, con gli aiuti, tra gli altri, degli aiutanti PinturicchioPiero di Cosimo e Bartolomeo della Gatta, affrescò uno dei quattro riquadri nella parete a destra dell’altare, poi, con un nuovo contratto datato 27 ottobre 1481, vennero riconfermati per l’esecuzione degli altri dieci riquadri restanti (i due sulla parete dell’altare erano già stati completati da Perugino nella primissima fase) da ultimare entro il marzo dell’anno successivo. I termini non vennero sempre rispettati e al Perugino subentrò Luca Signorelli, che affrescò il Testamento di Mosè e la Contesa intorno al corpo di Mosè sulla parete dell’ingresso[5]. Il complesso programma iconografico venne definito in ogni particolare dal pontefice stesso e dai suoi consiglieri, anche se la sua stessa complessità necessitò un intervento di grande importanza da parte degli artisti nell’invenzione figurativa e iconografica[7]. Da notare il piccolo contributo pittorico che il maestro Brunelleschi diede nell’ala nord dell’edificio. La concezione del programma iconografico complessivo fu ripresa secondo alcuni storici dall’Expositio super septem visiones libri apocalypsis, esegesi di episodi biblici risalente forse al nono secolo,[8] ovvero dall’opera di Gioacchino da Fiore, autore di una complessa teoria della “concordia” tra Antico e Nuovo Testamento.

Il risultato fu un ciclo di grande omogeneità, nonostante la partecipazione di artisti dalle personalità marcatamente diverse. Ciò fu possibile grazie all’adozione di una medesima scala dimensionale delle figure, all’impaginazione e strutturazione ritmica simile, alle medesime tonalità dominanti, tra cui spicca l’abbondanza di rifiniture in oro, che intensificano la luce con effetti che dovevano apparire particolarmente suggestivi nel bagliore delle fiaccole e delle candele

Lo splendido complesso voluto da Sisto IV fu anche nei decenni successivi al centro degli interessi dei pontefici, con interventi che costituiscono pagine fondamentali dell’arte del pieno Rinascimento[9].

Nella primavera del 1504 la particolare natura del terreno su cui sorge la cappella determinò probabilmente un inclinamento della parete meridionale che, in seguito ad assestamenti, lasciò una vasta e minacciosa crepa sul soffitto, che necessitò una sospensione di tutte le funzioni nella cappella in via precauzionale[10].

La decorazione pittorica venne concepita in stretto rapporto con le proporzioni architettoniche della cappella, assecondando la scansione delle pareti. Le partizioni si basano infatti sulla scansione delle finestre, che genera lo spazio per sei riquadri sotto ciascuna finestra delle pareti laterali e per due in quelle frontale e posteriore[5].

Verticalmente gli affreschi sono ripartiti in tre registri: uno inferiore con finti tendaggi, per la cui decorazione vennero poi eseguiti gli arazzi di Raffaello; uno intermedio con le Storie di Mosè e Aronne sul lato sinistro e le Storie di Gesù sul lato destro, con fitti rimandi tra una parete e l’altra; uno superiore, oltre un cornicione fortemente sporgente, che coincide con il livello delle finestre e che a sua volta è divisibile in due sottoregistri: uno con le figure dei primi pontefici (da Pietro a Marcello) entro nicchie ai lati delle finestre e uno, oltre un’altra cornice aggettante, delle lunette affrescate poi da Michelangelo[5]. Anche la parete di fondo presentava uno schema simile, con al centro, in corrispondenza dell’altare, una pala affrescata dal Perugino con l’Assunta, a cui era dedicata la cappella, venerata da Sisto IV in ginocchio[5].

Le corrispondenze tra le coppie simmetriche di riquadri tra una parete e l’altra – in base all’iconografia tipologica – sono esplicitate dalle iscrizioni (tituli) nel fregio soprastante: l’antico prefigura il nuovo e il nuovo si perfeziona dall’antico, secondo un concetto già espresso da sant’Agostino: «Dio, ispiratore e autore dei libri dell’uno e dell’altro Testamento, ha sapientemente disposto che il nuovo fosse nascosto nell’antico e l’antico diventasse chiaro nel nuovo».

Il messaggio sottinteso è quindi come Mosè, prima guida e legislatore del popolo eletto, con l’aiuto del sacerdote Aronne, prefiguri il Cristo, all’insegna della continuità della legge divina che, nel rinnovarsi delle leggi mosaiche nel nuovo patto del messaggio evangelico, viene poi trasmessa da Gesù a san Pietro e ai suoi successori, cioè i pontefici stessi[5]. In questo senso aveva un ruolo fondamentale la scena della Consegna delle chiavi, affidata al Perugino, che testimonia il passaggio di tali poteri; sul lato opposto la Punizione di Quorah e dei suoi figli, di Botticelli, allude invece alla punizione che spetta a chiunque si opponga all’autorità del pontefice[7]. Si tratta dunque di una solenne riaffermazione di natura politica e dottrinale del primato di san Pietro, della sua sacralità, intangibilità e della pienezza dei poteri del pontefice.

Il ciclo della Sistina rappresenta una gigantesca storia spirituale dell’Umanità: dalla Creazione al Peccato, alla Redenzione, alla Fine del Mondo. Gli affreschi delle pareti sono una rappresentazione del Regno della Legge e di quello della Grazia, resi con un tono commemorativo e agiografico. Michelangelo intese la creazione e il peccato come drammi dell’umanità intera, e la Redenzione un atto di speranza e di fede che si realizza in ogni momento e luogo. La dottrina neoplatonica, presente nella sua formazione culturale, lo conduce ad una profonda spiritualità interiore. Le varie figurazioni hanno, oltre che un significato letterale (Storie del popolo eletto), una più universale funzione di rivelazione degli stati d’animo dell’uomo dopo il Peccato: la tristezza della inconsapevole attesa (Antenati di Cristo), la cieca speranza di fronte al miracolo (Salvazioni di Israele), la virile serenità della coscienza del futuro (Profeti e Sibille).

1024px-The.Calling.of.the.First.Apostles
Ghirlandaio, Vocazione dei primi apostoli
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Perugino, Consegna delle chiavi
Botticcelli,_Sandro_-_The_Punishment_of_Korah_and_the_Stoning_of_Moses_and_Aaron_-_1481-82
Botticelli, Punizione dei ribelli

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