Le sperimentazioni degli anni ’80: Renzo Arbore, Maurizio Nichetti, Lello Arena

 

renzo arbore
Renzo Arbore in una scena del “Pap’occhio”(1980), film strampalato e bizzarro diretto dallo straordinario e poliedrico autore foggiano.

Gli anni ’80 del cinema italiano si caratterizzano anche, per alcune “sperimentazioni”, meritevoli di considerazione, nonché per l’affermazione di cineasti destinati a fare la storia del nostro cinema e a riportarlo alle meritate vette d’un tempo. Senza dubbio, tra le sperimentazioni più interessanti dal punto di vista visivo ed innovativo, spiccano le figure di Renzo Arbore e di Maurizio Nichetti, i quali rappresentano un unicum nella storia del nostro cinema: goliardico e dissacrante il primo; surreale e mimico il secondo, degno erede della comicità dei fratelli Marx, non pronuncia quasi mai una parola nei suoi film, ma risulta divertente come una marionetta disarticolata. Per entrambi, come anche per Lello Arena, il rapporto con il cinema si può definire “intenso, ancorché limitato”. “Intenso” perché il lavoro cinematografico dei tre è di assoluto livello, e in qualche modo è rimasto nella storia e nella memoria collettiva; “limitato”, perché il loro cammino cinematografico è stato discontinuo, fatto di lunghe pause e di brevi momenti di furore, comunque importanti, interessanti e molto popolari. Per loro non vale la definizione, attribuita in uno dei saggi precedentemente pubblicati su questo sito, ovvero di “meteore o astri di breve durata”, ma piuttosto di brevi stagioni di successo, inserite in tre carriere artistiche importanti, culminate in altre tipologie di spettacolo, ma che hanno avuto nel cinema uno sbocco interessante e appunto “ancorché limitato”.

renzo arbore il pap'occhio
Nel suo “Pap’occhio”(1980), Renzo Arbore rifà, in chiave parodistica, l’ultima cena di Gesù. Al suo fianco Andy Luotto e Roberto Benigni.

• Renzo Arbore

Il poliedrico Renzo Arbore, artista come pochi nella storia dello spettacolo nazionale, ha riscosso successo in tutti i campi artistici: nella musica, in radio e soprattutto in televisione. Restano memorabili le sue trasmissioni radiofoniche e televisive, scritte insieme a Gianni Boncompagni: Bandiera gialla(1965), Per voi giovani(1967), Alto gradimento(1970), Speciale per voi(1969-1970), una sorta di processo ai cantanti del periodo, L’altra domenica(1976-1979), in cui creò uno stile alternativo in diretta concorrenza con la contemporanea Domenica in di Corrado, Quelli della notte(1985), Indietro tutta! (1988) e la recente Speciale per me – meno siamo meglio stiamo (2005). Renzo Arbore è stato dunque, realizzatore e presentatore di programmi televisivi da annoverare tra i più intelligenti ed esilaranti prodotti in Italia, aventi un sottile umorismo, una graffiante satira ed un folto numero di comici in stato di grazia destinati a fare la storia dello spettacolo e del cinema italiano: Roberto Benigni, Nino Frassica, Francesco Paolantoni, Pietra Montecorvino, Marisa Laurito, solo per citarne alcuni. A questa carriera poliedrica, arricchita da quella di “scopritore di talenti”, si aggiunge anche quella di regista e attore cinematografico. Due soli film (Il pap’occhio e F.F.S.S. cioè…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?), giusto un assaggio, ma quanto basta per lasciare un segno indelebile nella storia del cinema italiano, con la sua satira pungente, unita ad una comicità goliardica e dissacrante. Il pap’occhio, del 1980, viene considerato uno dei film sperimentali ed umoristici più geniali del cinema italiano, proprio perché tutte le prassi cinematografiche classiche, vengono smontate, in favore di una visione del tutto personale di cinema. Con Il pap’occhio, il confine tra cinema e televisione pare andare rapidamente dissolvendosi. Benché il dialogo tra i due media fosse stato intenso e a volte proficuo fin dagli anni ’50, negli anni ’80 e ’90 lo spettatore potrà infatti ritrovare i suoi beniamini indifferentemente sul piccolo e sul grande schermo. Il film racconta dell’incarico di costruire un palinsesto per la televisione Vaticana assegnato dal Papa a Renzo Arbore. Arbore interpreta se stesso, nonché il capocomico della sbilenca banda dell’Altra Domenica. Ma la genesi del film, fu molto particolare e val la pena approfondirla, anche perché ne fuoriesce tutto il genio e l’inventiva dilagante dell’artista foggiano. Arbore si definisce poi l’inventore del proverbiale cazzeggio artistico (forse, paradossalmente, la sua più grande creazione, a cui buona parte dei comici odierni si affidano e nei cui confronti devono essere grati) e il riscopritore dell’improvvisazione, nonché ambasciatore nel mondo della tradizione della musica napoletana classica. In altre parole: un picco di luce e allegria in quell’immenso triste mare che è la televisione italiana, monotona e squallida, basata sui soliti tormentoni e sugli stessi quiz di sempre. Il Pap’ occhio è dunque, uno dei mezzi più interessanti per poter rivedere su schermo la sua inventiva, il suo carisma e il suo stile innato, e quindi una buona occasione per chi ancora non lo conosce e per chi invece già lo apprezza. E questo conferma il cinema come l’unico mezzo di comunicazione a rimanere nel tempo, a far rimanere vivi, nella mente dello spettatore, visi e volti destinati a sopravvivere all’oblìo dei tempi e delle menti. Era ovvio dunque, che i produttori inducessero Arbore alla realizzazione di un film, dopo l’immenso successo dell’Altra domenica. Ma cosa realizzare per non dare il senso di ripetizione o per non far sembrare l’impresa solamente come un azione a scopi economici? Le idee sono poche, il tempo passa, il nostro si scoraggia sempre di più: un atmosfera angosciosa per lui, che ha ormai paura di rinunciare, di dover dire di no. Ma dopo cosa avrebbero detto di lui? Per che cose sarebbe passato? Per un autore senza idee, senza inventiva? Le idee c’erano, ma non erano quelle giuste. Come fare? E cosi una notte Arbore fa un sogno bizzarro. Appena sveglio Arbore telefona a Isabella Rossellini (nel film dolce e incantevole, nonché protagonista di una delle uniche scene alla fine poi tagliate dalla censura) e le dice, trionfante, che ha trovato l’idea per il suo film, un idea improvvisata e rischiosa, che però lo entusiasta: fare un film in cui il Papa chiama lui e la sua combriccola per metterli a capo di un improbabile Tele-Vaticano. I consigli negativi di alcuni suoi illustri conoscenti (su tutti Sergio Corbucci) non lo hanno distolto dal suo obiettivo, e cosi comincia a scriverne la sceneggiatura assieme a Luciano De Crescenzo, con cui, tra un foglio scritto e l’altro, ride, scherza e manda avanti quell’idea di cazzeggio, di goliardia cha lo hanno accompagnato in tutta la sua carriera. Il risultato è questo “pap’occhio”,un film caratterizzato, bisogna dirlo, da una regia e una fotografia di stampo televisivo, incurante di ogni classica regola cinematografica, girato un po’ alla carlona, raffazzonato:tutti difetti che, però, finiscono con il diventare pregi in un opera nella quale nulla è perfetto,che non è e non vuole essere ne irriverente ne satirica (nonostante sia stata tolta dalle sale cinematografiche dopo pochi giorni e messa sotto processo), ma piuttosto autoironica, un autoironia che risulta efficace e giocosa. Ne é venuto fuori un gustoso miscuglio di omaggi alla slapstick comedy, citazioni, autocitazioni, trovate bizarre (e surreali), rimandi alla commedia all’italiana (nel rappresentare un pittoresco gruppo di persone alle prese con un compito superiore alle loro forze), cadute nel trash puro in cui non stona neppure Milly Carlucci nei panni di una suora. Cosi’ Arbore realizza un film che si’, si può classificare come una delle tante commedie basate su tormentoni e farsa realizzate in Italia durante gli anni 80, ma che non solo è intelligente e a tratti rivoluzionario, ma è anche meglio di altri prodotti comici dell’epoca, molto più ambiziosi di questo. Perché il film, nonostante risulti una pellicola sgangherata e a tratti tirata per le lunghe, possiede un umorismo sincero,genuino, senza intellettuali pretese, atto al solo scopo di divertire e divertirsi (rimandando, in qualche modo, all’avanspettacolo, alle pellicole rivistaiole anni’50), che trasmette bene l’atmosfera del periodo e regala pezzi da mandare a memoria,( vedasi la canzone Non correre papà, oppure il monologo di Benigni sul Giudizio Universale, inizialmente statico,proclamato con un ritmo che rallenta piano piano, esaltando,così, la comicità e il senso di improvvisazione del comico toscano. Ecco, si può dire che buona parte del film sia costruito su di lui, a cui dobbiamo il successo economico e di cassetta, ma forse anche qualcosa in più. Perché è quello che meglio rappresenta lo spirito del gruppo e dell’impresa: un vero e proprio folletto infantile e capriccioso, irriverente e scatenato: il suo dialogo con il cardinale Richelieu vale tutto il film. Uno scherzo cinematografico insospettabilmente riuscito, in linea con il suo illustre antecedente televisivo. Da annoverare i cammei di Mariangela Melato (grande signora del cinema italiano e da sempre unita da questioni sentimentali ad Arbore) e di un ammutolito Martin Scorsese (ebbene si’ …proprio lui, allora compagno della Rossellini:la sua apparizione è una vera e propria chicca), nonché tessere una lode per le intramontabili Sorelle Bandiera, gli irresistibili Mario Marenco,Cesare Gigli ( l’insegnante di italiano) e Andy Luotto ( alle prese con la statua di San Simeone). Da evidenziare anche l’esordio del Terrunciello Diego Abatantuono (che tenta di spiegare maldestramente la Divina Commedia, e ricopre il ruolo di successore, tra virgolette, dell’Arcangelo Gabriele); e di una dolce e comprensiva Isabella Rossellini. Infine ottimi l’attore teatrale Graziano Giusti e Manfred Freyberger, l’attore che interpreta il Papa, morto poco dopo la fine delle riprese, che tutti ricordano come una persona dolce e sensibile, e di cui manteniamo un ricordo proprio grazie a questo film, un film che nonostante le critiche negative (anche se perfino artisti del calibro di Federico Fellini lo hanno saputo apprezzare) e i pur evidenti difetti diverte e mette allegria, buon umore, rimanendo fresco e godibile ancora oggi. Il successivo F.F.S.S ovvero cosa ci stai a fare sopra Posillipo se non mi vuoi più bene? titolo che, per lunghezza rimanda ad alcuni di Lina Wertmuller, conferma le caratteristiche del primo film: ottimo gruppo di caratteristi, ricchezza di invenzioni e annotazioni. Una sarabanda di invenzioni col freno a mano in totale autonomia, una vena surreale umoristica ma stavolta più libera e svincolata del Pap’occhio, (anche se nel complesso inferiore) ne fanno un film assurdo nella storia del nostro cinema. E’ la storia di due aspiranti registi, Arbore e De Crescenzo (nei panni di loro stessi), che raccolgono casualmente dei fogli volati via dalla finestra della casa di Fellini contenenti gli appunti per il suo nuovo film: Federico Fellini Sud Story. La storia è quella di una ragazza napoletana, custode dei bagni pubblici, che corona il sogno di diventare una star della musica grazie al suo ignorante e goffo manager. Nell’apoteosi finale la ragazza è a Sanremo che canta “Nuie simmo d’o Sud”. Arbore non è e non sarà mai un grande regista, piuttosto un eccelso umorista, e questa epopea della brutta, realmente brutta, Pietra Montecorvino, gli riesce bene. Senza contare la comparsata di Benigni nel ruolo dello sceicco Beige, la traduzione in arabo di Andy Luotto, l’uomo cloaca, le partecipazioni di Federico Fellini e Massimo Troisi: tutto assolutamente esilarante. Lazzi e stramberie, luoghi comuni vari e surrealismo a iosa, che fanno del cinema di Renzo Arbore una perla umoristica di elevato livello, in ossequio alla carriera di uno degli umoristi più raffinati del nostro spettacolo.

Ratataplan-Nichetti
Maurizio Nichetti in “Ratataplan”(1979), il film che lanciò la sua maschera nel cinema italiano.

• Maurizio Nichetti

Maurizio Nichetti: il “Woody Allen italiano”, ma anche il comico più vicino alla mimica surreale di Chaplin e Keaton, con i baffetti alla Groucho Marx e la vis-comica elegante e totalmente fisica. Nichetti è stato uno degli artisti più poliedrici del panorama dello spettacolo nazionale: regista, sceneggiatore, attore. Il suo esordio sul grande schermo è scintillante: Ratataplan(1979), un film poetico e surreale, quasi paragonabile ad un film muto. La storia fu girata in ristrettezze di mezzi e con bassissimi costi, ma ebbe un clamoroso successo di pubblico e giunse ad incassare più di sei miliardi di lire al botteghino, conquistando il secondo posto stagionale dietro Mani di velluto. La quasi assenza di dialoghi, sostituiti da puri suoni onomatopeici e ambientali rese pressoché superfluo il doppiaggio della pellicola e consegnò alla storia una vecchia maniera di fare cinema, elegante e surreale, in ossequio alla regola principale del cinema, ovvero che contano più le immagini che le parole. Di Nichetti, intelligente artista di cinema oltre ogni misura, si coniò anche il termine di “Georges Méliès all’italiana”, proprio per il gusto dell’immagine e per quella lirica innocenza di fondo, misura caratterizzante del suo cinema. Quella di Ratataplan è la storia dell’ingegner Colombo (lo stesso Nichetti), il quale avendo dimostrato fantasia ad un test di assunzione, viene scartato. Ripara a fare il cameriere in un bar dove crea un intruglio miracoloso che fa riacquistare la facoltà di camminare ai paralitici (stupendo e delirante lo sketch del bicchiere d’acqua, che durante il percorso subisce una sequela di ridicoli e bizzarri incidenti). Il prodotto magico però, viene sfruttato da altri e lui è licenziato. Dopo altri frustranti incidenti, troverà la felicità solo grazie ad una ragazza bruttina ma dal cuore d’oro (Angela Finocchiaro). Il film fu esportato letteralmente in tutto il mondo, ridando dignità ad un mondo magico quale quello del muto. Lo stesso personaggio di Colombo infatti, interpretato da Maurizio Nichetti, è un aperto omaggio ai comici classici: per circa un terzo della pellicola l’attore indossa il frac alla Charles Chaplin; inoltre la sua malinconica impassibilità di fronte alle sfortune della vita gli valse il titolo di piccolo Buster Keaton longobardo. Dopo Ratataplan vennero altri film di successo, su tutti Ho fatto splash(1980), Ladri di saponette(1989) e Volere volare(1991), tutti capolavori del cinema surrealistico, etichettati dai critici come figli del “neorealismo fantastico”. Lo stesso Nichetti, nel corso di un’intervista, ha spiegato questo aneddoto: “I miei film sono stati etichettati così e ne sono felice. Neorealismo perché parlavano sempre di vita vissuta, fantastico perché non mi è mai piaciuto riproporre la realtà come in un documentario. Ho sempre preferito la favola, il sogno, la fantasia, ma sempre per parlare della realtà”. Il primo film di questo trittico è Ho fatto splash, considerato rispetto al precedente film, meno fresco, ma più costruito narrativamente: satira sui falsi miti della televisione e del carrierismo. E’ la storia di Maurizio, risvegliatosi da un letargo durato vent’anni (si era addormentato sentendo Nilla Pizzi cantare Grazie dei fior), che viene mandato a vivere a casa della cugina Carlina. Questa divide l’appartamento con due amiche: un’aspirante attrice e una disoccupata. L’arrivo di Maurizio è fonte di innumerevoli incidenti che portano una ventata di aria nuova nella vita delle tre ragazze.  Un giorno, dietro le quinte di uno spot pubblicitario su una bevanda gassata, Maurizio si introduce all’interno di essa casualmente, aprendo involontariamente una bottiglia, giustificandosi col regista inglese dello spot con la frase “Ho fatto splash!”: da qui parte l’idea di riscrivere lo spot, ed é così che Maurizio fa suo questo slogan che giustifica, soprattutto, il titolo del film. Elogio a Charlot. Nichetti é geniale in quello che fa e questa pellicola lo dimostra: si intuisce una certa cultura televisiva da parte del regista, che nel film continua a riportare vari programmi televisivi, quali spettacoli, cartoni, ect. Ma il vero punto cruciale é proprio la satira schiacciante sulle pubblicità: brillante l’idea di Nichetti nel rispecchiare, nell’idea di base di un semplice sbaglio, l’idea di un uomo col cervello di un neonato. La giustificazione porta ad un nesso all’interno del film, che continua ad essere riportato nelle disavventure da Maurizio svolte, ad esempio il disastroso matrimonio di Carlina e il suo sposo. Non meno importante sono le grandi citazioni, sotto forma di immagini, di Charlot e Stanlio e Ollio, grandi protagonisti della comicità slapstick mondiale. Sulla stessa falsariga anche i successivi film, da regista e attore. Ladri di saponette, che gioca sul titolo del film neorealista per eccellenza (Ladri di biciclette), è il capolavoro della carriera di Nichetti, ed è un’intelligente e ironica operazione sulla contaminazione cinema-tv-pubblicità, con curiosi salti nei diversi livelli del racconto, che sorprendono e spiazzano, e che confermano l’assoluta originalità del proprio modo di fare cinema. La trama si sviluppa in maniera del tutto surreale, issando il film come uno dei più bizzarri dell’intera cinematografia italiana, una pietra miliare di raro valore, in un continuo e spiazzante scambio tra realtà e finzione. Mentre in uno studio televisivo avviene un colto dibattito su un film girato “alla maniera” del neorealismo, sul televisore di una famigliola di teledipendenti iniziano ad avvenire strani scambi tra film e pubblicità, tra realtà e finzione, senza che nessuno se ne accorga. Nell’omologazione generale, nella “marmellata catodica” che si spande ogni giorno dal piccolo schermo ognuno può trovare ciò che vuole. Con tenerezza ed umorismo, Nichetti riassume genialmente, gli ultimi 40 anni della storia italiana e il loro radicale mutamento di costume: dalla retorica pauperista e cinematografica degli anni ’40, alla retorica opulenta e televisiva degli anni ’80. Affidiamo alle parole di Maurizio Nichetti, la spiegazione dell’essenza del film, nonché il suo significato più recòndito: “Mi piaceva giocare con i tre livelli di realtà diversi. Il primo è quello del neorealismo, che per noi non corrisponde alla realtà ma a quel particolare tipo di film in bianco e nero. Poi c’è il livello dell’iperrealismo pubblicitario, cioè di una realtà che non è tale ma che la pubblicità ci presenta come reale: un mondo dove tutto è bello e colorato. Infine c’è la realtà della famiglia di telespettatori, che si trova di fronte all’iperrealismo e al neorealismo e non li distingue più, se non perché uno è a colori e l’altro in bianco e nero. Quindi, nel momento in cui i personaggi cambiano status e passano da un livello all’altro, i telespettatori non capiscono più niente, e lo straniamento dunque, investe tutti i livelli che compongono il film”. Il film piacque tantissimo soprattutto all’estero, dove Nichetti vinse il Premio come miglior film straniero al prestigioso Festival del Cinema di Mosca, denominato San Giorgio d’oro. Qui da noi, invece, il film si aggiudicò il Nastro d’Argento come miglior soggetto, per “l’originalità e per le surreali invenzioni della storia”. L’ultimo film davvero memorabile dell’artista è Volere volare(1991), un film che ha preteso ben cinque anni di lavorazione e persino un certo numero di impegni persi dai due registi (il secondo è Guido Manuli, con un’elegante animazione) per poter finalmente realizzare un suo sogno. Un lavoro magistrale, anche se, in fin dei conti Volere Volare è uno scherzo, partorito dalla mente geniale di Nichetti. Difficile ripensarlo oggi in un panorama, come quello del cinema italiano, che lo massacrerebbe. I due registi facendosi affascinare dalla magia fanciullesca del cinema, come moderni Macario, riescono a farci ritornare bambini. La vita scorre normalmente per il timido Maurizio, doppiatore di cartoni animati, dove lavora con suo fratello. Un giorno scopre l’amore per un’assistente sociale che si occupa soprattutto di casi sessuali, ma intanto sta succedendo l’irreparabile: si sta trasformando anch’esso in cartoon. Dinamico, irrazionale, divertentissimo (uno dei must è la scena del ristorante), supportato da una bravissima Angela Finocchiaro e dai suoi fidi cartoon, il film è basato tutto sull’estro di Nichetti, che riesce a tirare fuori di tutto e di più dalle situazioni quotidiane. Notevole la filosofia della vita come un cartoon, poichè il protagonista, immedesimatosi totalmente nel suo lavoro, non riesce a fare niente altro che cartoon. Anche quando prova a sfondare nel cinema con “un film vero”, mette ancora i rumori tipici dei cartoon. Il tutto è un’inno all’animazione e alla sfrenata allegria infantile. Nichetti non è solo un bambinone che all’epoca del film aveva una cinquantina d’anni, ma è anche un furbo direttore d’orchestra cinematografica, un’orchestra che ruota intorno ad una figura tesa e poco marginale e intorno soprattutto all’estro del grande attore e comico. Tantissimi i disegni realizzati dal duo di registi per impreziosire il film, mentre Nichetti si trasforma in cartoon. Questo dona a questa bella operetta un non so chè di infantile che non nuoce, anzi. Potrebbe sembrare un film volgare, per la figura, riuscitissima di Angela Finocchiaro, una specie di prostituta di lusso, che se ne va in giro mezza nuda o del tutto nuda praticamente in quasi tutte le scene del film, ma il lungometraggio, alla fine, è più casto di una fiction di poco successo. Nichetti si riserva anche qualche pizzicatina all’oscuro mondo dei mass-media e della comunicazione, mentre crea un’ode all’immedesimazione nel lavoro e nel racconto. Probabilmente, realizzando questo film Nichetti è diventato a sua volta un cartoon. Probabilmente. Fatto stà che il film non ci indica la vitalità, l’allegria, la voglia di essere, di sentirsi amati, come risolutiva ed angosciante, ma come liberatoria ed ottimistica. Per questo tutto funziona alla grande: i tempi comici (importanti per un’opera del genere) sono lineari e non si oltrepassano i limiti; le gag non sono mai stantìe, anzi; i personaggi hanno tutti un loro certo fascino segreto che sta nascosto anche dentro la loro maschera da cartoon. Già, la maschera da cartoon. Volere Volare è uno scioglilingua cinematografico che presenta anche un ammiccamento puro e metaforico alla maschera da cartoon che ognuno di noi porta, oltre ad essere un magistrale esempio di comicità intelligente e non volgare. Insomma, un film adulto che piace ai bambini e che appassiona perfino gli anziani. Inserito di diritto tra i cento film italiani di tutti i tempi, issa definitivamente Nichetti tra gli autori italiani di maggior spessore. Ed ecco perchè, anche tra 50-60 anni, sarà sempre bambino. Proprio come Nichetti. Il film vinse numerosi premi nazionali e internazionali, tra cui quello alla miglior regia al Montreal World Film Festival; alla miglior sceneggiatura ai Globi d’oro e ai David di Donatello.

lello arena
Lello Arena in un fotogramma tratto da “No grazie, il caffè mi rende nervoso”(1982), un mix riuscito tra thriller, giallo, commedia e folklore napoletano.

• Lello Arena

La carriera artistica di Lello Arena, pur essendo pienamente indipendente e arricchita da numerosi successi personali, non può essere slegata da quella di Massimo Troisi, con il quale condivise le scalcinate e polverose assi dei palcoscenici di provincia, prima del trionfo cinematografico. Assieme a Massimo Troisi e ad Enzo Decaro, Arena formò il trio “La Smorfia”. Il trio, durante gli inizi spesso non veniva neanche pagato e recitava quasi esclusivamente per gusto e per passione. Non potevano neanche permettersi abiti eleganti e accessori raffinati. Il tutto era quindi svolto in maniera volutamente grossolana, con scene e costumi piuttosto scarni ed essenziali. Il successo arrivò con l’esordio al Teatro San Carluccio di Napoli, grazie all’improvviso forfait di Leopoldo Mastelloni, poi approdò al cabaret romano “La Chanson” e successivamente alla trasmissione radiofonica Cordialmente insieme. Infine, notato da Enzo Trapani e da Giancarlo Magalli, esordì nel programma televisivo Non stop. “La Smorfia” approdò anche in Luna Park, il programma del sabato sera condotto da Pippo Baudo, e rimase attivo dal 1979 fino all’inizio degli anni ‘80, mettendo in scena una vasta gamma di sketch. Il successivo successo cinematografico di Troisi, vide il gruppo sciogliersi, e mentre Decaro intraprese una profonda crisi artistica; Lello Arena, dal canto suo, anche rimanendo per alcuni anni strettamente a contatto con Troisi, riuscì a formare, esattamente come Massimo, una propria indipendente identità cinematografica. Nel 1981, Lello Arena interpreta il personaggio di Lello, l’amico invadente del protagonista Gaetano (interpretato dallo stesso Troisi), nel film che lancia la stella di Massimo, ovvero Ricomincio da tre. Dell’anno successivo è il suo debutto da protagonista assoluto, con il film No grazie, il caffè mi rende nervoso, firmato da Lodovico Gasparini, con la collaborazione alla regia dello stesso Lello Arena. Il film, divenuto fin da subito un vero e proprio cult, appassionò molti spettatori ed ebbe un considerevole successo di pubblico. L’idea nasce da un soggetto di  Massimo Troisi, che si riservò per sè una partecipazione straordinaria nei panni di sè stesso, interessato a mostrare, con umorismo e acutezza, tutta l’ambiguità di una città come Napoli, bellissima ma degradata, perennemente in bilico tra mandolini e delinquenza, pizza e povertà, canzoni tradizionali e voglia di rinnovamento. Dal soggetto alla sceneggiatura, firmata tra gli altri anche da Lello Arena, alcune cose cambiano, fermo restando il fatto che l’idea originale non viene affatto snaturata. Più che altro si infittisce la trama, che diventa ricca di avvenimenti e farcita di situazioni surreali, eventi incomprensibili, personaggi bizzarri e stravaganti. Il film non rientra in un genere cinematografico preciso, ma coniuga il thriller con la commedia, offrendo spunti interessanti e battute memorabili. Lello Arena, come detto, interpreta il protagonista, lo spaurito giornalista Michele, che, condizionato da un raptus, il cui movente sta nel totale rifiuto di una Napoli da allontanare dai soliti stereotipi, inizia ad uccidere i partecipanti del Primo Festival “Nuova Napoli” (tra cui Massimo Troisi e James Senese). La definitiva affermazione cinematografica della stravagante figura di Lello Arena si compie poi l’anno successivo, quando giocò un ruolo importante nel secondo film di Troisi, Scusate il ritardo(1983), dove impersonò perfettamente le manie e le nevrosi di chi è stato lasciato dalla fidanzata. Celeberrima e rimasta nella memoria collettiva, la scena della scalinata, dove Troisi, sotto una pioggia scrosciante, consola l’amico, appunto appena abbandonato dalla sua amata. La memorabile interpretazione consentì a Lello Arena di aggiudicarsi il David di Donatello come miglior attore non protagonista e lo convinse ad intraprendere un percorso artistico personale, slegato dalla figura di Troisi, pur rimanendo con lui in ottimi rapporti umani. I successivi tre film di Lello Arena, tutti degli anni ’80, testimonia quale sarebbe stata la carriera cinematografica dell’attore napoletano, se avesse deciso di continuare su quella strada, invece di prediligere il piccolo schermo e il teatro. Diretto da un maestro del cinema come Mario Monicelli, nel 1984 Lello Arena prende parte come co-protagonista al film in costume Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, tratto dagli scritti di Giulio Cesare Croce, ma anche di Fedro, Boccaccio, Geoffrey Chaucher: insomma uno dei film di ambientazione medioevale, più importanti del cinema italiano. Erano passati quasi vent’anni da quel capolavoro che fu L’armata Brancaleone quando Mario Monicelli portò sul grande schermo quest’altro film, a cui, inevitabilmente, l’epopea stracciona di Brancaleone da Norcia si ricollega. E il film segna tanti punti a favore: la pertinente e precisa ricostruzione d’epoca, il cast di lusso con Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Lello Arena e Maurizio Nichetti nei ruoli dei protagonisti, l’atmosfera medievale anticonvenzionale, il linguaggio brullo e ruspante. Siamo agli inizi del ‘500 e quella narrata nel film è la storia di Bertoldo (Ugo Tognazzi), contadino povero e ignorante che giunge alla corte di Re Alboino (Lello Arena), con il figlioccio Bertoldino (Maurizio Nichetti) e Fra’ Cipolla (Alberto Sordi), un curioso religioso imbroglione e cialtrone.  Un grande film, al di là delle apparenze e delle numerose rozzagini volontarie del quale è pervaso. Quell’anno, molto impegnativo dal punto di vista artistico, continua con la proposta dell’amico Carlo Verdone di interpretare un film insieme, in coppia, che fosse adatto allo stile comico di entrambi. Nacque così Cuori nella tormenta, diretto da Enrico Oldoini, ma supervisionato dallo stesso Verdone. Il film, delizioso remake di Dramma della gelosia: tutti i particolari in cronaca(1970), narra la storia di un marinaio (Verdone) e di un cuoco(Arena), che si innamorano della stessa donna (Marina Suma), ma va male ad entrambi, mentre per lei si aprono le porte del cinema. La pellicola di per sé non è originalissima, e non perché sia un aperto remake, ma perché la trama della donna contesa, che poi irrimediabilmente non sarà di nessuno dei due, è vecchia come il mondo. La coppia Verdone-Arena, però, si amalgama bene e diverte tra ripicche e vigliaccate davvero spassose, con un finale amaro da non sottovalutare, in cui i due vecchi rivali si reincontrano in una sala dove proiettano un film mediocre con l’amata di un tempo. Nel 1988 Lello Arena, utilizzando un suo soggetto, dirige e interpreta Chiari di luna, un film, come suggerisce il titolo, che strizza l’occhio alla luna, ad un sogno da realizzarsi. E’ proprio il sogno il motore che spinge lo stralunato Davide (Lello Arena) a lasciare il paesello di campagna per giungere nella grande città, a Napoli, ed inseguire il sogno di diventare mago. Il film è delicatissimo, come lo stile comico del suo autore ed interprete, anche se alquanto poco originale: lo script, infatti, anche se non uguale, è alquanto simile a quello del Ragazzo di campagna, in cui Pozzetto, a 40 anni, emigra dal suo paesello della pianura padana a Milano, in cerca di fortuna; come anche l’affannosa ed esilarante sequela di vicissitudini lavorative di ogni tipo, strizza l’occhio a situazioni già viste. Però Lello Arena ci mette l’esperienza di una vita, maturata in palcoscenico con Enzo Decaro e Massimo Troisi, ci mette la vitalità e l’arguta battuta pronta tipica dello stile comico napoletano, ci mette l’esperienza maturata al cinema, ci mette il suo talento comico e non ci mette la minima volgarità. Il film è sincero, malinconico e divertente, con velleità d’autore e si avvale di ambientazioni e fotografia piuttosto interessanti e dell’apporto alle musiche del maestro Nicola Piovani. Partner femminile di Lello Arena, una giovanissima ma già bellissima Tosca D’Aquino, al suo primo ruolo rilevante. Chiari di luna rimane un film poco ricordato, ma molto delicato e meritevole di una rivalutazione sincera, sia solo per dare giusto riconoscimento ad un grande uomo di spettacolo come Lello Arena, il quale dopo questo film, relegherà il cinema ad un ruolo marginale della sua carriera. La sua figura cinematografica rimane così, quasi esclusivamente ancorata agli anni ’80, a quei magici anni pieni di volti e figure rimaste nella memoria collettiva e in tale categoria l’attore napoletano ci rientra a tutti gli effetti.

chiari di luna lello arena
“Chiari di luna”, film del 1988 è l’esordio alla regia di Lello Arena, anche protagonista del film. Una pellicola semplice, poetica e ben diretta. Al suo secondo film, nel ruolo della co-protagonista, spicca una giovanissima, ma già bellissima Tosca D’Aquino.

Domenico Palattella

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