La folle storia di tre film italiani “maledetti”

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Fotogramma tratto dal film di Mario Monicelli, VOGLIAMO I COLONNELLI, una pellicola “maledetta”, che vede come protagonista Ugo Tognazzi. 

Quella che vi voglio raccontare oggi, è la storia di tre film degli anni ’70, che per alterne vicissitudini, furono ritirati subito dalle sale o subirono nel corso degli anni, alcuni ostracismi o alcuni avvenimenti extrafilmici, che resero queste pellicole scomode e quasi misconosciute. Addirittura per questo genere di pellicole si coniò il termine di “maledette”, ottenendo una riabilitazione piena soltanto a posteriori e in epoca moderna. Eravamo, dobbiamo dirlo, in pieni “Anni di Piombo”, e non solo la società, ma anche la commedia italiana, si era fatta più cupa, più tendente all’amaro che al comico.

 

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Il primo di questi tre film è il redivivo VOGLIAMO I COLONNELLI, ingiustamente dimenticato, vuoi per la valenza culturale che esso riveste, vuoi per il merito di descriverci, con grande precisione storico-sociologica un pezzo nascosto di storia patria. La pellicola esce nelle sale il 5 marzo 1973, un soggetto che Mario Monicelli, insieme ad Age e Scarpelli, ha concepito qualche anno prima ispirandosi alle voci che giravano per l’Italia su un imminente colpo di stato. Sfruttando la tematica del gruppo di imbecilli che si mettono insieme per combinare un’impresa più grossa di loro, Monicelli e i due sceneggiatori seguono le vicende di un manipolo di militari e fascisti irriducibili che portano avanti un tentativo di golpe naufragato nel ridicolo, capitanati da un vanaglorioso onorevole di destra (Ugo Tognazzi). La pellicola è scatenata, con un tono grottesco, acido e cattivissimo di perfida efficacia, e con una spassosa galleria di fascisti cialtroni e di militari rimbambiti. Alle spalle, precisi riferimenti al tentato golpe del generale De Lorenzo (scoperto e denunciato dall’Espresso nel 1969, cinque anni dopo i fatti) e a quello ancora più farsesco di Junio Valerio Borghese del dicembre del 1970. La pellicola procede esattamente come il golpe del 1970, e sui quali Monicelli e sceneggiatori si erano documentati corposamente: i campi di addestramento paramilitari preparatori al fallito golpe Borghese, la mancata occupazione della Rai, il progettato arresto del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Un film di violenta satira politica, un film che mette a nudo e rende pubblico un pezzo di storia segreta della repubblica italiana e dei rischi che la sua democrazia ha corso. E forse è proprio per quanto denuncia, che il film viene ritirato quasi subito dal mercato: sabotato, ritirato nelle sale dopo pochi giorni di proiezioni, ci si adopera nei piani alti perché la pellicola sparisca il prima possibile dalla circolazione. E VOGLIAMO I COLONNELLI diviene così una delle pellicole che ha incassato meno nella storia del cinema italiano. Un film scomodo, troppo scomodo per ciò che denunciava, ma preziosissimo: un documento storico, realisticamente ineccepibile, retto dalla memorabile interpretazione di Ugo Tognazzi.

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Tre anni dopo esce nelle sale TODO MODO, un film che si rivelerà profetico oltre ogni possibile previsione. Dal cast stellare, e diretto da un Maestro audace come Elio Petri, il film ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, presenta toni cupi, accentuati dall’ambientazione claustrofobica in albergo-eremo-prigione post-moderno collocato sottoterra, e satirici, nell’intento di fornire una parodia amara e realistica della classe politico-dirigenziale che deteneva il potere in Italia dal dopoguerra: la Democrazia Cristiana. Il film uscì, durante il governo di Aldo Moro, era il periodo in cui si iniziò a parlare di compromesso storico tra DC e PCI). Lo stesso Sciascia, all’uscita del film, ebbe a dichiarare: «Todo modo è un film pasoliniano, nel senso che il processo che Pasolini voleva e non poté intentare alla classe dirigente democristiana oggi è Petri a farlo. Ed è un processo che suona come un’esecuzione… Non esiste una Democrazia Cristiana migliore che si distingua da quella peggiore, un Moro che si distingua in meglio rispetto a un Fanfani. Esiste una sola Democrazia Cristiana con la quale il popolo italiano deve decidersi a fare definitivamente e radicalmente i conti». La pellicola, dal marcato sapore espressionista e dall’esplicita vena grottesca, con cui propone la propria visione della DC e della politica italiana in generale, aveva l’obiettivo dichiarato di denunciare la corruzione, il malcostume, l’imperversare di interessi personali nella gestione della res publica italiana, ricorrendo al grottesco come unica arma possibile per denunciare senza incorrere in censure particolari. Il personaggio del Presidente è apertamente calcato sulla figura di Aldo Moro (che, all’uscita del film, era a capo del governo da due anni), pur senza mai nominarlo direttamente; ma la fisicità, il modo di comportarsi ed il ruolo rivestito non lasciano spazio a dubbi in merito. Gianmaria Volontè per quest’interpretazione prese a studiare i comportamenti di Moro, i suoi discorsi, la sua mimica facciale e corporale, l’inflessione della sua voce, la sua vena conciliatrice. Petri ricordò che i primi due giorni delle riprese furono cestinati di comune accordo perché la somiglianza tra i due “era imbarazzante, prendeva alla bocca dello stomaco”, considerando che egli non doveva interpretare direttamente Moro, bensì fornirne una maschera, una caricatura, un simulacro. Tra gli altri attori impegnati nel film vi è Marcello Mastroianni, nei panni di Don Gaetano, un prete astuto e calcolatore, molto potente sul piano politico, e anch’egli assetato di potere. Il successivo rapimento e omicidio di Aldo Moro rese di fatto il film politicamente non presentabile, facendolo sparire per molti anni, e lo rese dannatamente profetico.

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Marcello Mastroianni e Gianmaria Volontè in una scena del film “Todo modo”, splendido e cupo capolavoro profetico del maestro Elio Petri.

Il terzo film è invece LA BIDONATA, una bellissima commedia nera del 1977 diretta da Luciano Ercoli, un regista di livello troppo spesso sottovalutato. Erano gli anni in cui le quotazioni cinematografiche di Walter Chiari, protagonista e mattatore del film, avevano ripreso a salire, in seguito al grande successo che ottennero pellicole come Amore mio, non farmi male e Son tornate a fiorire le rose, dopo, ricordiamolo, quella storia del 1970 in cui venne accusato di spaccio di cocaina, e dalla quale venne successivamente prosciolto. LA BIDONATA, vista oggi è una commedia semplice e genuina, che si rifà al genere inaugurato dai Soliti ignoti, ma che ha di fondo una simpatica originalità. Si narra dell’assurda storia di un trio di bonari malviventi, che escogitano uno scombiccherato piano, ovvero quello di rapire un rapito da una banda di sequestratori professionisti ed intascare loro il malloppo. Accanto a Walter Chiari, per quello che sembra un Romanzo criminale anni ’70, c’è un cast di vecchie glorie di alto livello: Maurizio Arena, Ettore Manni, Marisa Merlini, Vittorio Caprioli e Franca Valeri. Una commedia criminale amarognola, degna di riscoperta, ma che allora ebbe una distribuzione limitatissima, all’alba della sua uscita in sala e del suo prevedibile successo.

 

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Cosa ne condizionò gli esiti? Ironia macabra della sorte, il suo produttore Niccolò De Nora fu davvero vittima di un sequestro. De Nora infatti, venne rapito a gennaio del 1977, e la pellicola che sarebbe dovuta uscire in almeno 300 sale italiane, nel febbraio successivo, rimase per lungo tempo in una sorta di limbo. Risulta una sua veloce uscita nelle sale soltanto nell’estate dell’anno successivo, circa un mese dopo che i rapitori liberassero il povero De Nora, dopo una prigionia durata ben 524 giorni. Una volta liberato, in seguito al pagamento del riscatto, il produttore tornò al suo film. Ma la fortuna gli aveva voltato le spalle. La distribuzione fu così stentata da spingerlo a ritirarsi dall’attività. Quello che era dunque un buonissimo film, in seguito all’inasprirsi della stagione dei rapimenti, culminati poi proprio in quel 1978 con il rapimento e la successiva uccisione di Aldo Moro, resero il film impresentabile per quegli anni. Altri avvenimenti extrafilmici resero questo film “maledetto”. Si era detto sopra che il film avesse tre protagonisti. Dopo Walter Chiari, che è l’ideatore del piano truffaldino, gli altri due sono Maurizio Arena ed Ettore Manni, curiosità, entrambi furono tra i protagonisti di quel Poveri ma belli, che sembrava lontano ormai anni luce. E non solo per la disillusione che aveva colpito la società italiana, ma anche per le loro vicissitudini personali. Arena e Manni avevano vissuto un periodo di decadimento fisico e artistico e visibilmente ingrassati, rispetto ai fasti del passato, avevano provato la risalita. Quella de LA BIDONATA, sarebbe stata una buona occasione se non fossero sopravvenute quelle difficoltà descritte sopra. Entrambi poi,morirono due anni dopo, nel 1979, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro e in circostanze terribili. Manni, nel luglio di quell’anno, mentre puliva una Magnum 44, della sua collezione di armi, fece accidentalmente partire un colpo che lo ferì ad una gamba e l’attore morì dissanguato. Arena invece morì a novembre, dopo che aveva iniziato una curiosa carriera di guaritore. Alcuni problemi renali ed un blocco intestinale, unito a sofferenze molto pesanti, posero fine alla vita dell’attore simbolo della rinascita italiana di metà anni ’50. Insomma, LA BIDONATA, possiamo dunque definirlo, probabilmente, come il film più sfortunato del cinema italiano, anche perché sarebbe potuta essere un’altra buona possibilità anche per lo stesso Chiari, per risollevare ulteriormente la sua carriera, che aveva comunque avuto una ripartenza meritata. Il film rimane un gioiellino, che ha avuto oggi la sua riabilitazione, recuperato in digitale e editato in DVD, merita di essere visto e riscoperto.

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Scena tratta dal film “La bidonata”, commedia criminale amarognola, interpretata da Walter Chiari, Maurizio Arena ed Ettore Manni. Un film che ebbe molte disavventure, tanto da renderlo “invisibile” per parecchi anni. 

Domenico Palattella

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