Il Fabrizi privato, il rapporto con i colleghi e il trittico d’oro della “Famiglia Passaguai”

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Il carattere di un big del cinema italiano come Aldo Fabrizi era piuttosto complesso, capace di slanci di grandissima umanità, ma anche di incolmabili distanze, in ossequio alla fierezza dell’educazione di un uomo davvero d’altri tempi. Ad esempio, Fabrizi considerava l’amicizia un sentimento di profonda sacralità. La sua vita è stata in parte condizionata da questa sublime unione fra due esseri. Trovarla, viverla, alimentarla e, se necessario, cancellarla: quasi sempre è stato l’arco descritto dal sentimento per l’amico inteso come fratello. Fabrizi, ad esempio, sapendo delle difficoltà economiche dell’amico Macario, in seguito allo sfortunato flop di “Io, Amleto”(1952), in cui l’attore torinese aveva investito quasi tutti i suoi risparmi, gli offrì immediatamente il ruolo da co-protagonista nel film “La famiglia Passaguai fa fortuna”, secondo capitolo della sua fortunata serie cinematografica. Ma Fabrizi era anche capace di grandi allontanamenti e sonore antipatie. Ad esempio quella riguardo la figura, pur vicina a lui per un certo periodo, di Anna Magnani, il suo alter ego femminile, considerata beneficiaria di una fama immeritata. Questo il succo del suo giudizio, che finiva per coinvolgere, negativamente, anche altri miti come Rossellini, reo di aver pensato, in “Roma città aperta” di far ripetere la famosa scena della Magnani, mentre corre verso il camion dei rastrellati, solo perché nella sceneggiatura la celebre caduta non era contemplata. Ma era un uomo ed un artista che ci vedeva lontano: sul set di “Parigi è sempre Parigi”(1951), mentre si trovava nella capitale francese con Franco Interlenghi, Paolo Panelli, Lucia Bosè ed un giovanissimo Marcello Mastroianni, sentenziò in romanesco per quest’ultimo, quasi profetizzando: “Sto regazzo diventerà un grande attore”. Fabrizi non aveva molti amici, forse anche per via del suo carattere burbero, ma che nascondeva di certo un cuore tutt’altro che di pietra. Il suo migliore amico era un certo Lello, che il figlio Massimo chiamava zì Lello. Era praticamente, la sua controfigura nella vita privata e si occupava di tutto quello che il commendator Fabrizi non poteva fare in casa, quando era impegnato sul set. Già perché questo famigerato Zi Lello, aveva anche la sua stessa corporatura e con lui si poteva anche scherzare. Lo stesso Massimo Fabrizi, nel suo libro “Aldo Fabrizi, mio padre”, descrivendo il suo rapporto affettivo con il padre, in uno dei passi dell’opera dice: “Con Zi Lello riuscivamo a fare una cosa che con mio padre non poteva avvenire: con lui scherzavamo”. Un padre, che a modo suo amava i suoi figli, in ossequio alla vecchia scuola educativa secondo la quale “i figli vanno elogiati quando non ci sono e un bacio va sì dato, ma solo quando stanno dormendo”.

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Era però, altresì, amatissimo dal pubblico, del quale lui amava l’emozione che, con l’applauso, gliene derivava. Il rapporto fra lui e il pubblico era di due specie differenti: quello con la platea anonima, quasi mai visibile per via delle luci accecanti, con la quale il contatto era soprattutto acustico, risolvendosi ed esaltandosi nell’assorbire, quasi trionfante il crescendo parossistico dei “bis!”, “bravo”; quello invece occasionale, spicciolo, faccia a faccia con la gente, che esige, che reclama, che implora o pretende un autografo, la battuta, la capacità immediata e improponibile di ricordare. Amava però la gentilezza ed il rispetto, anche dal suo pubblico: sapeva essere scortese con chi pretendeva ed infinitivamente generoso con chi chiedeva con garbo. In questo caso il dialogo personalizzato con il suo pubblico filava liscio e morbido, finanche affettuoso, con contorno di battutine, vaghe promesse, complimenti reciproci. A qualcuno poteva anche capitare l’onore di sedere alla sua stessa tavola: per esempio nella sua grande cucina-studio, dove l’amore per il cibo, per la buona tavola, prendeva il sopravvento su quello d’attore. Gente di ogni estrazione: un giornalista piombato in casa Fabrizi per un’intervista, un commercialista o un idraulico che magari aveva terminato un lavoro in casa. Ebbene se quella persona aveva la faccia o la voce o altro che gli erano simpatici, Fabrizi lo voleva compagno in quello che per lui non era il pranzo, bensì il “rito del pranzo”. Pranzo sempre frugale: un primo e un secondo, magari tirato fuori dal frigo e ripassato in padella. Invito perentorio. Impossibile non accettare. Un rifiuto, per motivato che fosse, avrebbe significato la fine di qualsiasi rapporto in avvenire. “Vòi rimané a magnà dù spaghettini cò mme?”. In quell’invito c’era la concessione di un grande privilegio, un’affermazione più che una domanda, un obbligo più che un’affermazione. Il piacere, mai sazio, di sentirsi dire alla fine “Commendatò, in vita mia nun ho magnato mai ‘na matriciana come questa!”; e forse un pizzico di solitudine, che andava lenita, riempita con la faccia simpatica di un estraneo che avrebbe ricordato per tutta la vita quegli spaghetti e quel Fabrizi, perché sotto la maschera austera di un uomo d’altri tempi, si nascondeva quella di un uomo di sentimenti puri. Per Fabrizi mangiare, cibarsi, era soprattutto banchettare, ovvero riunirsi attorno ad un tavolo e stringere un rapporto di complicità e di affetto: un rito da fare ogni giorno con i familiari stretti, con gli amici più cari, ma anche con le saltuarie simpatiche conoscenze. Le tavolate di Fabrizi sono ricordate con affetto da Renato Rascel, anche e soprattutto tra una pausa e l’altra del loro unico film insieme, “Un militare e mezzo”(1960). Rapporti sinceri che erano rinfocolati dalla frequentazione e da un rispetto reciproco. Una delle persone che Fabrizi aveva più a cuore, era la grande, permettetemelo, davvero grande Ave Ninchi, la moglie cinematografica per eccellenza di Fabrizi. Il bene che si volevano era enorme, condito da una stima e un affetto reciproci. Avevano lavorato per la prima volta insieme nel 1947 sul set del ricordato “Vivere in pace” e da lì in poi Ave Ninchi diventò la sua consorte sul set: “Emigrantes”(1947), il trittico della “Famiglia Passaguai”(1951/53), “I prepotenti”(1958), “Prepotenti più di prima”(1959) e un episodio del film “Gli italiani e le donne”(1962).

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Non sempre però il cinema univa l’animo di Fabrizi ai suoi colleghi. E’ il caso del rapporto con Fellini, suo sceneggiatore fisso fino all’exploit di “Roma città aperta”. Quando Fellini dopo “Luci del varietà”(1950) e “I vitelloni”(1953) divenne Fellini, Fabrizi rimase offeso dal fatto che Federico sparì dalla circolazione. Non si fece sentire per anni, e un uomo orgoglioso come lui, non poteva certo fare il primo passo: se Fellini era Fellini, lui era Fabrizi. Perché non lo chiamò mai per uno dei suoi lavori? Non lo sapremo mai con certezza, ma potremmo provare a buttar giù un’ipotesi. Forse per le frequenti invadenze registiche di Fabrizi (parliamo qui di quando non firmava lui le regie), che potevano disturbare e ferire la suscettibilità e l’orgoglio del professionista. Il quale professionista, quanto più era autorevole, tanto meno era disposto a farsi bacchettare e a subire lezioni, anche se giuste, davanti alla troupe al completo. L’amicizia pluri-ventennale anche in questo caso faceva la differenza, infatti ciò non accadeva né con Mario Bonnard (regista del suo primo film), né con Mario Mattoli che lo diresse in ben 6 pellicole, né con Mario Amendola, sceneggiatore, regista e umorista, tra i più apprezzati dal commendator Fabrizi. Uno dei pochi amici sinceri, uno dei pochi che andarono a fargli visita in ospedale nel 1990, quando la fine era vicina. Amicizia sincera come quella con Nino Taranto, con il quale recitò oltre che nella già citata serie dei “4”, soprattutto ne “I prepotenti” e in “Prepotenti più di prima”, schermaglie divertenti tra due capofamiglia sull’asse Roma-Napoli, con annesso innamoramento e sposalizio dei due figli. Epocale, oltre quella con Peppino già ampiamente trattata nei capitoli precedenti, anche quella con il principe De Curtis, il quale fu uno dei pochi uomini sempre lodato da Fabrizi sia in pubblico che in privato: mai una parola fuori posto, a suggello di un’amicizia solida e aperta. Il loro fu un sodalizio cinematografico, quantificabile in 5 film, la cui pietra miliare fu “Guardie e ladri”(1951), riconosciuto da entrambi come una grandissima opera. Fu Carlo Ponti ad avere l’idea di far lavorare insieme due attori di grosso calibro come Totò e Aldo Fabrizi, che godevano di grande popolarità, e che oltretutto erano notoriamente amici affezionati, tanto che Fabrizi, insieme a Peppino, era l’unico attore che Totò frequentava fuori dalle scene. Fabrizi dimostrò subito grande interesse per il progetto, mentre da parte di Totò restava qualche esitazione, perché il ruolo offertogli era decisamente diverso rispetto ai personaggi che aveva interpretato in precedenza (“personaggi sopra le righe”, come li definì Monicelli), e lui stesso non conosceva i suoi limiti ed era insicuro delle sue capacità, c’erano quindi dei dubbi ad entrare in un film totalmente nuovo e apparentemente concepito solo per Fabrizi. Infatti quando Steno e Monicelli gli fecero leggere la sceneggiatura del film l’attore affermò: “È bellissima, ma io cosa c’entro, io non posso farlo, questo è un film per Fabrizi”.  L’attore romano aveva già dimostrato qualità nel raffigurare personaggi a sfondo drammatico, per Totò invece il film fu una vera e propria scommessa, anche perché era la prima volta che si misurava con un interprete di pari fama e abilità. Una scommessa che risulterà poi, vincente: nel suo primo film come attore a tutto tondo, Totò si aggiudicherà, tra scroscianti applausi la Palma d’Oro al Festival del Cinema di Cannes, oltre che il Nastro d’Argento; mentre il suo illustre collega, Aldo Fabrizi, assieme a Steno, Monicelli, Flaiano e Brancati, si aggiudicherà il Premio miglior sceneggiatura alla stessa kermesse internazionale. Diretti da Steno e Monicelli, dunque, la coppia Totò-Fabrizi dipinge un amabile spaccato di un’Italia ancora da ricostruire e che si arrangia come può: il pubblico vi si identificò e il successo fu enorme. Poi venne “Una di quelle”(1953) con Totò e Peppino De Filippo protagonisti e Aldo Fabrizi dietro la macchina da presa, il quale si era tenuto solo una breve parte per sè; “I tartassati”(1959)“Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi”(1960); e “Totò contro i 4″(1963). Premiata da incassi molto alti la penultima pellicola della lista è una spumeggiante commedia, sulla contrapposizione tra due consuoceri, molto divertente che permette ai due mattatori della scena, ovviamente Totò e Fabrizi, di esibirsi in una serie di duetti molto divertenti, alcuni di essi rimasti nella storia del cinema, come quando si accorgono di aver ricevuto dal sarto ognuno il vestito dell’altro e sono costretti a un surreale scambio di vestiti in un taxi fuori dalla chiesa. La loro fu una grande e umanissima amicizia, iniziata 40 anni prima, condividendo le scalcinate e polverose assi dei palcoscenici di provincia di mezza Italia. Interessante, per capire la loro profonda stima e amicizia, una testimonianza dello stesso Fabrizi in merito:

“Lavorare con Totò era un piacere, una gioia, un godimento perché oltre ad essere quell’attore che tutti riconosciamo era anche un compagno corretto, un amico fedele e un’anima veramente nobile… Arrivati davanti alla macchina da presa, cominciavamo l’allegro gioco della recitazione prevalentemente estemporanea che per noi era una cosa veramente dilettevole. C’era solamente un inconveniente, che diventando spettatori di noi stessi ci capitava frequentemente di non poter più andare avanti per il troppo ridere.”

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Ritornando sul piano prettamente artistico di quel vulcano di idee cui era Fabrizi, va ricordato come pochissimi attori, come lui, sono stati in grado di influenzare l’evolversi del cinematografo verso nuovi temi. Aveva inaugurato la stagione neorealista, già con le sue prime pellicole cinematografiche; si era affermato come splendido e struggente attore drammatico in “Roma città aperta” e “Vivere in pace”; nei primi anni ’50 dà inizio alla fiorente stagione umoristica-brillante della commedia all’italiana. Lo fa con tre pellicole, rimaste di diritto nella storia del cinema comico nazionale. Questo storico momento ha una datazione ben precisa: marzo 1951. Fabrizi assiste alla prima assoluta del film dell’amico e regista Luciano Emmer “Domenica d’agosto”(1950), che descrive una domenica al mare di una famiglia italiana. Gli balena in mente un’idea curiosa, la quale risulterà poi essere, dati i risultati, una vera e propria miniera di diamanti. L’idea fu di trarre una scatenata commedia di costume, dai racconti del celebre umorista Anton Germano Rossi, e più precisamente dalla sua commedia “Cabina 27”. Così nacque “La famiglia Passaguai”(1951), che è la terza fra le nove regie cinematografiche firmate da Aldo Fabrizi, nonchè la prima baciata da un autentico consenso. L’attore romano, al vertice della fama, moltiplica i propri ruoli e ottiene uno straordinario successo di pubblico. Nel quadruplo ruolo di regista, attore, co-sceneggiatore e produttore- per la sua “Alfa film XXXVII”, Fabrizi è affiancato da un cast strepitoso e da una squadra di tecnici di grande qualità, a cominciare da Mario Bava alla fotografia. Fabrizi dirige se stesso e i suoi attori con la maestria del grande capocomico: gli incontri-scontri con la colossale Ave Ninchi sono memorabili, come anche i duetti con Peppino De Filippo e Carlo Delle Piane, che lasciano il segno nell’economia calibratissima del racconto e delle gag. “La famiglia Passaguai” mischia slapstick e commedia degli equivoci, costume e avanspettacolo, neorealismo e commedia all’italiana, umorismo ed eleganza. Roboante, a tratti delicato, animato da un umorismo puntuale e inestinguibile, il film è una delle più grandi commedie italiane di tutti i tempi. Una scatenata commedia di costume e degli equivoci dove Fabrizi ironizza sui comportamenti di una piccola borghesia che si confronta a fatica con i primi segni del benessere. Utilizzando l’esilissima trama come un vero e proprio canovaccio su cui innestare invenzioni e trovate, Fabrizi fonde gli elementi caratteristici della sua comicità (il tipo romano pacioso e un pò tonto, bistrattato da tutti, a cominciare dall’ingombrantissima moglie) in una struttura che alterna elementi addirittura slapstick- le ripetute gag con l’anguria, l’esilarante trovata del volto deformato dal peso della moglie- a situazioni più tradizionali, derivate dall’avanspettacolo o dal teatro boulevardier, ottenendo effetti comici spesso irresistibili. Il lavoro sui co-protagonisti e sui caratteristi è, poi perfetto: oltre ai già citati, Peppino De Filippo e Ave Ninchi, una menzione meritano senza dubbio, Luigi Pavese, nel ruolo del bagnante ossessionato dall’anguria; e la frenetica maschera di Tino Scotti nei panni del capufficio di Fabrizi. A tre anni dal suo esordio dietro alla macchina da presa con il malinconico “Emigrantes”, Aldo Fabrizi trova, quindi, il testo che fa per lui e riversa decenni di esperienza tra il palcoscenico, il set e le pagine della rivista “Travaso delle idee” in un film reso grande dal pubblico e destinato a conquistare addirittura una distribuzione estera. L’opera è, quindi, il primo grande esempio di ibrido tra cinema d’autore e cinema popolare, che sarà alla base, pochi anni dopo, della nascita della commedia all’italiana. Anche in questo caso, possiamo dire che Aldo Fabrizi, sia stato un precursore dei tempi, e sia stato in grado come nessun altro di intercettare i continui mutamenti dei gusti del pubblico, e che in qualche modo con questa trilogia abbia preparato il campo, verso la svolta epocale della commedia all’italiana.

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I consensi ottenuti spinsero Fabrizi a dirigere addirittura due sequel, l’anno successivo: “La famiglia Passaguai fa fortuna”(1952) “Papà diventa mamma”(1952). Ad appena un anno di distanza dal successo de “La famiglia Passaguai”, infatti, Aldo Fabrizi recupera i personaggi creati dal commediografo Anton Germano Rossi. Per rendere al meglio le atmosfere di questa piccolissima Italia che ancora avverte l’odore acre della guerra appena lasciata alle spalle, ma già si avvia traballante verso le tentazioni del boom economico, l’attore romano sceglie di farsi aiutare da uno sceneggiatore di comprovata esperienza come Ruggero Maccari e da un giovanissimo di belle speranze che si chiama Ettore Scola e che scriverà pagine importanti per la storia del cinema italiano dei decenni a venire. Quindi, il capitolo due della fortunata serie della famiglia Passaguai, viene chiamato “La famiglia Passaguai fa fortuna”, e sviluppata, come nel primo, da un Aldo Fabrizi factotum e in forma smagliante, ancora una volta nel quadruplo ruolo di regista, attore, co-sceneggiatore e produttore. A far da innesco per questo secondo film, un’autentica coppia che scoppia. Da un lato il “fisico” di Fabrizi, dall’altro la lunarità marxiana e intangibile del leggendario Macario. I due si mangiano il film come Chaplin e Buster Keaton nel finale di “Luci della ribalta”, a colpi di pianoforte e violini segati a mezzo. Fabrizi, quindi, si riserva ancora una volta la regia e chiama come spalla (in realtà è un co-protagonista a tutti gli effetti) Macario a sostituire il Peppino De Filippo della storia precedente (entrambi suoi grandi amici). Certo, all’inizio appare un pò straniante l’idea di sovrapporre alla sorniona saggezza dell’attore napoletano la lunare guitteria del comico torinese. Eppure, a mano a mano che il film procede, tuttavia, ci si rende conto che il contrasto fisico fra i due protagonisti è il segno della ricerca di una comicità più elementare- quasi un omaggio implicito a Laurel e Hardy- e che la coppia riesce a toccare con grande efficacia le corde della tenerezza, necessaria a compensare gli aspetti ambigui di una storia, fatta di assegni in bianco e di speculazioni edilizie, che solo l’ingenuità dell’epoca poteva far narrare con tanta solidale leggerezza. Al solito, per il resto, cast di comprimari solo sulla carta, vista la verve indomabile di Ave Ninchi e la classe di attori di razza come Luigi Pavese, che ritorna nella serie dopo il primo film, ma interpretando un personaggio diverso. Le battute di Fabrizi & Co, fanno scintille reggendo perfettamente tutto il peso del film, in una pellicola di equivoci edilizi e finanziari, che seppur meno scattante della prima, svolge il suo lavoro a dovere e spiana la strada per il terzo titolo, il più anarchico e il più divertente di tutti: “Papà diventa mamma”. Fabrizi avrebbe voluto girarne anche un quarto (nel 1957), “Bruttissimo”, sorta di parodia del “Bellissima” di Luchino Visconti, elevando a ruolo di spalla, o meglio co-protagonista il “figlio” Carlo Delle Piane, ma il progetto naufragò rimanendo solo una lodevole intenzione. Il secondo film della serie registra, comunque, un lieve calo di incassi rispetto al primo, ma ancora più che soddisfacenti e più che sufficienti per convincere Aldo Fabrizi a girare, quasi immediatamente il terzo capitolo della saga. Dopo aver incassato elogi da ogni dove per le avventure della famiglia Passaguai, Fabrizi non restò con le mani in mano. Del resto non era il suo stile. Durante gli anni ’50, Aldo Fabrizi era infatti quanto di più vicino al re di Roma ci si potesse immaginare, e si mise subito al lavoro per il terzo capitolo della saga, quello del suo massimo capolavoro nel genere umoristico: “Papà diventa mamma”.

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La trilogia cominciata con “La famiglia Passaguai” si conclude, quindi, con il film più surreale e scatenato, sceneggiato dallo stesso Fabrizi con Ruggero Maccari e Mario Amendola, da un soggetto di Piero Tellini: se il meccanismo narrativo è evidentemente ripetitivo- Fabrizi in pose femminili che scimmiotta i difetti delle donne- le invenzioni e soprattutto la straordinaria misura recitativa sono la prova del grandissimo talento dell’attore-regista, capace di utilizzare al meglio uno dei luoghi canonici dell’avanspettacolo (il travestitismo) senza mai cadere nella volgarità o nel luogo comune. Assolutamente irresistibile e da antologia la sua apparizione in camicia da notte e cuffietta o la scena del bucato, con Fabrizi in zoccoli che canta “Non c’è trippa pe’ gatti” e naturalmente litiga con le altre donne del caseggiato. Se far piangere è difficile, diceva Peppino De Filippo, far ridere con gusto il pubblico è ancora più difficile. Lo script della pellicola infatti, brilla per rotondità e ritmo, e la messa in scena mette in perfetto risalto i contributi dei singoli attori, con un equilibrio comico invidiabile. A coronare gli sforzi di un Fabrizi tuttofare, stavolta senza co-protagonisti di lusso, intervengono, alla perfezione due grandi spalle comiche, come Paolo Stoppa (l’esperto di psichiatria d’oltreoceano) e Virgilio Riento (Ambrogio, il commesso). Il film confermò gli ottimi incassi dei lavori precedenti, dando all’autore/attore romano, tante soddisfazioni. Fabrizi sfruttò, quindi al massimo la propria fisicità abbondante e verace, e fece di “Papà diventa mamma” un film in clamoroso anticipo sui tempi, e che resta ancora oggi assolutamente ineguagliato. Infatti anche la sceneggiatura, in questo caso, era davvero perfetta nella sua straordinaria capacità di inventiva e nella sua attenta e precisa pregnanza sociologica. Grazie, poi a questa inventiva diabolica per ciò che concerne le singole situazioni, il film diventerà uno dei più citati e scopiazzati- anche involontariamente- della storia del cinema, da quello americano a quello italiano.

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In questo 1952, il commendatore Aldo Fabrizi non aveva più nulla da dimostrare a nessuno. Due anni prima aveva conquistato il suo primo Nastro d’Argento- grazie a “Prima comunione” di Alessandro Blasetti- e nel 1951 si era recato a Cannes insieme all’osannatissimo “Guardie e ladri”, con tanto di Principe De Curtis, vincendo il premio come miglior sceneggiatura della rassegna internazionale. La trilogia della famiglia Passaguai, analizzata ad alcuni anni di distanza dopo la nascita e lo sviluppo, alla fine degli anni ’50 della commedia all’italiana, è a suo modo un trittico di film di denuncia, capaci di anticipare, nel bene e nel male, ciò che dalla fine del decennio avrebbe preso il nome, appunto di commedia all’italiana. Ancora una volta Aldo Fabrizi si fa carico di aprire la strada al cinema italiano, verso nuovi orizzonti, nuovi generi e nuovi traguardi. D’altronde ripercorrere la sua storia, è ripercorrere la storia di vent’anni di cinema italiano (dagli anni ’40 agli anni ’60), dalla sua evoluzione ai vari generi che nel corso degli anni si sono succeduti.

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Il capitolo è tratto dal libro UNA CHIORMA DI AMICI- LA GENERAZIONE D’ORO DEL CINEMA ITALIANO, di Domenico Palattella, Kairos Edizioni, 2020; che a sua volta è tratto in alcune parti dal libro ALDO FABRIZI, MIO PADRE, di Massimo Fabrizi, Gremese Editore, 2006

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