Il fascino mediterraneo di Antonella Lualdi: diva di un’Italia che non c’è più

Proseguiamo il nostro viaggio tra le dive più importanti dello sfavillante cinema italiano degli anni ’50 e ‘60, con il fascino mediterraneo di Antonella Lualdi, bellissima ed elegante attrice italo-greca, che già a vent’anni, nei primi anni ’50, era considerata una star al pari di Lucia Bosè e di Gina Lollobrigida.

In quei primi anni del nuovo decennio, lavorò al fianco dei più importanti attori dell’epoca: da Nino Taranto e Alberto Sordi (con il quale era legata da una grande amicizia) in E’ arrivato l’accordatore! (1951); a Renato Rascel nello splendido capolavoro drammatico del maestro Alberto Lattuada, Il cappotto (1952), con il quale ad esempio approda sulla Croisette del Festival di Cannes; o ancora al fianco di Carlo Croccolo, Mario Riva e Riccardo Billi in Ha fatto 13 (1951), di Carlo Manzoni; oppure con Titina De Filippo nella delicata commedia paesana Cani e gatti (1952). Nella sua carriera, soprattutto nel ventennio che va dal 1950 al 1970, interpreta oltre 80 pellicole, ad una media di non meno di 4/5 film l’anno. E il successo non si ferma neanche nell’Italia del boom. Proprio in quello storico 1960, l’attrice ha una delle migliori occasioni della sua carriera, insieme alle tre esperienze con Mauro Bolognini. Il titolo è I delfini, nato da un soggetto di Antonio Pietrangeli e diretto da Francesco Maselli. E’ il ritratto corale e tutto al femminile di un gruppo di ragazze della ricca borghesia industriale, che tentano di sconfiggere la noia, figlia del benessere economico, tra futili divertimenti e piccole trasgressioni. Una pellicola importante, ma rimasta per tanto tempo nascosta, soprattutto perché si interroga sulla verità di fondo che ruota intorno al raggiunto benessere economico e scoperchia per la prima volta, criticamente, che dietro quella patina luminosa, che il boom aveva portato con sé, si nascondeva un iceberg, destinato qualche anno dopo ad esplodere nei tumulti sessantottini. Il quartetto di protagoniste, giovani, belle e brave, annoverava Claudia Cardinale, Anna Maria Ferrero, Betsy Blair e proprio Antonella Lualdi nel ruolo di Elsa, la più spregiudicata del gruppo. Il film venne presentato in concorso al Festival di Venezia e l’attrice ebbe quindi modo di calcare il Red Carpet della prestigiosa kermesse cinematografica.

Ma la Lualdi la ricordiamo splendida protagonista anche ne Gli innamorati (1955), diretta da Mauro Bolognini, in un film che si inserisce in quel neorealismo rosa, elegiaco e malinconico, che farà la fortuna del nostro cinema. Le sue donne, sono donne forti, volitive, fascinose, ma saldamente ancorate ai valori veri della vita: l’amore, la famiglia, l’onestà. Così l’attrice dipinge una figura di donna lontana dalle maggiorate fisiche stile Lollobrigida o Loren; ma molto realistica e ancorata alla realtà delle donne italiche che stanno prendendo coscienza di un’emancipazione ancora tutta da conquistare. E il segreto del suo successo, del suo essere una diva “sui generis”, ma destinata a durare, sta tutta qui, in questa perfetta commistione, tra la finzione del set e la realtà della vita vera. La Lualdi infatti, ha avuto un solo grande e unico amore, quello con il collega Franco Interlenghi, splendido giovane attore di Sciuscià (1946- diretto da Vittorio De Sica e Premio Oscar speciale come miglior film), che poi sposerà nel 1955, e dal quale avrà due figlie, Stella e Antonella, entrambe impegnate nel mondo della recitazione.

Con il marito la ricordiamo in coppia, oltre che nel già citato film di Mauro Bolognini (Gli innamorati), anche in Padri e Figli (1957), diretta da Mario Monicelli. E qui va la pena dire, come la Lualdi, ha un’altra delle occasioni più importanti della sua carriera. Il film di Monicelli vince l’Orso d’argento al Festival del Cinema di Berlino e in qualche modo, nel descrivere, piccole e grandi schermaglie familiari, ci regala un delicato assaggio di quelle attenzioni alla trasformazione sociale che costituiranno il nerbo della commedia all’italiana. Ma le interpretazioni dell’attrice sono talmente tante e tutte particolarmente riuscite, che potremmo ancora continuare, citando Le signorine dello 04 (1954), diretta da Gianni Franciolini; La notte brava (1959), ancora come musa di Bolognini; Appuntamento a Ischia (1960), al fianco di Domenico Modugno; o ancora Se permettete parliamo di donne (1964), diretta da Ettore Scola e impegnata insieme a Vittorio Gassman. Arrivati a questo punto è giusto porre l’attenzione su alcuni di questi film come Cronache di poveri amanti (1954), di Carlo Lizzani; A doppia mandata (1957), di Claude Chabrol; e il già citato La notte brava (1959). Il primo di questi tre film, è tratto da uno splendido romanzo di Vasco Pratolini, ambientato in piena epoca fascista. Un dramma corale e popolano di forte impatto emotivo, che piacque tanto alla critica che al pubblico, vincendo infatti a Cannes il premio speciale della giuria. Gli amori, l’amicizia e le lotte antifasciste di un gruppo di giovani di via del Corno nella Firenze del 1925, annoverano nel cast attori come la stessa Antonella Lualdi, Giuliano Montaldo, Anna Maria Ferrero e un giovanissimo Marcello Mastroianni nella sua primissima interpretazione “impegnata”. Troviamo poi il film di Chabrol, esperto cineasta francese, abile confezionatore di atmosfere cupe e conturbanti, al quale la Lualdi, nei panni dell’amante assassinata, del capofamiglia, offre un’interpretazione diversa, piena di sfumature misteriose e noir. Per finire poi con La notte brava, ispirato al romanzo Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, che ne cura anche la sceneggiatura. Un film che rasenta il capolavoro, forse il migliore del maestro Bolognini, e probabilmente anche di Antonella Lualdi, perfetta nei panni della prostituta Supplizia, che deruba insieme ad Elsa Martinelli, lo scapestrato gruppo di giovani che le si para davanti, tra cui anche il marito Franco Interlenghi. Quella del film è una splendida sceneggiatura ad orologeria, in cui Pasolini gioca in casa, tra le borgate romane. La Roma pasoliniana delle muraglie, delle distese di erba, sabbia e sassi, dei casermoni di periferia, fa da sfondo a quella che sembra la risposta borgatare a I vitelloni. Un film intenso e desolato, sublime e malinconico, attento alle piccole grandi bravate di una gioventù senza speranza, che vive alla giornata, tanto i tre scapestrati giovani, quanto le ragazze che tirano a campare facendo le prostitute, in una società che non ha la forza di liberare i giovani dalla miseria.

Non male neanche Appuntamento a Ischia (1960), filmetto leggero, nazional-popolare, a metà tra una commedia sentimentale e un classico film turistico-balneare. La Lualdi è qui in coppia con Domenico Modugno, in un film fresco, colorato ed estivo, che ebbe tra i punti a favore, il merito di lanciare l’allora sconosciuta coppia composta da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che poi farà la fortuna di un certo cinema comico nazionale. La storia è semplice semplice: la giovane figlia di Mimmo (Modugno), un cantante avviato al successo, farà in modo che il padre, vedovo, si sposi con la simpatica e bella Mirella. Ovvero una radiosa Antonella Lualdi, che si cala meravigliosamente nella parte. E’ bella come poche, è spigliata, è sempre vestita con abiti colorati ed è sempre più padrona della scena. Insomma, un piacere per gli occhi, sullo sfondo della dolce e caotica estate ischitana dell’Italia della Dolce Vita.

La Lualdi quindi, ha avuto tante soddisfazioni sia professionali che sentimentali e viene ricordata ancora oggi come una delle più pure e disciplinate dive del nostro cinema. Mai uno scandalo, un’azione fuori posto, e perciò particolarmente apprezzata per il suo stile sobrio, ma non avulso da un fascino elegante, che l’attrice ha sempre sfoggiato con orgoglio. E nella splendente carriera della Lualdi non manca neanche il lato divistico e sensuale. Posa infatti senza veli, all’età di 48 anni, ancora bella e seducente come non mai, per la versione italiana di “Playboy”, nel numero del giugno 1979.

Antonella Lualdi e il marito Franco Interlenghi, sposi nel 1955.

Domenico Palattella

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