La chiave umoristica del dopoguerra

Nino Taranto e Totò: due dei protagonisti più illustri della commedia brillante italiana.

Malgrado l’enorme risonanza internazionale di svariati suoi prodotti, e malgrado l’indiscutibile, immensa influenza esercitata in patria su tutto il cinema coevo e successivo, il neorealismo vero e proprio ebbe una fioritura alquanto breve; già nel 1950 il genere non esisteva praticamente più. Si può dire che la rapida fine del neorealismo non fu determinata da un esaurimento delle batterie dei suoi capiscuola, i quali tutti continuarono brillantemente la propria carriera anche dopo aver mutato, chi più chi meno, temi e modi; ma che il pubblico impose le proprie esigenze, e all’industria cinematografica non restò che prenderne atto. E’ che dopo la guerra il pubblico del cinematografo aveva voglia soprattutto di distrarsi, e se respingeva i tentativi di riproporre la commedia abulica e senz’anima degli anni prima della guerra, non per questo voleva sentirsi ricordare lo sfacelo che aveva travolto il paese. Al cinema italiano si chiese dunque intrattenimento, ma di un tipo che non competesse con quello che ancora per decenni sarebbe stato monopolio di quello d’oltreatlantico: niente commedie sofisticate, e niente film di gangster, niente film d’azione o di avventura. Saggiamente insomma, fino dagli inizi, il cinema italiano più lungimirante si indirizzò al solo campo nel quale gli americani non avrebbero mai potuto batterlo, ossia a quello che aveva a che fare più da vicino con gli italiani stessi, con la loro cronaca locale o regionale prima ancora che nazionale; e in chiave prevalentemente umoristica. Perchè umoristica? Ci si chiederà a questo punto. La prima risposta è la più ovvia: probabilmente, per reazione a vent’anni di retorica fascista; per pudore. Un’altra risposta potrebbe essere, perchè il terreno dell’umorismo è quello dove l’identità nazionale è più salda, dove il rischio dell’invasione da parte di un prodotto straniero è più ridotto. Sta di fatto che il genere comico apparve ben presto quello più richiesto dal pubblico italiano all’industria nazionale, nè le cose sarebbero cambiate troppo in seguito, malgrado l’esplosione di svariati “filoni cinematografici”, ciascuno dei quali avrebbe avuto il suo grande momento di fulgore. E sta di fatto che dal 1945 in poi praticamente tutte le “vedette” italiani di lunga durata- i grossi nomi del “box office”– sarebbero stati attori comici o comunque brillanti. Prima Aldo Fabrizi e Anna Magnani (comica), quindi Macario, Totò, Renato Rascel, Walter Chiari, Vittorio De Sica, Nino Taranto, Peppino De Filippo, Carlo Dapporto, poi Alberto Sordi, e poi Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, e poi ancora Paolo Villaggio, Renato Pozzetto, e poi ulteriormente Massimo Troisi e Carlo Verdone. Insomma, il cinema italiano della rinascita, alle prese con i formidabili ostacoli a cui si è accennato- assenze di strutture e di capitali, inondazioni di prodotti esteri molto appetitosi- conquistò una sua identità anche, e forse soprattutto, grazie all’aver giocato fin dall’inizio la carta dell’umorismo.

Peppino De Filippo e Renato Rascel in una scena del film “Policarpo, ufficiale di scrittura”(1959)

Domenico Palattella

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