You, diario di uno psicopatico che convince anche i sani di mente

Trasmesso per la prima volta sul canale statunitense Lifetime per poi esplodere internazionalmente grazie a Netflix, You ci regala un thriller psicologico di cui non credevamo di aver bisogno. Dalla penna di Caroline Kepness, è la trasposizione seriale dell’omonimo libro che ha catalizzato più di 40 milioni di spettatori nelle prime quattro settimane di permanenza sulla piattaforma streaming. La storia prende le mosse dai pensieri e dai flussi di coscienza di un giovane libraio newyorkese, Joe che a prima vista trasmette quella simpatia e tenerezza tipica di Penn Badgley (il lonely boy di Gossip Girl che abbiamo imparato ad amare) ma che ben presto ci riserverà colpi di scena inaspettatamente crudeli e allo stesso tempo “comprensibili”.

I creators Greg Berlanti e Sara Gamble ci permettono di entrare nella testa del protagonista durante il suo innamoramento per Beck, un’aspirante scrittrice, che inizialmente vive in maniera molto romantica e coinvolta ma senza esagerare. Da qui la crescita del “tifo” dei fan per lui e per la coppia, entrando a far parte dei suoi ragionamenti e di conseguenza delle sue azioni mirate (a detta sua) unicamente a Beck e alla sua felicità.

Con il passare delle puntate la storia diventa però sempre più oscura, tendendo anche verso l’horror, con toni a tratti crudi. Il dolce ragazzo dall’umile vita ci mostra piano piano in che modo prende avvio il suo disturbo psicotico, accompagnandoci dolcemente fra le sue considerazioni e dandoci modo di comprendere il perchè di tutti i suoi atti praticamente illeciti e cruenti.

L’eccezionale inventiva della serie risiede proprio in questo aspetto, nella capacità di rendere un personaggio amato e compatito, quando è tuttalpiù tossico e squilibrato. A dimostrazione di ciò, la storia d’amore nascente non è lasciata alla spontaneità ma è curata nei minimi dettagli dal protagonista, tramite uno stalking approfondito aiutato ampiamente dall’era contemporanea che si poggia totalmente sui social network, sulla rete e sulla conseguente possibilità di essere a conoscenza di ogni spostamento della persona interessata. Ogni incontro è programmato, ogni parola è calibrata nel modo esatto affinché lei ne possa rimanere affascinata ed interessata, ogni dettaglio di questa storia è volto alla prefigurazione di Joe come ragazzo ideale agli occhi di Beck.

Ma andiamo con ordine: perché Joe Goldberg è entrato a far parte del nostro piccolo cuore?

La risposta non passa solo attraverso le sue intricate ma inspiegabilmente sensate riflessioni, ma anche dalla sua attitudine, dal suo sapersi comportare impeccabilmente in ogni circostanza, seppur obiettivamente lontana dalle regole morali, dalla sua intrinseca gentilezza e cura perfino durante comportamenti sanguinosi e riprovevoli, dai suoi occhi da cerbiatto che ti inteneriscono al punto tale da sentirti colpevole per qualcosa che non hai fatto. Insomma, una perfetta rappresentazione del classico uomo ossessionato da una donna che tenta in tutti i modi di convincere della sua buona fede e volontà nell’amarla, anche dopo aver compiuto un delitto.

Questo show apre così una finestra su un attualissimo tema molto delicato ma qui affrontato con sagacia e realismo, che trova tutt’oggi applicazione nella nostra società, incrementato se non rivestito drammaticamente dalla scuola di pensiero del “pazzo d’amore” che continua vorticosamente a giustificare questi elementi incommentabili.

Va detto infatti che la serie ha generato non poche polemiche, complici anche le prime puntate intenzionate a generare un legame fra il protagonista ed il pubblico. Lo sa bene Millie Bobby Brown (attrice di Stranger Things) che su Instagram ha esordito con “Joe non è uno psicopatico, non è uno stalker. È innamorato!” venendo sommersa di critiche, tali da costringerla a ritrattare le sue parole, dicendo di essersi soffermata solo sulle prime due puntate, constatando in seguito la veridicità sugli atteggiamenti di stalking tenuti dal protagonista. Ma l’ondata di coinvolgimento affettivo per Joe è stata ingente, tanto da far arrivare l’attore “causa” di questa sbagliata interpretazione collettiva a rispondere direttamente a determinate fan che rivedevano nel personaggio e nelle sue azioni, semplicemente un uomo colmo d’amore che DOVEVA arrivare a compiere rapimenti, controlli sulla vita della protagonista e infine omicidi. Ad una fan che scrive “rapiscimi, per favore” l’attore risponde “no grazie”, e ad un’altra che si domanda da dove derivi il fascino del protagonista, Penn risponde in maniera secca “guarda che è un assassino!”, dimostrando anche il suo iniziale rigetto per il personaggio che non è stato subito contento di interpretare, dichiarando che il progetto gli piaceva ma detestava il ruolo di Joe.

Un ruolo che però è stato pane per i denti di psicologi che si sono cimentati nell’analizzare la figura del protagonista, non così scontata come può sembrare. Luca Morganti, psicologo del centro medico Santagostino, si serve di un approccio cognitivista per esaminare la figura di Joe, spiegando a La finestra sulla mente come la struttura narrativa della serie permetta di restituirci l’immagine di un serial killer che all’apparenza vediamo come una persona normalissima. Questa costruzione è altamente realistica, in quanto permette al pubblico di rendersi conto della somiglianza esistente fra i meccanismi mentali di un serial killer e quelli di un uomo con nessun intento omicida, mostrando come la differenza risieda nel concetto di pervasività.

La mente si barcamena quotidianamente fra interessi e oggetti differenti, ma nel momento in cui si è incapaci di relegare un argomento nella nostra testa, quest’ultimo, diventata “totalizzante” e non permette la focalizzazione su altri impegni, altri eventi, altre necessità. Per Joe il fulcro della sua vita è l’amore perfetto che ricerca e di conseguenza la donna di cui si innamora, perdendo di vista tutto il resto.

Lo psicologo si sofferma anche sulla necessità del protagonista di trovare l’amore in sé, l’amore che gli è stato negato durante l’infanzia, l’amore che i registi attribuiscono alla ragazza di cui si innamora nella seconda stagione, chiamata proprio Love. Love diventa la spiegazione del reale bisogno del protagonista, che risiede nel ricerca del sentimento in quanto tale e non in una reale ragazza, infatti nel momento in cui questa seconda amata si rivela molto simile a lui, Joe si allontana perché inizia a vederla come “troppo umana” e quindi non perfettamente idealizzabile secondo i suoi standard. Un’altra psicologa, Perpetua Neo, dottoressa in psicologia clinica, fa riferimento anche alla sfera dell’empatia, sottolineando ad Mbgrelationships l’importanza di questa capacità che ci rende estremamente sensibili e ci permette di entrare nell’ottica di alcune azioni se queste sono compiute da persone che hanno avuto esperienze simili alle nostre. Inoltre spesso ci si aggrappa alla volontà di voler dare il beneficio del dubbio, come quello che ci viene spontaneo dare a Joe quando si prefigge l’obiettivo di cambiare, di migliorarsi, tifando per la sua redenzione.

E ancora, Karen Kwong, psicologa dell’organizzazione, cerca di spiegare cosa si cela dietro quest’attrazione irragionevole per uno psicopatico televisivo, facendo riferimento ad un mix inebriante di decenza, fascino, sicurezza e temerarietà che può effettivamente portare lo spettatore ad assaporare un brivido di eccitazione, desideroso di trovare anche nella vita reale.

Nonostante quest’ultimo scenario risulti terrificante, ciò che mantiene il problematico personaggio in asse con la nostra realtà, è anche uno spiccato interesse per la letteratura che lo raffigura ai nostri occhi come una persona colta ed interessante (diciamocelo, un personaggio ad hoc). Troviamo difatti ampi riferimenti letterali in entrambe le stagioni, contestualizzati per le diverse location e per i diversi momenti, come il primo argomento di discussione fra i due protagonisti all’interno della prima stagione, i quali s’intrattengono parlando di Paula Fox e del suo libro Desperate characters che richiama a tutto tondo la città di New York, introducendo così agli spettatori un’opera incentrata sulla città in cui è ambientata la storia. Stessa scelta per la seconda stagione ambientata a Los Angeles, in cui il primo libro citato è Play it as it lays di Joan Didion, considerata l’autrice rappresentativa della California.

Uno show che può essere associato alle intenzioni di Dexter ma che si rifà ad una logica tutta sua, travolgente e coinvolgente, che riesce a creare attrazione e repulsione allo stesso tempo. Ci fa sentire vicini alla battaglia che il protagonista combatte ogni giorno, quella fra il suo impulso di agire (immoralmente) e di non farlo, accomunandosi alla normalità.

Una normalità da cui non siamo tanti lontani.

Grazia Battista

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