Ecco come ha fatto La regina degli scacchi a farci inaspettatamente appassionare: una miniserie tratta da una storia (semi)vera.

Senza sentirci troppo ignoranti in materia, va detto che, per i non appassionati, gli scacchi faticano a suscitare un interesse generale; fosse solo per la difficoltà delle regole di gioco, senza la cui conoscenza è impossibile seguire una partita e capire quando uno dei due giocatori ha segnato il “goal”.

Eppure, nel suo esordio, La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit) è stata la miniserie più vista su Netflix, collezionando 62 milioni di utenti nelle prime quattro settimane di vita. Ma a cosa è dovuto questo inaspettato quanto precoce successo? Sicuramente l’interpretazione di Anya Taylor-Joy nei panni della tormentata protagonista Beth Harmon ha garantito la costruzione di un personaggio magnetico che è ricaduto a pennello in una trama con sfumature tratte dalla realtà.

Seppur la ragazza prodigio in questione non sia realmente esistita, le sue caratteristiche e le vicende della storia traggono ispirazione dalla vita privata di Walter Tavis, autore dell’omonimo libro da cui è tratta la serie, creata da Scott Frank e Allan Scott. Lo scrittore ha infatti rivelato al New York Times che in giovane età gli è stato diagnosticato un cuore reumatico, costringendolo a sottoporsi a ingenti dosi di farmaci che hanno generato in lui dipendenza, proprio come avviene alla protagonista del romanzo. Inoltre, lui stesso si è appassionato al gioco degli scacchi all’età di 7 anni senza però eccellere, sorte che ha invece riservato a Beth, pur con tutte le disgrazie personali e le limitazioni dell’epoca.

La storia è infatti ambientata fra gli anni Cinquanta e Sessanta, periodi in cui era difficile se non impossibile trovare una donna che si cimentasse in tale sport, ritenuto di calibro prettamente maschile. Non a caso in quegli stessi anni Bobby Fischer, divenuto anche campione del mondo di scacchi, si è preso la libertà di dichiarare che “tutte le donne sono scarse. Sono deboli, paragonate agli uomini. Non dovrebbero giocare a scacchi, sono come principianti”, ma il sistema patriarcale sul quale è inevitabilmente fondato il mondo degli scacchi è una realtà visibile ancora oggi, come dimostrano le affermazioni di Nigel Short, Grande Maestro inglese, che nel 2015 suggerì alle donne di “accettare con grazia il fatto di possedere abilità diverse dagli uomini”, aggiungendo anche il fatto che il loro cervello non fosse adatto agli scacchi. Successe poi che una giocatrice di scacchi, Judit Polgár, sconfisse proprio Short, dando modo ad Amanda Ross, direttrice di un chess club londinese, di commentare tale vincita in diretta televisiva con: «Polgár deve aver portato il suo cervello da uomo, oggi».

Tipica dei cultori è poi la predisposizione a rilevare inesattezze ed errori duranti gli adattamenti cinematografici e televisivi (come Blade Runner) che inscenano partite di scacchi; sciagura che non è però capitata alla serie, che non solo si è avvalsa della consulenza di Bruce Pandolfini, campione di scacchi considerato il più grande maestro scacchista degli Stati Uniti, ma ha voluto rappresentare nello show partite giocate realmente, rese anche grazie all’aiuto dell’ex bambino prodigio Garri Kasparov.

“Mi piace Beth per il suo coraggio e la sua intelligenza. In passato, molte donne hanno dovuto nascondere il loro cervello, ma non oggi”; una dichiarazione di Tavis che con l’ideazione della protagonista ha voluto creare un “tributo alle donne intelligenti”, senza scendere nel cliché di ostentare una storia raccontata per il pubblico femminile o che calca la mano sulle questioni di genere.

La regina degli scacchi non è infatti un prodotto deliberatamente volto al femminismo e alla rivendicazione, nonostante il contesto storico; in realtà, stupore a parte, Beth viene accolta dai suoi sfidanti come una giocatrice alla pari e spesso lusingata, a differenza dell’esperienza realistica vissuta dalla già citata Polgár, la quale ha dichiarato durante un’intervista di non aver ricevuto approvazioni dagli uomini con cui gareggiava.

“Gli scacchi non sono sempre competitivi. Possono anche essere belli. La prima cosa che ho notato è la scacchiera. Un mondo intero di sole 64 caselle. Mi sento salva lì dentro. Posso controllarla. Posso dominarla. Ed è prevedibile, quindi se mi ferisco, devo incolpare solo me stessa” asserisce la protagonista durante una puntata, dimostrando come la serie non rispecchi un mero contenuto ludico ma faccia appello anche all’emisfero cognitivo del personaggio, facendo emergere i lati oscuri di Beth che si rifanno a quelli dell’autore.

Quest’ultimo, a Book Beat ha ammesso: “penso che la maggior parte delle persone prenda il gioco degli scacchi in modo molto serio se ha problemi di personalità, soprattutto quando si cerca di stare lontani da qualcos’altro nella vita. Sai, sbarazzarsi un po’ di quell’ansia, spostandola in qualcosa che sia relativamente sicuro”, dando così eco ai pensieri del personaggio.

La miniserie è un viaggio introspettivo della protagonista che non impara solo a farsi spazio in un mondo convenzionalmente lontano dal suo, acquisisce puntata dopo puntata consapevolezza di sé e dei suoi limiti, di tutte quelle mancanze che ha accumulato dall’infanzia all’età adulta e che sono state il trampolino di lancio per la sua tossicodipendenza e la sua diffidente chiusura nei confronti di chi le sta intorno.

A dispetto quindi dei lunghi silenzi tipici del genere drammatico e della trama fondata sullo sport laconico per eccellenza, La regina degli scacchi è riuscita a fare un record di spettatori. Piena di tante scene scarne di dialoghi ma colme di una tensione disperata quanto avvincente, tale da spingere gli spettatori ad appassionarsi al gioco, facendo aumentare del 250% le vendite dei set di scacchi su Ebay e quintuplicando le iscrizioni su Chess.com, la piattaforma di scacchi online più famosa, in pochi giorni.

Grazia Battista

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