Mario e Memmo Carotenuto: fratelli e figli d’Arte

INTRODUZIONE

C’era una volta il cinema muto, con le sue Dive seducenti, vorticose, brillantinate, del tipo di Francesca Bertini, Pina Menichelli, Lyda Borelli e altre ancora. C’erano anche attori brillanti, il più importante dei quali può essere definito Raffaello in arte Nello Carotenuto, padre di Mario e Memmo, future “stelle” della commedia brillante degli anni ’50 e ’60. Ebbene, quindi i due fratelli possono definirsi figli d’Arte. Memmo era qualche anno più grande di Mario: classe 1908 il primo, classe 1916 il secondo. Fieri delle loro esperienze e delle loro origini, la vita di strada aveva loro insegnato tanto, così come il poter respirare, fin dalle più tenere età la magia del palcoscenico e del cinema. Le loro carriere, nel fior fiore del cinema italiano, furono ricche di titoli importanti, di riconoscimenti prestigiosi e di soddisfazioni professionali.

Pur ritrovandosi spesso tra un set e l’altro, i due fratelli non furono mai una coppia cinematografica vera e propria, anche se si ricordano piacevolmente insieme, in due pellicole dei primi anni ’60, dal titolo “Mariti in pericolo” e “I piaceri dello scapolo”, più altre 4 pellicole, tra cui il celeberrimo Poveri, ma belli, dove però apparivano sempre separati.

MARIO E MEMMO IN “COPPIA”

In questi due film, popolari, freschi e divertenti però, Mario e Memmo ci danno la prova di cosa ne avrebbero potuto fare produttori e registi, se solo avessero creduto di più in loro come “coppia cinematografica”. Infatti, in questi due film sono una coppia comica a tutti gli effetti, come erano stati Stanlio e Ollio, o Totò e Peppino, o come di lì a poco lo saranno Franco e Ciccio. I duetti tra i due fratelli, qui protagonisti assoluti di entrambe le pellicole, sono perfetti: gioiellini di comicità mai volgare e di scavo psicologico nell’immaginario popolare. Due film da gustarsi in assoluta spensieratezza. Osannati anche dalla critica oltre che dal pubblico, per questi due film, i due fratelli serberanno sempre un ottimo ricordo del lavoro comune svolto insieme. “Mariti in pericolo” e “I piaceri dello scapolo” sono portatori di allegri equivoci e divagazioni divertenti intorno al mito del gallismo italico. Intorno a loro ruotano attrici come Sylva Koscina, Franca Valeri, Pupella Maggio, perfettamente in grado di reggere la nuova coppia comica. Non ci saranno altre occasioni di rivedere i due fratelli insieme in un lavoro cinematografico, ma le due pellicole ottennero un grande successo di pubblico, anche grazie alla freschezza comico-parodistica di due storie, che scherzano sui simboli dell’Italia del boom, prima fra tutti la garconnière in “multiproprietà”. In I piaceri dello scapolo di Giulio Petroni, che è impostato su una serie di equivoci, sono due scapoli maturi che hanno affittato un appartamento per le loro avventure sentimentali: Mario con la misteriosa Sylva Koscina e Memmo con la prorompente Gina Rovere.  In Mariti in pericolo di Mauro Morassi sono invece due soci in affari che non hanno dubbi sulla fedeltà delle loro poco avvenenti mogli (rispettivamente, Franca Valeri e Pupella Maggio) e tendono a concedersi  scappatelle, entrambi con l’avvenente Sylva Koscina invitata da Mario che l’aveva  conosciuta a Milano. Il risultato è stato di aver dato vita ad una nuova coppia comica mai volgare con equivoci divagazioni divertenti sul mito del gallismo italico.

Sul set di “Mariti in pericolo”(1960), con Sylva Koscina

COLLEZIONISTI DI “FACCE ITALICHE”

Sempre presenti nei film che hanno fatto grande la commedia all’italiana, Mario e Memmo sono presenza fissa di quasi tutte le pellicole italiane dalla metà degli anni ’50 fino a tutti gli anni ’70. Sono inoltre collezionisti di “facce italiche” come pochi altri, con molte venature ironiche, amare. Pur essendo stati promossi entrambi sul campo, da “caratteristi” a “primi attori” o ancora meglio ad elementi insostituibili della “commedia”, i due erano profondamente diversi come stile recitativo. Memmo, otto anni più grande di Mario, era stato maggiormente a contatto con il padre Nello, nel suo periodo d’oro e aveva imparato il mestiere sul campo. Era imbattibile nell’incarnare un certo tipo di romanità popolare, verace, bonaria, di estrazione piccolo-borghese. Mario rappresentava invece l’italiano medio del dopoguerra, quello che aspira a diventare commendatore. Interpreta spesso il ruolo di cavaliere estroverso sempre pronto al corteggiamento di belle signore e in cerca di avventure extraconiugali, oppure l’imbroglione che vuole gabbare, ma che finisce sempre gabbato. 

Una splendida intervista rilasciata dal Critico Cinematografico Marco Giusti, qualche anno fa ad una nota Rivista, ci aiuta meglio a capire l’essenza di grandi attori di entrambi, nonché le loro profonde differenze:

Mario è stato sempre il romano del dopoguerra, l’italiano medio che ambisce a salire di grado, l’italiano un pò più ricco dopo gli anni del boom economico; mentre Memmo, il fratello, rappresentava sempre il lato più popolare: il macellaio, il ladro, il lestofante. Mario era il fratello benestante, quello che abita nei quartieri alti, o che si dà un tono, quello fortunato, nato con la camicia, simpatico accomodante e di una bravura pazzesca. In fondo anche il loro aspetto fisico e la loro voce ci e li trasportava verso queste strade. Mario era di stazza grossa, quindi figlio di una generazione che può abbuffarsi perché ha i quattrini; Memmo è molto magro, e la sua crescita artistica, avvenuta nei primi film neorealisti, ci conferma tale prerogativa interpretativa”.

Mario era come l’essenza della commedia all’italiana tutta, da quella alta di Risi, Scola, Monicelli, Loy, fino a quella bassa dei film con Alvaro Vitali, Lino Banfi ed Edwige Fenech; Memmo era l’attore cresciuto sotto l’attenta direzione di un maestro come Vittorio De Sica: è con lui che perfeziona il suo personaggio cinematografico, quello del povero diavolo che sbarca il lunario con fantasia e tenacia, pronto anche a trasgredire le regole, ma sempre animato da un fondo di umana bontà.

Mario Carotenuto è il romano de Roma (magari antico, come nel Satyricon di Gian Luigi Polidoro); il romano borghese (al contrario di suo fratello Memmo, che ne incarnava piuttosto la versione proletaria), maneggione, piacione, acchiappasottane, sempre inappuntabilmente vestito in giacca e cravatta: perfetto per il campionario cinematografico dell’Italia del boom economico accanto a divi come Sordi o Gassman. In questo senso Mario Carotenuto, risulta assolutamente strepitoso nel condensare su di sé tutta la millantata fama di sciupafemmine tipica del maschio italico di mezza età. In quasi tutti i film a cavallo degli anni ’50 e ’60, l’attore romano impersona la medesima tipologia del commendatore o ingegnere in cerca di avventure extraconiugali: uno stereotipo che Carotenuto impersona con gustosa aderenza e spiritosa ironia. I due cortometraggi, dal titolo di “La dirittura morale”, del film “La donna degli altri è sempre più bella”; e “Le gioie della vita”, del film “Siamo tutti pomicioni”, sono piccoli gioielli dell’arte seduttoria del maschio italico, gallismo, millantata ricchezza, apparenza, avventure extraconiugali. Lui però lascia il segno, ed è credibile con qualunque tipologia di personaggio “italico”. Esemplare quando impersona la tipologia dell’imbroglione, del lestofante, che finisce sempre gabbato, come in “Totò, Eva e il pennello proibito”“Fontana di Trevi” o in altre caratterizzazioni simili. I suoi due migliori film rimangono però “Gli eroi del doppio gioco” e “Colpo gobbo all’italiana”, le sue prove più compiute, personaggi “a tutto tondo”, che fuoriescono dalla farsa, per entrare in quella tipologia italiana di uomini comuni tipica della migliore commedia nostrana. Il primo film è ambientato negli attimi immediatamente precedenti alla Liberazione, durante la seconda guerra mondiale; il secondo si inserisce in piena commedia all’italiana, risultando uno dei migliori risultati di tale genere.

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Nell’ambito della commedia non gli è da meno il fratello Memmo. Un suo personaggio, addirittura, quello del ladro Cosimo, è anche all’origine della nascita della commedia all’italiana: la sua morte ne “I soliti ignoti” (1958), infatti, cambia le carte in tavola alla commedia cinematografica, virandola verso l’amarezza e la denuncia di costume. In fondo Memmo aveva questa ruspante simpatia di popolano romano che riversava completamente nei suoi film. E così questi suoi personaggi, burberi ma dal cuore d’oro, entrano, è proprio il caso di dirlo, nei cuori del pubblico. A cominciare dal saggio carabiniere Baiocchi nei primi due film della serie dei Pane e amore, personaggio che torna anche nello spin-off della serie dal titolo Tuppe, tuppe maresciaà(1958) . Il successo strepitoso della serie, arride un pò a tutti, compreso a Memmo, ormai pronto in rampa di lancio. E la sua bravura di eccellente attore, si evince in alcune personaggi e caratterizzazioni rimaste nell’immaginario popolare: la guardia notturna che divide il letto con Maurizio Arena nel film “Poveri ma belli”(1956) di Dino Risi e nel suo seguito “Belle ma povere” ; il simpatico e divertente delinquente “Ignazio, detto il Torchio”, nel film “Totò, Peppino e i fuorilegge” (1956); il guardiano dello zoo, nel ruolo di co-protagonista, nel delizioso film “Padri e figli”(1958); o ancora il verace e umano allenatore di Gambe d’oro (1958), dove non è un’utopia dire, che ruba perfino la scena al grande Totò; e infine il ruolo del parroco del paese, nel film “Gente felice”, sempre del 1958. Su tutti, resta il Quirino del film Il bigamo (1955), co-protagonista al fianco di Marcello Mastroianni nel film di Luciano Emmer. Per tale stupenda interpretazione, che inquadra un pò tutte le sue caratteristiche sopra descritte, l’attore si aggiudica il Nastro d’Argento 1956 come miglior attore non protagonista. L’attore è spesso anche guardia, come in Totò e Marcellino (1958) e Le ambiziose (1960). Non male neanche il tentativo di mettersi in proprio, producendo nel 1964, il film La ballata dei mariti e chiamando accanto a se, l’amico Aroldo Tieri, in una pellicola dalle tinte gialle e noir, davvero azzeccata e piena di pathos. Una carriera la sua di oltre centodieci film in cui si riconosceva subito grazie al suo volto espressivo e singolare, sormontato da un bel naso aquilino. Tanti film, così come il fratello Mario, recordman assoluto di film realizzati nella storia del cinema italiano: se ne contano più di 200.

Memmo Carotenuto - Wikipedia

IL RECORDMAN DELLA COMMEDIA ALL’ITALIANA: I MIGLIORI FILM DI MARIO CAROTENUTO

Già, perché la figura di Mario, checché ne pensino molti studiosi “radical chic”, è davvero fondamentale nel contesto della nascita e dello sviluppo della commedia all’italiana. Basti soltanto dire “71 film tra il 1956 e il 1963”. Tanto è il record tutto personale, irraggiungibile del sommo Mario. Nessuno come lui. E proprio nel periodo di maggiore splendore della nascente commedia all’italiana. Mario Carotenuto è proprio tra i protagonisti del film simbolo di quegli anni, ovvero “Poveri ma belli”, campione di incassi della stagione 1956. Pellicola giovanilmente scanzonata, leggera, semplice, rimasta nella memoria collettiva. Mario Carotenuto interpreta qui lo zio di Maurizio Arena, proprietario di un negozio di elettrodomestici, ma che non rinuncia ( ovviamente ) a piccole avventure galanti. Prima ancora, si era affermato da co-protagonista in almeno due titoli di “alta scuola”: come come La spiaggia (1953) di Alberto Lattuada dove è un ricco miliardario, che si è arricchito avendo capito che dopo la guerra gli italiani avrebbero avuto bisogno del frigorifero aprendo una apposita fabbrica; oppure come Don Matteo, fratello del Maresciallo Vittorio De Sica (Pane, amore e…; Pane, amore e Andalusia) che insieme alla governante di lui Caramella (Tina Pica) lo protegge dalle insidie della pescivendola Donna Sofia detta “la smargiassa”(Sophia Loren) interessata soltanto ad impadronirsi del suo appartamento incoraggiandolo a fidanzarsi con Donna Violante (Lea Padovani). Questi film di successo, contribuiscono a far salire le quotazioni cinematografiche di Mario Carotenuto. Apprezzato da tutti, nei successivi diventa letteralmente indispensabile e insostituibile, tanto nel cinema impegnato quanto nel genere comico. In questi sette anni si sprecano le caratterizzazioni memorabili e di grande divertimento, dallo scapestrato marito di Pupella Maggio del film “Mogli pericolose”, diretto da Luigi Comencini; all’avvocato che per una scommessa deve correre una fantomatica maratona per le vie di Roma, pena una sfilata in costume da fascista, nel film “La cento chilometri”; oppure il mago pasticcione e imbroglione detto il “mago della Fontana” del film “Fontana di Trevi”, con l’imbranato aiutante interpretato da Carlo Croccolo. Se nelle prime due pellicole citate si evincono delle piccole ma convincenti notazioni sociologiche, ad esempio sul fascino nascente della televisione; il terzo film, rientrante nel genere turistico, a colori con uno sgargiante Technicolor, scherza deliziosamente sulle italiche doti del gallismo. E pazienza se il protagonista è un inespressivo Claudio Villa, perché è quando è in scena Mario Carotenuto, straripante come sempre, che la pellicola acquista la sua ragion d’essere. Il ruolo di co-protagonista, ovvero quello del mago della fontana è molto divertente, e testimonia come Carotenuto eccelli nelle parti che rappresentano la borghesia romana che vuole emergere. Quello di “Fontana di Trevi” è comunque un gradevole microcosmo, semplice, divertente, anche all’acqua di rose, ma sostanzialmente abbastanza efficace. In questo senso, uno dei migliori film del genere, sia pure praticamente sconosciuto, risulta essere “Genitori in blue-jeans, una sorta di mini-Dolce Vita  ( il capolavoro di Fellini uscì pochi giorni dopo, ma se ne parlava ormai da mesi ): una Dolce Vita, certo, come poteva concepirla un Mastrocinque ( il regista ), superficiale, ridanciana, molto più vicina alla farsa che all’affresco sociale. Eppure lascia il segno, perché il film è davvero divertente e perché nel cast ci sono attori di estrema bravura come Peppino De Filippo, Ugo Tognazzi e Mario Carotenuto.

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Arriva il 1961 e Mario Carotenuto è in sala con ben 11 film, praticamente uno al mese, e tra tanti film del filone balneare e commedie all’italiana a tutti gli effetti, si distingue un film in costume, che ha avuto un notevole riscontro al botteghino, e una volta tanto anche critico. “Maciste contro Ercole nella valle dei guai” di Mario Mattoli, con protagonisti Mario Carotenuto e Raimondo Vianello, nei panni di Mario e Raimondo, dirigenti di una piccola compagnia teatrale, che tentano di far fortuna usando una macchina del tempo, sbagliando però data e finendo così 7 000 anni addietro, trovandosi invischiati nelle lotte eteree, tra Maciste, Ercole, financo la maga Circe ( una splendida Bice Valori). E la critica, strano ma vero, ebbe pareri favorevoli per il film: “Marchesi e Metz scrivono per Mattoli una parodia dei “peplum” di Cinecittà utilizzando l’espediente del viaggio nel tempo e confidando sulla simpatia e sul talento del duo di protagonisti, Carotenuto-Vianello”. E’ però il 1962 l’anno memorabilis di Mario Carotenuto, ormai divenuto “icona” del pubblico italiano. Certo, oggi il termine “icona” è inflazionato e non lo si nega a nessuno. Lui, però, se lo merita più di tanti altri perché la sua faccia con gli occhialoni dalla montatura spessa, la sua corpulenza, la sua gestualità transitano inalterate di film in film, ma risultando sempre appropriate e in tono col resto. Così, quelli che sono stati definiti i migliori lavori della sua carriera, verranno proprio girati nel 1962, così foriero di soddisfazioni lavorative. A maggio esce nelle sale “Gli eroi del doppio gioco”, esempio importante della capacità del cinema italiano di affrontare certi temi scabrosi in termini popolari. “Gli eroi del doppio gioco” rientra in quella serie di film, tipici dell’inizio anni ’60, che riprendono e rievocano vividamente il caos avvenuto nel paese negli attimi finali della seconda guerra mondiale: la caduta del fascismo, l’irresponsabile proclamazione dell’armistizio l’8 settembre 1943, l’attesa dell’arrivo degli Alleati, la gioia della Liberazione. In questo genere di film, “Gli eroi del doppiogioco” è senza dubbio una delle pellicole più compiute e più riuscite. E’ la storia di un podestà ( M.Carotenuto ) di un piccolo paesino dell’Appennino tosco-emiliano, che insieme ai due figli ( A.Tieri e C.Croccolo ) si adattano come possono ai mutamenti storico-politici. Intanto il terzo figlio, reduce dal fronte russo, va in montagna con i partigiani. Al di là della valenza storica del film e dell’indubbio talento dei tre protagonisti ( M.Carotenuto, A.Tieri, C.Croccolo ), funziona anche la parodia sull’incoerenza politica degli italiani: allora come oggi è tutto uguale. Film misconosciuto, ma ampiamente da rivalutare. A lavoro terminato, con praticamente lo stesso cast, Aroldo Tieri, Gabriele Antonini, e con l’aggiunta di vecchie glorie come Marisa Merlini e Andrea Checchi,  a Mario gli venne in mente una storia diversa, per certi versi assurda, sulla falsariga di quella dei “Soliti ignoti”, però al contrario: ovvero sia la storia di un gruppo di ladri, che devono riportare una refurtiva in banca, per salvare la reputazione e l’onore di un metronotte, loro amico fraterno. L’idea è senza dubbio geniale, originale, quasi surreale, con Mario Carotenuto che firma anche il soggetto e la sceneggiatura. Così, “Colpo gobbo all’italiana”, si issa come una delle più belle commedie all’italiana del nostro cinema e rientra tra quelle pellicole oggi meritevoli di un’ampia rivalutazione, ma sostanzialmente poco conosciute. Erano anni in cui la commedia all’italiana entra nel vivo, il boom economico è ormai compiuto e l’Italia vive un momento di grande benessere sociale. In questo luminoso contesto storico, l’attore romano vive il suo momento di massimo splendore, tutto ciò che tocca è oro, e fioccano per lui le parti nella nascente commedia all’italiana. “Colpo gobbo all’italiana” mischia un pò di tutto: è un giallo, è una commedia brillante, è un action movie stile “Soliti ignoti”, è una commedia amarognola. C’è un pò di azione, di comicità, di romanticismo, di surrealismo. Insomma non manca proprio nulla, compresa l’estrema originalità della storia. Essa racconta del metronotte Orazio (A.Checchi ) che è un amico di tutti nel quartiere in cui svolge il proprio lavoro. Quando viene fatto un furto in una banca, il che accade proprio sotto la sua giurisdizione territoriale,Orazio per non cadere in disgrazie,si rivolge,per recuperare il maltolto, proprio ad alcuni lestofanti di bassa leva i quali,a loro volta,chiedono l’aiuto di un “professionista” di grande fama nel quartiere, ovvero Nando Paciocchi, un carismatico e frizzante Mario Carotenuto. E’ lui la vera forza della pellicola, qui anche autore del soggetto e co-sceneggiatore. La sua capacità, più unica che rara di rendere credibile qualsiasi personaggio, soprattutto quando si tratta di un borgataro romano, è la chiave del suo successo. Ma la pellicola, furba e schietta, funziona anche perché ruota tutta su un efficace gioco di squadra, da parte di un’affiatata schiera di caratteristi e attori di eccelso livello: da macchietta Aroldo Tieri nei panni di Titillo, scassinatore che tratta le casseforti come fossero belle donne da corteggiare, ma riuscita risulta essere anche la guardia notturna di Andrea Checchi. Un film che riesce a farci riassaporare un’Italia che non esiste più, in puro stile da commedia all’italiana, ed anche delle più pregiate. Il maestro Lucio Fulci, grazie alla bravura dei caratteristi di contorno e ad un ispirato Carotenuto (autore del soggetto) racconta di una Roma che non c’è più, di vizi e debolezze del “popolino” e di una solidarietà (non sempre spontaneamente sincera) tra reietti, che fa sempre il suo effetto (anche comico). Gradevole, gradevolissima commedia, allora sottovalutata dalla critica, ma molto apprezzata dal pubblico, con un importante messaggio di fondo, ovvero che la gente onesta in Italia esiste ancora. Sarà valido anche oggi? Forse. Quel che rimane comunque, è il film, davvero da rivalutare. E occhio a Mario Carotenuto: che attore! Poi giunge il 1963, e quì al di là dell’evidente mediocrità del film “Scandali nudi”, quel che è da evidenziare, è solo ed esclusivamente la gustosa caratterizzazione di Mario Carotenuto nei panni di un frate moralizzatore della provincia siciliana, con tanto di saio e barbetta da francescano. Il tutto inserito in una storia, quasi a sfondo erotico, sullo stile dei vari “Europa di notte”, usciti nelle sale di mezza europa soltanto l’anno precedente: primi timidi segnali dell’allentamento dei freni censori nel cinema italiano e non solo.

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Nando Paciocchi, il ladro gentiluomo di “Colpo gobbo all’italiana”(1962), che aiuta una guardia giurata a recuperare il bottino di una rapina in banca, è il personaggio memorabile della carriera di Mario Carotenuto. Un’idea originale e surreale, nata proprio dalla penna di Mario Carotenuto. Commedia all’italiana a tutti gli effetti. E delle migliori anche…

PERSONAGGI PROFONDI: IL TALENTO PROTEIFORME DI MEMMO CAROTENUTO

Al di là del già citato personaggio del ladro Cosimo, ne I soliti ignoti, probabilmente il più prestigioso della sua carriera e quello più centrale di tutti nel capolavoro di Mario Monicelli, Memmo Carotenuto va scoperto e apprezzato, nella sua capacità di cambiare registro interpretativo, soprattutto nelle pellicole meno note, oserei dire minori. E così citiamo due film, come esempio di questo suo grande talento, che il cinema avrebbe forse potuto utilizzare ancora meglio. Il primo è Gambe d’oro, uno dei primi film italiani ambientati nel mondo del calcio. Primizia, quasi assoluta che anticipava di qualche anno titoli come Il presidente del Borgorosso Football Club o L’allenatore nel pallone. Nonostante la prestigiosa presenza di Totò, nei panni dell’avaro presidente del Cerignola, squadra pronta la grande salto in Serie C; il film poggia tutto sulle spalle di Memmo Carotenuto, il vero protagonista della pellicola. E’ infatti nei panni di Armando, lo storico allenatore della squadra di calcio. che l’attore sfodera una delle migliori interpretazioni della sua carriera, tenendo sapidamente in equilibrio tutti gli stili interpretativi. Con tanta fatica Armando ha creato un gruppo coeso, felice, armonioso, fatto di amicizia, di umanità e di sano sport; con così tanta facilità il suo presidente vuol vendere i suoi migliori giocatori. Così l’armonia si sfascia e Armando si dispera, urla, strepita. Sente che quel giocattolo si è rotto, per colpa di promesse, di soldi e di notorietà. Lui, che non aveva mai avuto figli e che vedeva in quei ragazzi, che allenava ogni giorno in quel campetto polveroso di provincia, quei figli che non aveva mai potuto avere. Ma sarà la sua tenacia a convincere giocatori e presidente a riprendere a remare tutti insieme e la conciliazione finale, con la corsa di un ragazzino al grido di “Restano, restano”, verso l’Armando desolato, da solo al buio al centro del campetto polveroso, è uno squarcio di poesia commovente, che ci restituisce l’idea di uno sport ancora sano.

Stefano Bo' on Twitter: "Anche gli ignoti piangono Memmo Carotenuto e  Vittorio Gassman, “I soliti ignoti” (1958)… "
Memmo Carotenuto nei panni del ladro Cosimo, nel capolavoro di Mario Monicelli, “I soliti ignoti”(1958). Peppe Er Pantera (Vittorio Gassman) cerca di carpirgli il segreto di un potenziale colpo in banca.

Meno completo sul lato sociale, però riuscito come divertissement, La ballata dei mariti nasce su un’idea dello stesso Memmo. Un film di coppia (Aroldo Tieri è l’altro protagonista) come si usava fare all’epoca, contaminato da una spruzzatina di noir e di commedia di spionaggio, il tutto condito dalla classica avventura extraconiugale tentata da mariti fedrifaghi ed ovviamente naufragata miseramente, il linea con la morale democristiana dell’epoca. All’interno di un trama, se non molto originale, comunque molto fresca e divertente, rimane l’affiatamento e il talento della coppia. Memmo Carotenuto e Aroldo Tieri, per anni erroneamente etichettati come “seconde linee”, erano assolutamente capaci di tenere testa ai colleghi più blasonati, e in questa commedia semplice, senza particolari pretese, lo dimostrano ampiamente. La coppia non solo funziona nei suoi singoli componenti, ma lavora benissimo anche dal punto di vista delle dinamiche interrelazionali fra i personaggi: Memmo è un perfetto clown bianco, Aroldo Tieri un augusto strepitoso.

La ballata dei mariti - Wikipedia
Aroldo Tieri e Memmo Carotenuto in una scena tratta dal film “La ballata dei mariti(1964)

MARIO CAROTENUTO E LA COMMEDIA ALL’ITALIANA BALNEARE

In quegli stessi anni, lo stacanovista Mario, è presenza fissa e assidua, di una ramificazione della commedia all’italiana, destinata a rimanere nella memoria collettiva, ovvero la commedia all’italiana balneare. Siamo nei primi anni ’60 e il Boom economico è arrivato, e con esso la ritrovata agiatezza della società italiana, che porta l’italiano medio a godere delle vacanze, del mare, delle villeggiature e dello svago estivo. Se immediatamente dopo la guerra era impossibile permettersi anche una sola giornata al mare, già dalla metà degli anni ’50, con il Pil ampiamente raddoppiato, gli italiani possono permettersi di andare in vacanza, anche per svariate settimane. Le spiagge e i luoghi di villeggiatura si popolano, in estate, di famiglie della media borghesia; ma anche di operai, impiegati, lavoratori a basso reddito, insomma anche di tutti coloro che non possono permettersi il lusso di una vacanza completa. Ci sono i treni organizzati dai “Dopolavoro” che consentono di trascorrere un “sabato fascista” al mare o ci sono i campi estivi per i più giovani. Il fenomeno diventa di massa dopo la seconda guerra mondiale; la rinascita postbellica, con i primi segni di benessere e la disponibilità di mezzi di trasporto, diffonde l’abitudine alla vacanza estiva e avvicina gli italiani al mare; e il cinema sempre attento ai fenomeni sociali scopre questo nuovo set e vi ambienta le proprie commedie. Il mare diventa il luogo simbolo della vacanza, e la vacanza è, per definizione, un momento di svago e di spensieratezza, ancor di più se è la conquista di un popolo che sta uscendo a fatica, ma con rinnovata voglia di vivere, dalle traversie e dalle privazioni della guerra. Con questo spirito il cinema affronta il tema delle vacanze estive al mare: le gite domenicali delle famiglie, gli incontri, gli amori, ma anche le avventure dei play boy nostrani, i vizi, le infedeltà; l’atmosfera di inusitata libertà di questo luogo spinge i personaggi ad uscire dagli abituali comportamenti di città e a cercare nuove esperienze; ma questa libertà, spesso, mette in luce gli aspetti più repressi e quindi quelli peggiori dell’uomo. E’ il boom economico. In questo contesto storico-sociologico nasce la serie dei film “turistico-balneari”. Nel decennio compreso tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’60 l’Italia visse una stagione di crescita economica e di cambiamenti sociali veloci e intensi, e divenne una delle maggiori potenze industriali. Lo sviluppo economico superò addirittura quello demografico (pure evidente) e ciò ebbe come conseguenza un miglioramento diffuso del tenore di vita (i primi apparecchi televisivi, la storica 500). Molti dei film girati in quegli anni testimoniano sia questi cambiamenti, sia le tante contraddizioni ad essi collegate. Quella del film turistico-balneare diventa una vera e propria moda che nel giro di pochi anni arriva a produrre una moltitudine di pellicole del genere. Si trattava di ambientare il film a episodi intrecciati, nelle più importanti località turistiche italiane, e spesso località balneari, con il luogo di consueto già pre-annunciato dal titolo. Un piccolo escamotage di produttori e sceneggiatori destinato a fare epoca, e come ovvia conseguenza il film veniva girato in piena estate, facendo aumentare ancora di più il mito dell’Italia della “Dolce Vita”.

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Mario Carotenuto con Gloria Milland nella commedia balneare “Ferragosto in bikini”(1960).

Tra gli specialisti del popolare genere, spicca Mario Carotenuto, che nel triennio 1960-62, prende parte a cinque film ascrivibili a tale genere, diretti tutti dal regista Marino Girolami: “Ferragosto in bikini”, “Caccia al marito”, “Bellezze sulla spiaggia”, “Scandali al mare”, “Pesci d’oro e bikini d’argento”. In quasi tutti questi film Carotenuto è un commendatore in cerca di facili avventure sulle spiagge italiane, Ostia in primis. La medesima tipologia del commendatore o ingegnere al mare, in cerca di avventure galanti: uno stereotipo che l’attore romano impersona con gustosa aderenza e sapida ironia. Addirittura in “Pesci d’oro e bikini d’argento” è un commendatore romano che si gode la sua Piazza Navona, deserta, il giorno di ferragosto, ma che, ovviamente, non rinuncia ad abbordare una turista tedesca, approfittando del fatto che la moglie è in villeggiatura al mare. Particolarmente riuscito anche il ruolo dello scalcinato gangster americano che tenta di portare in Italia i metodi della malavita americana, con gag pseudo-malavitose a non finire, nel film “Scandali al mare”. L’unico ruolo, dei cinque film, curiosamente diverso, ma estremamente divertente.

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…e quì con Valeria Fabrizi nel similare “Scandali al mare” (1961)

GLI ANNI ’70

Se il percorso verso la notorietà di Mario e Memmo è stato pressocché identico nell’ascesa, grossa differenza si verificherà negli anni ’70. Già dalla seconda metà degli anni ’60 Memmo dirada le sue presenze cinematografiche: dal 18 film del 1958, passiamo all’unico del 1967. Compare negli anni ’70 anche in qualche film con Franco e Ciccio e addirittura in un western parodistico (Di tre sette ce n’è uno…tutti gli altri son nessuno), ma quella centralità cinematografica degli anni precedenti sarà solo un ricordo. Quella centralità, che Mario Carotenuto, riesce a tenere con sè, anche in anni profondamente diversi come gli anni ’70. Merito del fatto, che, come già visto, incarnasse una maschera di romano più moderno del fratello, più ancorato alla modernità del boom economico, che alla tradizione di una vita ancora borghese o bucolica. Anzi, gli anni ’70 regalano a Mario caratterizzazioni memorabili, in un tipo di cinema e di società profondamente diversi da quelli del decennio precedente. Più cupo, più enigmatico, figlio dei tempi, con i primi segni del terrorismo che acuiscono la tensione sociale e un intero sistema politico che si sta sfaldando paurosamente. Ma il cinema cambia, anche perché sono venute meno le strenue ali moralizzatrici della censura, ormai con le maglie evidentemente super allentate. Fioccano i nudi, le parolacce e le prime scene di sesso, esplicite o meno. Eppure Mario Carotenuto, da attore esemplare, sempre pronto ad assecondare cambiamenti e variazioni, sa riciclarsi, riadattarsi ai nuovi tempi, come solo i grandi attori sanno fare. Tra le sue migliori interpretazioni, sono da evidenziare il vetturino romano di Girolimoni, il mostro di Roma (1972), di Damiano Damiani; il ruolo di Armando detto “il professore”, una sorta di saggio e dotto borgataro romano, nel film “Lo scopone scientifico“, di Luigi Comencini, che gli vale la vittoria del Nastro d’argento come miglior attore non protagonista; ma soprattutto l’avvocato De Marchis del cult-movie “Febbre da cavallo”(1976), uno dei bidonatori bidonati che affollano la storia. E siccome questi sono anni di profondi cambiamenti, Carotenuto non sfugge al nascente filone scollacciato-boccaccesco, che si rifà da un lato alle novelle del Boccaccio, riadattate ai giorni nostri; dall’altro con il termine boccaccesco inteso nel senso di scollato, erotico, pruriginoso. In questa serie di film, l’attore romano si presenta in veste autarchica ( “L’insegnante”, “La liceale”, “La professoressa di scienze naturali”), dove interpreta quasi sempre il preside di una scuola nella quale alunni e professori pensano solo a sesso e non a studiare, lui compreso. Il genere è dominato dalla presenza di ottimi caratteristi, come lo stesso Mario Carotenuto, ma anche Lino Banfi, Alvaro Vitali o Renzo Montagnani. Certo, il livello di queste pellicole è alquanto basso, in certi casi davvero infimo, ma Mario Carotenuto ci insegna che la classe non è acqua e che il talento fuoriesce persino nelle situazioni più becere, come quando ha interpretato il ruolo di fra’ Bernardone nell’inguardabile film in costume “Racconti proibiti…di niente vestiti”. Val la pena poi, nominare il film “Il tifoso, l’arbitro, il calciatore”(1982), di Pier Francesco Pingitore, in cui Carotenuto interpreta il ruolo di uno sfegatato romanista in una caratterizzazione da manuale, rimasta nella storia del cinema. Al suo fianco, un sempre nasuto Pippo Franco.

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Armando detto “il professore”, borgataro romano, dotto, saggio e comunista, spiega la lotta di classe: “Chi è ricco, chi è potente non può comprendere gli affanni, le ansie dei poveri. Lottare significa esistere, rassegnarsi è come morire”. Questa stupenda interpretazione valse a Mario Carotenuto il Nastro d’argento come miglior attore non protagonista della stagione 1972.

IL SEGRETO DEL LORO SUCCESSO

Insomma, entrambi presenze dirompenti in scena e sullo schermo, nella vita privata erano invece – come racconta la figlia di Mario, Claretta Carotenuto – uomini riservati e schivi, che non amavano parlare di sé. Entrambi parlavano invece, e con entusiasmo, del proprio lavoro e della passione per l’ambiente cinematografico. Erano diventati, grazie all’estrema popolarità accumulata, alla stregua di due “miti” viventi. Erano stati in grado, più di tanti altri attori della sua generazione, di parlare al popolo, a quel popolo che voleva divertirsi ed era uscito da pochi anni dalle rovine della guerra. Nei loro innumerevoli ruoli cinematografici (ne possiamo contare oltre 300) nei dissidi coniugali, nelle avventure impossibili, nell’inventare soluzioni impreviste, Mario e Memmo Carotenuto sono stati davvero personaggi sociologicamente importanti e rilevanti del nostro cinema. Re della “commedia all’italiana”, ma di quella più popolare, erroneamente chiamata B-Movie, ma che di serie B, ha ben poco. Erano tra i massimi interpreti della fascia più popolare e popolana della commedia all’italiana, perché erano romani de Roma, ed era quasi come se fossero i “rappresentanti” del popolo a Cinecittà. Mario era corpulento e pesante, ma di bella agilità, il viso modellato dagli occhiali che aiutano espressioni tendenti a tutti i registri, da quello furbesco a quello preoccupato, borghese, piacione, seduttore, sempre inappuntabilmente vestito in giacca e cravatta: perfetto per il campionario cinematografico dell’Italia del boom economico. Mentre Memmo era perfetto come rappresentate della borghesia proletaria che si arrabatta come può, ma che ha in sè un grande dono, ovvero l’arte dell’umiltà e dell’umanità. Elementi che hanno sempre contraddistinto il Memmo Carotenuto della vita privata, mai una parola fuori posto, mai una parola di invidia verso nessuno. Va detta anche la verità sul loro rapporto, entrambi si stimavano e si rispettavano tanto. Sovente si incrociavano a Cinecittà, impegnati giornalmente nei set più disparati. Non si frequentavano spessissimo fuori dall’ambito lavorativo e cinematografico, però mai un invidia, mai un litigio li sfiorò, neanche quando si trovarono a lavorare insieme in alcuni dei film sopracitati.

Che dire di più? A parte la curiosità sul fatto che Memmo Carotenuto fu consuocero di Carlo Campanini, avendo il figlio Bruno, sposato la figlia Anna Grazia Campanini, rimangono le gesta artistiche di due attori, che hanno dato tanto al nostro cinema, con limpidezza, con purezza, con tenacia e con orgoglio. L’orgoglio e il talento degli attori di una volta, e allora diciamolo che…

” non ci sono più gli attori di una volta”

Mario e Memmo Carotenuto in primis!

Mario e Memmo Carotenuto: due illustri comici del cinema italiano

Domenico Palattella

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