“Questa non è una serie per donne, è una serie guidata da donne”. Le reali lotte de Le ragazze del centralino

Se è vero che nel ventunesimo secolo le donne hanno raggiunto -in parte- la parità dei diritti, è anche vero che non si è giunti fino a questo punto senza la volontà di tante di loro nel combattere e nel mettersi in prima linea contro uno stretto regime maschilista, anche a costo di pagare l’ostinazione con la vita.

Le ragazze del centralino non racconta solo una storia volta all’emancipazione femminile durante gli anni successivi alla prima Guerra mondiale, ma richiama un contesto storico rappresentato così realisticamente da permetterci di venire catapultati al suo interno.

Con un’impeccabile scenografia rappresentativa di una signorile quanto misteriosa Madrid degli ultimi anni Venti e con le interpretazioni forti e travolgenti degli attori della serie, il quadro donatoci da Netflix grazie a Ramón Campos, Gema R. Neira e Teresa Fernández Valdéz, ci lascia meravigliati e spiazzati al tempo stesso.

Gli autori hanno voluto rendere nota l’importanza che in quegli anni assumeva la nascente rivoluzione telefonica, diventata centrale per le libertà femminili; tanto è vero che fino a quel momento le donne potevano essere insegnanti, suore o cameriere ma ritagliandosi addosso il mestiere di centraliniste hanno improvvisamente iniziato ad assaporare un accenno di indipendenza.

L’ispirazione parte dalla mostra “Operatrici telefoniche: il mondo nelle loro mani” svoltasi nel 2014, che ha dato ai creators la spinta giusta per voler raccontare l’influenza che questo nuovo ambiente ha esercitato sull’affrancamento della donna. Affinché la storia potesse risultare vicina alla realtà, sono stati ricostruiti non solo fatti storici rilevanti, come la prima chiamata intercontinentale fra Spagna e Stati Uniti o l’interesse della corona per la compagnia telefonica, ma anche luoghi di ritrovo per le femministe, intenti a simboleggiare l’ambiente sociale dell’epoca.

“Mentre sviluppavamo la storia ci siamo resi conto che nonostante ci siano stati molti avanzamenti per la condizione femminile negli anni, è ancora oggi più difficile per una donna rispetto a un uomo ottenere una posizione di dirigenza, esistono ancora sensi di colpa per le lavoratrici che hanno famiglia e soprattutto esistono ancora gli abusi sul luogo di lavoro” spiegano gli showrunners, sottolineando come questo sia un periodo cruciale dopo tanti anni di sessismo, un periodo in cui “le serie tv, come parte integrante della cultura, hanno una grossa responsabilità per aiutarci ad avanzare”.

Anche a detta delle protagoniste della serie, questa trama permeata di lotte rivendicative, tentativi di validare i propri diritti e quel tocco di romanticismo misto a raggiri degni di Bonnie e Clyde, ha permesso loro di conoscere più a fondo quell’ideologia intrinseca in ogni donna ma di cui spesso non si è coscienti abbastanza.

“Grazie a questa serie ho acquistato una coscienza femminista che non sapevo di avere. Mi sono arrabbiata con me stessa e mi sono sentita ignorante perché mi sono resa conto di tutto quello che non sapevo. […] Interpretiamo quattro eroine della vita, eroine di tutti i giorni” racconta ad Eslang España  Maggie Civantos, interprete di Ángeles e volto ormai riconoscibile grazie al suo ruolo in Vis a Vis.

Blanca Suárez invece, voce narrante e attrice di Alba, si sofferma sull’importanza che riveste Le ragazze del centralino nel “ricordarci le lotte di chi ci ha preceduto, senza le quali non saremmo qui oggi a lavorare”, definendo lo show non come “una serie per donne ma una serie guidata da donne” e ponendo l’accento su tutto ciò che si è raggiunto rispetto a quei tempi.

È stata la prima serie spagnola sbarcata su Netflix e dopo il rinnovo di 5 stagioni, possiamo appurare che il peso di tale responsabilità è stato pienamente appagato. Rispetto alle note della prima stagione, molto più romantiche e leggere, dalle stagione successive i toni entrano nel vivo del contesto storico che a un certo punto fa un salto temporale fino alla guerra civile spagnola, ripercorrendo non solo le vicende delle protagoniste intente a farsi spazio in una società che le relegava ai margini, ma anche la loro crescita personale all’interno di quella civiltà sempre più in mutamento.

È ciò che ha chiosato l’attrice interprete di Carlota, Ana Fernández, a El palomitrón in merito all’andamento delle stagioni: “C’è un’evoluzione non solo a livello estetico. Siamo più donne, tutto non è più così sfocato e quindi ci sentiamo più a nostro agio. […] Le trame sono molto più interessanti, le prime erano più sdolcinate e ingenue”.

La componente che affascina non è solo il realismo e il garbo con la quale vengono trattati diversi temi delicati, è soprattutto l’atipico andamento dei fatti che da una puntata all’altra permette di lasciare lo spettatore sempre a bocca aperta. L’esempio lampante è racchiuso nell’ultimo episodio che ha sicuramente sconvolto i fan e al tempo stesso ha reso giustizia all’intelligenza della storia. La stessa Fernández ha ammesso che il finale è valido “proprio per quello che hanno rappresentato le ragazze. Rende giustizia ai personaggi, alla serie, in modo che non sembri una cosa sciocca, banale”.

“Nel 1928, le donne erano viste come accessori da sfoggiare, incapaci di esprimere opinioni o prendere decisioni. La vita non era facile per nessuno, ma ancor meno per le donne. Se eri donna nel 1928, la libertà era una sogno che sembrava impossibile perché per la società eravamo solo casalinghe, madri, mogli. Non avevamo diritto di avere sogni o ambizioni. Per trovare un futuro, molte donne dovettero viaggiare lontano e altre dovettero combattere gli usi di una società retrograda e sciovinista. Alla fine, tutte noi, ricche o povere, volevamo la stessa cosa: essere libere; e se per questo bisognava infrangere la legge, eravamo disposte a farlo senza preoccuparci delle conseguenze. Solo chi si batte per i propri sogni può riuscire a realizzarli.”

Con queste parole adattate a quasi un secolo fa ma oggi ancora estremamente altisonanti, si apre la prima puntata di questo pamphlet sociale narrativamente seguace di Hitchcock e della sua intrigante abilità di raccontare eventi poggiati su uno sfondo dark e visivamente vicino allo stile e alla classe del Grande Gatsby.

Grazia Battista

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