Il Regno Unito ha temuto una serie tv? La Scozia a un passo dall’indipendenza grazie ad Outlander

Come può un historical drama influenzare la politica di un Paese? Outlander, la serie televisiva basata sui romanzi di Diana Gabaldon, ne sa qualcosa.

Trasmessa negli USA e in buona parte del Commonwealth nel 2014, sbarca invece in Gran Bretagna con largo ritardo; possiamo dire con un sospetto quanto strategico ritardo. Secondo alcune e-mail trapelate della Sony Pictures, la casa di produzione della serie, sono stati infatti resi noti alcuni retroscena degni degli intrighi politici di House of Cards, che rivelano le intenzioni da parte del Regno Unito di oscurare la serie per un lasso di tempo ben preciso, comprensivo del famoso referendum sull’indipendenza della Scozia svoltosi proprio nel 2014.

La storia ci dice che quest’ultimo si è poi rivelato perdente per i progressisti che speravano nella secessione scozzese, chiudendosi con il 55% dei voti riservati al “no”. Sicuramente non si è giunti a questo risultato per merito di una serie tv, eppure, l’allora Primo Ministro britannico David Cameron, dieci settimane prima del voto, ha richiesto un incontro con i rappresentati della Sony per discutere la data di uscita del programma. Perché?

Stando a quanto riportano le e-mail rilasciate da Wikileaks, il focus dell’incontro si sarebbe delineato intorno alla questione degli “investimenti complessivi nel Regno Unito”, affermando la relazione avente “in particolare con le questioni politiche del Regno Unito, poiché la Scozia contempla il distacco in questo autunno”.

Va precisato che già prima della fuga di informazioni, sui social network infervoravano illazioni sul fortuito ritardo della serie, che spaziavano dalla comicità usata per incanalare il proprio dissenso con frasi come: “Outlander sulla tv britannica? Hai più possibilità di trovare Nessie, il mostro di Loch Ness”, a vere e proprie rivolte mediatiche intenzionate a diffondere il malcontento per tale ingiustizia, sfruttando piattaforme come Twitter che lanciavano l’hashtag #UKTvNeedsOutlander (trad. “La televisione britannica ha bisogno di Outlander”).

Successivamente alla divulgazione delle e-mail però, per i cultori seriali e per i fan più accaniti dello show, ribattezzato nella sua prima stagione come la versione scozzese di Games of Thrones, il quadro della situazione si è fatto sempre più chiaro; nonostante un portavoce del Primo Ministro abbia rifiutato di commentare tali notizie, la strategia utilizzata e le relative motivazioni si erano ormai palesate.

Per chi non si è lasciato travolgere da questa serie, saranno necessarie delle linee guida utili a capire in che modo uno show televisivo abbia potuto avere un potenziale in grado di intaccare la politica di un Paese; stiamo parlando di eroici Highlander che nel 18° secolo erano impegnati a combattere le giubbe rosse inglesi.

Una trama basata quindi sulla libertà e sull’indipendenza degli scozzesi, inserita all’interno di uno scenario in cui i soldati anglosassoni non sono propriamente raffigurati come portatori di pace o benevoli alleati degli abitanti delle Highlands, anzi. Proprio durante uno dei primi episodi, la protagonista, di origini britanniche, risponde per le rime ad alcuni ufficiali inglesi che utilizzano aggettivi come “selvaggi” e “incivili” per identificare gli scozzesi, incalzando: “Gli scozzesi vogliono soltanto le libertà di cui noi godiamo, le libertà che diamo per scontate”.

Alla luce di una simile sceneggiatura, risultano così evidenti le ragioni che hanno spinto Cameron ad oscurare lo show fino al voto storico. Seppur non sia stata mai rilasciata nessuna dichiarazione, le e-mail mandate dal vicepresidente esecutivo della Sony lasciano poco all’immaginazione, nonostante il carattere irreale che aleggia nell’intera faccenda.

Ma se il Regno Unito ha intralciato la messa in onda, temendo l’ipotetica brama degli scozzesi di perseguire la stessa agognata indipendenza voluta dai clan della serie, l’attore principale Sam Heughan, interprete di Jamie, si è espresso a favore del cambiamento e del “si”, sostenendo che tale voto avrebbe permesso la costruzione di una Scozia migliore; differente è stata invece la risposta dell’autrice dei libri, Diana Gabaldon, che sul Daily Telegraph ha precisato, utilizzando l’accento scozzese: “Aye or Naw? Put me down as Mibbie” (trad. “Sì o no? Segnatemi come Forse”).

Il referendum del 2014 non ha portato all’indipendenza della Scozia, ma a distanza di 7 anni la questione è tornata in auge ed è stata sollevata dal Primo Ministro scozzese, Nicola Sturgeon, che ha intenzione di giungere ad un nuovo referendum. Di contro però ha una serie di ostacoli, come la legge, la quale afferma nello Scotland act, che le questioni relative all’unione fra Scozia e Inghilterra sono regolamentate unicamente dal parlamento britannico di Westminster, in cui ad oggi il 90% dei parlamentari non è scozzese e più della metà di loro appartiene al partito conservatore di Boris Johnson.

La strada per i riformisti è quindi pressoché lunga e tortuosa, ma, come ha anche precisato la Gabaldon: “ I sostenitori del “si” sono accesi: idealisti, pieni di speranza, ispirati dall’idea del cambiamento e di autodeterminazione democratica. Puntano a ciò che considerano specifiche istanze di governo “Londra-centriche” ”.

Sono decisi e audaci, spinti da una vaga quanto a tratti ancora attuale voglia di autoaffermazione, vicina a quella ambita dai combattenti in kilt del XVIII secolo.

Grazia Battista

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