Le aspettative disilluse per Fate: The Winx Saga. Un adattamento teen drama che fa un po’ rimpiangere il cartone italiano

Un po’ di orgoglio italiano non fa mai male e Fate: The Winx Saga ci ha involontariamente permesso di intensificarlo, grazie alla sua trasposizione lontana anni luce dal prodotto d’ispirazione.

Disponibile sul catalogo di Netflix da gennaio 2021, questa nuova serie italo-britannica è stata creata da Brian Young (già noto per il suo lavoro in The Vampire Diaries) ma basata sull’idea lungimirante del nostro Iginio Straffi (che qui figura anche come produttore esecutivo).

Un’idea andata in onda nel 2004 in Italia ma distribuita in ben 150 Paesi con il nome Winx Club, generando un vero e proprio fenomeno mediatico e commerciale con l’aggiunta di film d’animazione, spin-off, fumetti, tour internazionali e una catena di merchandising da far invidia ai supereroi Marvel più quotati degli ultimi anni.

Al repertorio di prodotti legati al mondo fatato più famoso degli ultimi vent’anni, si aggiunge una serie live-action che ha tentato di svecchiare e rimodernare il soggetto di Straffi. Pur accettando le buone intenzioni dei producer, la serie tv fuoriuscita è risultata agli occhi di molti come un pessimo tentativo di far rientrare una storia concepita per il pubblico prescolare all’interno del girone oscuro dei teen drama, caratterizzati ormai da una punta dark che rende tutto stazionario e piatto (alcuni esempi lampanti li ritroviamo in Riverdale e Le terrificanti avventure di Sabrina, altri due soggetti trasportati nel cupo mondo del drama).

Da una storia intrinseca di colori, empowerment, inclusività e leggerezza, siamo giunti così ad una trama totalmente stravolta dall’esigenza di catturare l’attenzione dell’adolescente medio che può in questo modo ritrovarsi nei triangoli amorosi improvvisati, nelle dinamiche di gruppo che vedono una fata contro l’altra a discapito dell’unione che legava le protagoniste del cartone animato e nei tormenti interiori dei personaggi che non trovano un barlume di positività neanche a pagarlo.

Se è vero che è entrata a far parte della top ten delle serie più viste in streaming con annessa conferma di una seconda stagione, è altrettanto vero che i fan legati all’idea originale e alla relativa trama considerata per certi versi anticipatoria per i temi trattati, si sono sfogati sul web in un mare di polemiche e rimpianti dei bei tempi andati.

Una delle modifiche che ha suscitato maggior fermento è stata quella relativa al cosiddetto “whitewashing”, un termine utilizzato nel settore cinematografico per far riferimento ad una pratica che si avvale di attori caucasici per il ruolo di personaggi pensati con un’altra etnia, al fine di rendere un prodotto più appetibile al pubblico di massa.

In particolare, stiamo parlando di Musa, avente radici asiatiche nel cartone ed ora sottoposta allo “sbiancamento mediatico” con un’attrice caucasica, e Flora (diventata Terra), originariamente creata ad immagine e somiglianza di Jennifer Lopez (secondo le parole dello stesso Straffi) con caratteristiche quindi di stampo latino, che adesso ritroviamo in un personaggio intenzionato ad esaltare il body positive ma con una pelle che non ricorda tanto quella della nostra amata JLo.

Ma i mutamenti non sono finiti qua, anzi; un personaggio principale totalmente eliminato (qualcuno faccia giustizia per la povera Tecna), nuovi cattivi, denominati “Bruciati”, che ricordano vagamente un miscuglio fra gli Estranei di Game of Thrones e gli zombie di The Walking Dead, e poi le Trix, le reali antagoniste che si trasformano in un’unica fata il cui nome le rievoca neanche tanto velatamente: Beatrix.

Fra cambiamenti pertinenti al genere young adult su cui poggia la serie, e alterazioni della trama immotivate, Fate: The Winx Saga prende “liberatamene” spunto dal Winx Club che ha appassionato la generazione dei Millennial, ostentando però un legame che a conti fatti non c’è.

Il padre delle fate più celebri della televisione ha però voluto precisare, rispondendo indirettamente alla carrellata di critiche mosse dal fan base del cartone, che la sua intenzione era proprio quella di costruire un prodotto che si avvicinasse allo stesso pubblico che ha seguito la storia 17 anni fa e che oggi è cresciuto. Delinea così una linea temporale che accompagna i fan dalla giovane età all’età adulta, portando avanti una trama che vede le Winx crescere ed evolversi, in modo tale da permettere allo spettatore di rispecchiarsi nei personaggi anche a distanza di tempo.

Nel 2004 il Winx Club si è inserito “in un mondo d’animazione a cui mancavano delle protagoniste femminili e in cui il cartone animato sembrava un genere solo maschile” precisa Straffi, evidenziando il carattere pionieristico del progetto che ha dato spazio ad un gruppo di ragazze vincenti, che possono fare a meno delle figure maschili.

Il live-action vuole quindi riallacciarsi a quel target di persone aventi dai 20 ai 30 anni, con l’obiettivo di trasmettere lo stesso senso di veridicità che il cartone animato suscitava in loro 10 o 15 anni prima.

Ma il “se tu lo vuoi, tu lo sarai, una di noi” intonato con entusiasmo ed energia nella sigla originale (e dall’intero fandom che ancora oggi lo ricorda come un motto d’inclusività e femminismo), dopo questa serie permeata di darkness e drammi adolescenziali, riuscirà ancora ad infondere la stessa partecipazione e voglia di far parte di questo incantato -o tenebroso- gruppo?

Grazia Battista

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