La cruda realtà di Álex Pina: Le serie spagnole che ci prendono a schiaffi

In attesa della quinta ed ultima parte de La casa di carta, Álex Pina, ideatore della serie, sgancia un’ennesima bomba su Netflix, dal nome Sky Rojo.

Fresca fresca di produzione, quest’ultima storia ideata da Pina ed Esther Martínez Lobato, sbarca direttamente su Netflix nel 2021 sia con la prima che, qualche mese dopo, con la seconda stagione, divenendo anch’essa un’arma da fuoco in grado di accendere la nostra adrenalina.

Prima della rapina mediatica più famosa degli ultimi anni però, Pina aveva già dimostrato la sua indole a raccontare spaccati di realtà, con la produzione di Vis a Vis, serie rilasciata interamente su Netflix nel 2019 ma vittima della stessa sorte che ha colpito La casa di carta, venendo inizialmente trasmessa in Spagna e riscuotendo poco successo nel 2015.

Le tre serie in questione vengono create con l’intento di aprire al pubblico le porte di diversi contesti sociali che, nella maggior parte dei casi, vengono trascurati o sottovalutati.

Partendo dalla serie più anziana, Vis a Vis sembra prendere le orme di Orange is the new black, ambientando la trama all’interno di un carcere femminile in cui tutto ruota attorno alle detenute e alle loro vite. Qui i caratteri utilizzati sono forti, crudi, dinamici, al pari di quelli riscontrati in Sky Rojo; in entrambe le serie emerge la centralità della donna a cui viene data un’immagine non edulcorata dagli stereotipi sociali che, nelle rappresentazioni, le garantiscono solitamente quell’aura pura e priva di crudeltà cosciente. In Vis a Vis le protagoniste spesso e volentieri agiscono e pensano con il diretto fine di ferire, creando tramite la serie un appello all’indottrinamento culturale: tutti possiamo essere orribili.

La crudeltà non è però mai lasciata al caso, in questa serie in particolare l’attenzione ricade sulla figura psicologica dei personaggi e sull’influenza esercitata dal carcere sulla psiche. Di puntata in puntata è possibile conoscere la loro storia e le motivazioni che li hanno spinti a diventare quello che sono; sia che si tratti di ragioni immorali sia il contrario.

Questo è uno dei tratti caratteristici di Pina, la costruzione del personaggio nei minimi dettagli in modo tale da restituire allo spettatore uno spettacolo sì crudo ma allo stesso tempo comprensibile, non necessariamente empatico ma quanto meno razionale.

La stessa cosa che avviene in Sky Rojo e ne La casa di carta; nella prima i personaggi sono azione allo stato puro, affrontano una realtà spietata in cui fai fatica ad entrare. La storia ruota attorno a tre ragazze provenienti da Paesi diversi che per differenti necessità e circostanze si ritrovano a lavorare all’interno di un bordello, gestito da Romeo (interpretato da Asier Etxeandía che, per chi si è fatto le ossa con serie spagnole del calibro di Paso Adelante, faticherà a riconoscere) e da due tirapiedi.

Definita una “serie ad alto rischio” dallo stesso creatore, non solo per i temi trattati che delineano il mondo della prostituzione e del traffico di esseri umani, ma anche per l’approccio proposto; un approccio volto ad una narrazione frenetica in stile Tarantino che definisce la serie come “latin pulp”.

La vicinanza con il regista di Pulp Fiction non si esaurisce negli atteggiamenti dei protagonisti, ironici e ritmici durante le scene di violenza, bilanciati con un dirompente humor nero, ma si percepisce anche per l’uso della musica, che nei prodotti di Tarantino è centrale e focale ed in questa serie avviene lo stesso: la colonna sonora è precisa, puntuale; ogni canzone si colloca al momento e con il pathos giusto.

Più seria e adulta delle altre due produzioni, Sky Rojo “è stata emotivamente estenuante” a detta della co-ideatrice del progetto su Variety, in quanto ha richiesto un ingente lavoro di ricerca sull’argomento ed interviste con le vittime.

Se le scene hanno avuto una tiratura più matura, i colori e la frenesia sono incanalati nella stessa direzione de La casa di carta, così come i tratti a un certo punto quasi surreali, dati da un’evidente disposizione di Pina nel prolungare o arricchire vicende che nella realtà risulterebbero inverosimili. Avviene quindi a un certo punto un distacco dalla realtà, e ci si affida ad espedienti narrativi fittizi a cui lo spettatore si presta, pur di non incorrere nella morte certa di un beniamino (spoiler alert: un esempio lo ritroviamo nella scena in cui Tokyo rientra nella Zecca dello Stato circondata da forze dell’ordine, senza essere intaccata da alcun proiettile).

Nonostante ciò, le tre serie si assicurano una narrazione suspense e thriller, in cui l’ansia e la tensione sono attenuate da ricorrenti flashback che permettono di inquadrare i personaggi, costruiti come “antieroi” che hanno comunque la capacità di coinvolgere il pubblico e in determinati casi anche di creare un legame affettivo.

Inquadrato come il “Re Mida della criminalità iberica”, Álex Pina garantisce un mix di azione, dramma, adrenalina, umorismo nero, colpi di scena e temi non scontati, generando serie che ti buttano addosso una secchiata di acqua gelida, mostrandoti i retroscena di alcune realtà per lo più viste e affrontate dall’esterno.

Grazia Battista

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