Paolo Sorrentino dispensa miracoli e profezie con The Young Pope

La serie tratta “i segni evidenti dell’esistenza di Dio. I segni evidenti dell’assenza di Dio. Come si cerca la fede e come si perde la fede.” , così esplica il regista, sceneggiatore e autore Paolo Sorrentino, alla 73a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, in merito alla sua nuova scommessa: una serie televisiva che della serialità ha solo le tempistiche.

The Young Pope, andata in onda su Sky Atlantic nel 2016, viene infatti ribattezzata come un film a puntate, dato il complesso e ingente lavoro di produzione che vi è alle spalle. Per chi non conoscesse (ma chi?) il regista de La grande bellezza, basta affidarsi alle parole della troupe che ha lavorato al suo fianco nell’impresa titanica di portare a termine questa serie.

Al Roma Fiction Fest, infatti, il direttore della fotografia, i costumisti e la scenografa confessano lo sforzo produttivo necessitato da “un film di dieci ore”, volto a soddisfare la precisione, la pignoleria e l’indole maestosa di Sorrentino.

“Mi sento un sopravvissuto, non finiva più” esordisce Luca Bigazzi, il direttore della fotografia: “È stato un incubo da cui per fortuna siamo usciti. Più il budget è grosso e più senti il peso della responsabilità sulle tue spalle. […] Grazie a questo lavoro non ho più paura di nulla, solo del nuovo The Young Pope.”

Manifesto di questi eventi è stato il tema trattato all’inizio della nona puntata, andata in onda il 18 novembre, che vede il Papa e il cardinale Spencer affrontare la questione dell’aborto. In particolare, il cardinale tenta di schiodare il Papa dalle sue ferme convinzioni, altamente tradizionaliste ed intransigenti, portatrici di un’unica visione in merito: “è un crimine”. Di contro però, Spencer si appella a una realtà progressista, ricordando al protagonista anche le parole di Sant’Alfonso: “In un aborto sono tutti colpevoli, tutti eccetto la donna.”

Tre giorni dopo la puntata, il 21 novembre, quasi come un fil rouge che parte dalle parole del cardinale e arriva a Papa Francesco, quest’ultimo chiude il Giubileo della Misericordia concedendo ai sacerdoti di assolvere il peccato dell’aborto, specificando che non esiste peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere.

Che il Papa avesse vedute progressiste, questo era ormai chiaro a tutti, ma il carattere profetico di Sorrentino va riconosciuto, soprattutto se facciamo riferimento anche ad un’altra occasione “fittizia” a cui, poco tempo dopo, si è assistito nella realtà.

È la sesta puntata e il Papa convoca il cardinale Ozolins, suo aperto oppositore interno, per sbarazzarsene. La mossa prescelta è un’elegante e coincisa decisione di assegnarli un viaggio (senza ritorno) in Alaska; “Posto adorabile, io ci sono stato, fa molto freddo ma pensi alle parole del premio Nobel Iosif Brodskij -sentenzia il pontefice- la bellezza a basse temperature… è bellezza”.

Spiegazione: mai mettersi contro un Papa consapevole del proprio potere.   

Caso -o ennesima profezia- ha voluto che, neanche quattro mesi dopo, Papa Francesco decidesse di inviare per una nuova missione su un’isoletta dell’Oceania, il cardinale Raymond Leo Burke che è dichiaratamente uno dei più rigidi oppositori del pontificato di Bergoglio. Lungi dal dichiarare le intenzioni del Papa televisivo, chiaramente volte ad esibire la propria autorità, affini a quelle del vero Papa, la somiglianza di eventi è però sconcertante.

Un ultima “coincidenza” riguarda la canzone per eccellenza associata alla fede e, ormai negli anni, anche a svariate scene drammatiche e dolorose. Quella canzone che dalla prima nota ricorda a tutti un momento angoscioso della propria serie o film preferito (Shrek compreso); sì, è proprio “Hallelujah” di Leonard Cohen.

Nella scena dell’11 novembre non stupisce un Papa così anticonformista e amante della musica che si emoziona assistendo ad una puntata di X Factor del 2012, in cui una concorrente si esibisce con la cover del pezzo, quanto piuttosto lascia sbigottiti la concomitanza fra la messa in onda dell’episodio e l’annuncio, il giorno stesso, della morte dell’autore del brano.

Una puntata registrata un anno prima, una programmazione televisiva naturalmente estranea a ciò che sarebbe stato reso noto quel giorno e tutta la vicenda assume un carattere quasi surreale e celestiale, come se si volesse rendere omaggio a uno dei cantautori più celebri e introspettivi dei nostri tempi, avendolo poi effettivamente fatto.  

Che si sia trattato di premonizioni Sorrentiniane o della natura sacra e soprannaturale intrinseca nella serie, quest’opera ha dell’incredibile. Fosse solo per il prodigioso cast, che annovera la presenza di Jude Law, nei panni del protagonista: un Papa atipico, giovane, arrogante, moderno e sfacciato al punto tale da sorseggiare una Cherry Coke Zero mentre aspira il fumo di una sigaretta all’interno della Basilica di San Pietro; ma allo stesso tempo rigido, edonista, cinico e conservatore nei princìpi.

Un’interpretazione solenne ed ineccepibile, al pari delle co-star che spesso e volentieri hanno il merito di oscurare la scena del pontefice grazie alle loro interpretazioni centrali e centrate; stiamo parlando di Diane Keaton, regina delle commedie e qui riadattata in chiave drammatica, esemplare anche nella sua versione sacrale, e di Silvio Orlando che, Jude Law non ce ne voglia, attira l’attenzione dello spettatore in qualsiasi scena che preveda la sua presenza.

Insomma, una serie che fa eco ad una “grande -e divina- bellezza”.

Grazia Battista

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