Un caffè con…Renato Pozzetto

Renato Pozzetto sta male: annullato tutto, le sue condizioni di salute

L’intervista è tratta dal libro “L’Italia del Cinema, dagli anni ’60 agli anni ’90- Mito, storie, curiosità”, di Domenico Palattella, 2019 Dellisanti Editore.

Quella mattina di settembre del 2018, la ricordo molto bene. Il caldo asfissiante non dava ancora tregua. Grazie ad un mio collega di Padova, riuscì ad entrare in contatto con il maestro Pozzetto, uno dei miti della mia gioventù. Non nascondo che mi tremavano le gambe al sol pensiero di colloquiare amichevolmente, con uno dei monumenti sacri del cinema italiano. Preparai minuziosamente le domande da porre al maestro, sperando che esse non fossero banali o “già sentite”. Mi stupì la semplicità e la disponibilità nel rispondere, in maniera eaustiva, alle mie domande, che mal celavano la mia profonda ammirazione verso uno degli interpreti che più mi hanno fatto amare l’arte del Cinema in tutta la sua essenza.

I. Maestro, lei è uno degli ultimi artisti ad aver fatto la gavetta, maturando le sue prime esperienze nell’ambito del cabaret milanese e poi arrivando al successo in televisione in coppia con Cochi Ponzoni, successivamente anche da solista al cinema. Mi può raccontare la magia, la passione, ma anche le difficoltà di quegli anni?

Io e Cochi ci siamo conosciuti molto prima del cabaret, eravamo bambini e tutti e due sfollati a Gemonio sul Lago Maggiore, perché vittime dello stesso destino che ha voluto le nostre case bombardate a Milano nel 1942. Le nostre famiglie sono scappate e ci siamo trovati a Gemonio. Lì, abbiamo coltivato la nostra infanzia e successivamente la nostra gioventù. Tornavamo sempre a far le vacanze a Gemonio e dunque non essendoci niente in paese, per divertirci tra noi, passavamo le serate cantando canzoni popolari. Dopodiché 15 anni dopo, a Milano, abbiamo conosciuto un artista che si chiamava Piero Manzoni, che aveva qualche anno più di noi, nelle osterie dove si incontravano allora gli artisti, soprattutto i pittori. Abbiamo cominciato ad incontrarci all’Oca d’oro, dove davanti ad un bicchiere di vino, si chiacchierava e si incontravano i vari artisti che parlavano delle loro avventure.

II. Qual è stata la ventata di novità che il personaggio Renato Pozzetto ha portato nel cinema italiano? Considerando che il suo primo film “Per amare Ofelia”(1974) ottenne uno strepitoso successo di pubblico. Da quel momento il cinema italiano, infatti, scoprì un nuovo artista, un nuovo attore raffinato, originale e poetico. Il suo arrivo sul grande schermo fu come un lampo nel deserto, perché arrivò in un momento, ricordiamolo, di profonda crisi generazionale, il suo umorismo originale e surreale si fuse alla perfezione, con situazioni e ambientazioni tipiche della commedia all’italiana.

Allora guardi, le dico che il successo è stato gradito, anche perché io per fare quel film ho dovuto abbandonare per un attimo i miei amici del cabaret, quelli del “Gruppo Motore”, cioè Cochi Ponzoni, Enzo Jannacci, Felice Andreasi, Bruno Lauzi e Lino Toffolo. Così, insomma ho chiesto il permesso a Cochi soprattutto, ho fatto leggere il copione a Jannacci, spiegando di aver ricevuto questa proposta che io pensavo di poter far bene. Jannacci lo lesse e mi disse che era una cagata. Riuscì comunque a convincerli e interpretai il film, che ebbe successo e fece sì che anche Cochi venisse subito convocato per fare cinema. Quindi io mi ero sentito premiato dal successo, non solo per me, ma anche per i miei colleghi e amici, molti, soprattutto i più giovani li ho presi per i miei film successivi, come Boldi ad esempio.

III. E poi venne un film precursore dei tempi. Quella che considero la risposta italiana al “Vizietto”, ovvero “La patata bollente”(1979), un piccolo grande capolavoro che affronta un tema d’attualità, ovvero la rivendicazione dei diritti dell’omosessuale. E’ insomma un film anticipatore dei tempi, realista nella sua descrizione, con una comicità che tocca spesso il segno, senza beceraggini e rispettando ogni scelta sessuale, con una frase pronunciata da lei che risuona come una profezia: “prima o poi anche il partito dovrà occuparsi di quel problema lì”. Ci può raccontare di questo grande film, che ricordiamolo, è diretto da un Maestro quale Steno?

Il film è riuscito e bello perché lo abbiamo affrontato onestamente, come tutte le cose che raccontavamo anche in cabaret. Abbiamo sempre proposto cose di cui eravamo fortemente convinti. Sull’argomento poi, ero diciamo piuttosto esperto: a 24 anni con Cochi avevamo aperto un cabaret milanese, dove c’erano Paolo Poli e altri ragazzi omosessuali, che erano felici e con i quali abbiamo collaborato. Quindi noi abbiamo affrontato l’argomento con estrema pulizia e sincerità. Il film affronta lo stesso tema del ‘Vizietto’, uscito l’anno precedente, anche se quello faceva leva sull’umorismo timbrato dall’avanspettacolo. Il divertimento lì scaturisce da una critica amichevole, ma un po’ a presa in giro, mentre noi avevamo affrontato il tema con molto rispetto e realismo.

IV. Non necessariamente il film più conosciuto o più amato di un attore è il più bello; però a volte ci sono pellicole che rimangono allo scorrere impetuoso del tempo e si issano nell’immaginario comune diventando dei veri e propri “cult movie”. E’ il caso de “Il ragazzo di campagna”: un piccolo e candido film, reso grande dal successo popolare. Qual è, in definitiva, il segreto del successo enorme di questo suo film?

Il film rispecchia fedelmente la pulizia, la convinzione e quel pizzico di umorismo con il quale affrontavamo i nostri lavori, parlo sia del lavoro nel cinema, che di quello in cabaret o in televisione, con Jannacci, Fo, Cochi, Gaber. Ogni anno a settembre un gruppo di persone si ritrovano a Carbonara sul Ticino, si portano le sedie e si ritrovano nello stesso posto del passaggio del treno, per omaggiare questo mio film, che ha molti fans ed è oggi uno dei cult-movie più famosi degli anni ’80.

V. L’esperienza da regista, che lei ha affrontato in cinque film, che sensazioni le ha regalato?

Al di là dell’esperienza da regista, ho dapprima quasi sempre scritto, o collaborato a scrivere i copioni dei film che ho interpretato, d’altronde la mia mano si vede anche nel “Ragazzo di Campagna”, dove la mia esperienza artistica è esattamente trapiantata nel film. A dire la verità, molto spesso, non firmavo come sceneggiatore i copioni, perché ero, diciamo così, un po’ distratto e probabilmente avrei dovuto farmi accreditare più spesso. Nelle mie esperienze da regista, ho cercato di mettere un po’ più a fuoco quell’umorismo surreale che avevamo portato nel cabaret. Visto che il cinema era dominato dai produttori, quando facevo qualche film che andava bene, chiedevo di fare qualche cosa nelle mie corde: film che non erano supportati convintamente dalle distribuzioni, perché non affrontavano i temi nella maniera in cui andava di moda in quegli anni. Un vero peccato, perché avrebbero potuto tracciare una strada, che sarebbe servita a me e ai comici futuri.

VI. A cavallo tra gli anni 80 e 90 lei ha lavorato in coppia con numerosi colleghi illustri, da Verdone (Sette chili in sette giorni), a Montesano (Piedipiatti), a De Sica (Ricky e Barabba) o a Paolo Villaggio (il trittico delle Comiche)…insomma, un ricordo, un aneddoto o una curiosità che mi vuole raccontare.

Molto spesso l’idea degli incontri in coppia con altri miei colleghi dell’epoca, erano idee che nascevano per volere dei produttori, anche se ricordo con molto piacere i film in coppia con Celentano, con il quale avevamo un certo feeling.

VII. Perché il cinema degli anni ’80 è così pieno di eroi positivi, quale anche lei; e perché tale cinema è tanto amato e ricordato?

L’umorismo ha cavalcato, fin dove ci è riuscito, gli argomenti pescando dall’attualità. Questa non è altro che la commedia all’italiana che ha reso importante quel tipo di cinema. Oggi si scade troppo nella barzelletta, la qualità ne risente e di conseguenza non c’è più quell’affetto che il pubblico dell’epoca ci ha tributato a tutti noi, che siamo insomma diventati dei volti familiari per tutti quanti.

VIII. Nessuno è peggior critico di se stesso e del proprio lavoro, ma quale ritiene sia la sua migliore interpretazione o comunque il suo miglior film?

Sono soddisfatto di aver interpretato tanti buoni film, di altri un po’ meno, potevo anche evitare di farli, ma sa, i produttori spingevano e si interpretavano anche prodotti minori. Io comunque ne ho fatti tanti film e questo vuol dire che i miei film rendevano, perché poi nel cinema non ti è permesso di sbagliare più di un paio di volte. Poi arrivano gli attori più giovani e se non rendi, inesorabilmente, vieni messo da parte. Insomma, di tanti sono davvero contento di averli fatti, ma altri, davvero, potevo evitarli.

IX. In conclusione, da suo profondo ammiratore, ho apprezzato molto quello che è il suo ultimo lavoro da protagonista, la miniserie “Casa e bottega”(2013), a detta anche della critica specializzata, una spanna sopra la media delle serie coeve realizzate in Italia. Indubbiamente lei è il perno principale e l’anima del film-tv, ma il prodotto amaro e realista getta la luce su uno dei problemi più complessi degli ultimi anni, quale la crisi economica, me ne può parlare brevemente?

Ho sempre fatto in modo di scrivere e interpretare opere che avessero un qualche aggancio con il costume del popolo italiano. In televisione è stato faticoso, soprattutto la prima delle due avventure. Quella di “Nebbia in Val Padana” ad esempio, che segnava il ritorno in coppia di me e Cochi, ebbe alcuni problemi di carattere artistico, non venne capito da dove noi provenivamo e qual era il nostro stile. Fu comunque un buon tentativo di allontanarsi dalla barzelletta. “Casa e Bottega”, invece è stato molto più centrato e ho avuto la possibilità di esprimermi ed esprimerla con molta più libertà artistica.

Renato Pozzetto e Il ragazzo di campagna: come è nato il tormentone di  "Taaac" - Movieplayer.it

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