Il cinema italiano e le elezioni

Come è risaputo, fin dalle origini il cinema è stato in grado di raccontare la società, i cambiamenti tecnologiche e le evoluzioni storiche con grande precisione sociologica. E ancora più spesso il cinema si è legato ad altre forme d’arte o ancora di più ad avvenimenti legati al costume e alle tradizioni popolari. Un fenomeno di costume, che investe anche la politica, sono senza dubbio le Elezioni politiche, descritte dal cinema prevalentemente in forma satirica, con qualche spunto che tocca il registro drammatico.

Alcuni di questi personaggi sono entrati nella memoria collettiva, come il candidato Antonio La Trippa, impersonato da Totò ne Gli onorevoli (1963); o il Peppone di Gino Cervi nei cinque capitoli delle avventure di Don Camillo e Peppone (1951-1965); o ancora Franchini e Grassiani, alias Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, cognati candidati l’uno nel PC e l’altro nella DC, nel film I due deputati (1969); per concludere, in epoche recenti con il Cetto La Qualunque, personaggio di terrificante attualità politica, portato al cinema da Antonio Albanese in Qualunquemente (2012).

Per la verità, ne Gli onorevoli, i candidati al Parlamento sono cinque, cosi come i protagonisti, che si alternano in un divertente film ad episodi intrecciato. Troviamo dunque la democristiana Bianca Sereni, impersonata da Franca Valeri; il missino Giuseppe Mollica (Peppino De Filippo), che viene vessato in tv da un impertinente truccatore omosessuale (Walter Chiari); il senatore liberale Rossani-Braschi (Gino Cervi); lo scrittore comunista Saverio Fallopponi (Aroldo Tieri); e soprattutto il già citato Antonio La Trippa, candidato per il Partito della Restaurazione e interpretato da Totò. Il personaggio più centrato è proprio quest’ultimo, destinato a rimanere nella memoria collettiva, grazie ad alcuni siparietti davvero dilaganti: quando ossessiona i vicini con gli slogan della campagna elettorale (“Vota La Trippa”, a cui una voce anonima aggiunge “Si, al sugo”); e soprattutto quando rinuncia a tutto, non appena scoperto di essere stato coinvolto in uno scandalo. Per non tradire i propri elettori, decide di spifferare a tutti, le magagne della politica. Un episodio molto sincero, soprattutto venato di profonda malinconia, alla quale la maschera di Totò si presta alla perfezione.

Elezioni Regionali - Il centrodestra ha trovato il candidato giusto, Antonio  La Trippa - EtruriaNews

Per quanto riguarda Don Camillo e Peppone, alias Fernandel e Gino Cervi, possiamo aggiungere, che seppur i riferimenti alla satira politica, siano parte fondamentale di tutti e 5 i capitoli della serie, le elezioni sono l’episodio cardine del terzo film, quello del 1955, intitolato Don Camillo e l’onorevole Peppone. E’ forse il film dove la vena amicale dei due personaggi fuoriesce ancora più compiutamente. La trama è presto detta. Il sindaco Peppone ( Gino Cervi) si presenta candidato nelle liste del Fronte Popolare (la sinistra unita) per le elezioni del 1953, ma gli occorre la licenza di quinta elementare. Ottenuta la licenza si prende anche una cotta per una militante proveniente dalla direzione del partito (Claude Silvain). C’è però Don Camillo (Fernandel), che vigila sull’integrità della famiglia e sulla moralità del suo proverbiale amico-nemico, che alla fine preferisce la sua terra alla carriera politica, come anche sua moglie (Leda Gloria) alla militante per cui aveva preso una sbandata. Terzo film della serie, da molti ritenuto il più bello e il più riuscito. Da Duvivier la mano passa a Gallone, ma il gioco rimane tutto al copione di astuta efficacia, alle idee di Giovannino Guareschi e all’efficace duetto della coppia Fernandel-Cervi, che diverte e convince come sempre. La scena finale è quella che in un certo senso riassume l’essenza del rapporto tra Don Camillo e Peppone, questo rapporto di amore-odio che è la storia di un vero e profondo legame che va al di là della disputa politica: Peppone si vede costretto a scegliere se iniziare una carriera da deputato a Roma o restare nel suo paesino in veste di sindaco, e solo all’ultimo saprà prendere la sua decisione dopo le struggenti parole del suo amico Don Camillo. E il film finisce con la voce fuoricampo che ne riassume l’essenza dell’amicizia che li lega, mentre ritornando a Brescello si sorpassano e risorpassano in bicicletta: “…ecco, ricomincia l’eterna gara nella quale ognuno dei due vuole disperatamente arrivare primo, però se uno dei due si attarda, l’altro lo aspetta, per continuare assieme il lungo viaggio fino al traguardo della vita”. In verità, ad onor del vero, nel quarto capitolo, intitolato Don Camillo monsignore, ma…non troppo, del 1961, troviamo i due protagonisti a Roma, l’uno diventato monsignore, l’altro finalmente senatore. Segno implicito che ci siano state altre elezioni, sfuggite allo spettatore, perché non raccontate filmicamente, ma implicite nel prosieguo della serie.

Saltiamo al 1981, precisamente al secondo film di un attore giovane e istrionico come Carlo Verdone, reduce dal successo enorme ed impensabile di Un sacco bello (1980). Parliamo di Bianco, rosso e Verdone, che segue la falsariga della prima opera in una rinnovata kermesse di personaggi del suo repertorio. Verdone interpreta tre personaggi diversi: un pedante padre di famiglia torinese, un animalesco emigrato in Germania felice di tornare in patria, e un ingenuo ragazzone accompagnato da una sanguigna e verace nonna romana. Tutti stanno recandosi a Roma, per votare alle elezioni, elemento che fa da cornice e da collante tra i vari episodi. Il riferimento alle elezioni, resta così velato, come escamotage per illustrare questi tre episodi. Non v’è nessun riferimento partitico, anche se due delle tre storie, si concludono realmente al seggio elettorale.

Bianco, rosso e Verdone - Il pignolo, il bamboccione e l'emigrante

Abbiamo citato sopra la coppia composta da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Difficile stabilire, nella sterminata filmografia della coppia (più di 120 film in 12 anni), il migliore dei loro film. Certo, I due deputati, si erge tra i più divertenti e dissacranti. Nelle loro parodie di successo, non poteva mancare la caricatura dell’uomo politico. I due deputati, rappresenta tuttavia un caso abbastanza anomalo rispetto agli standard della loro produzione: è infatti uno dei pochi film in cui i richiami alla realtà sociale e politica contemporanea non si sviluppano sotto forma di parodia, ma rappresentano l’ossatura stessa della vicenda raccontata. Il film è infatti ambientato nell’Italia, a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70, i partiti non sono inventati, ma esplicitamente chiamati Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano: tutto è vero intorno agli attori, anche le immagini di repertorio inerenti la campagna elettorale. I due deputati, rimane una pietra miliare della celebre coppia, per nulla triviale e molto denso di battute leggere per lo più basate su un dialogo serrato, il film dà parecchio spazio all’ambientazione “reale”, ricalcando la tecnica dei film-inchiesta di gran moda sul finire degli anni ’60. Sono infatti frequenti anche le sequenze girate senza dialogo, come fosse un film dell’epoca del muto, in cui la campagna elettorale dei due aspiranti deputati viene descritta con il solo aiuto delle immagini. Alla fine verranno entrambi eletti.

Veniamo poi ad un film, tra i più importanti del nuovo millennio. Nel 2011 Antonio Albanese porta sul grande schermo le gesta di uno dei suoi personaggi più famosi, il politico calabrese corrotto Cetto La Qualunque, nel film Qualunquemente, il maggior successo italiano della stagione. Qui, Antonio Albanese, dopo anni di impegno nel cinema d’autore, torna ad una comicità spietata e paradossale, senza però tralasciare la “commedia all’italiana moderna” nella quale eccelle una spanna sopra gli altri. Stavolta si serve della satira, più che della tragedia, per raccontare l’Italia del nuovo millennio. Antonio Albanese ci regala un film esilarante capace di far ridere e far riflettere allo stesso tempo…L’umorismo pirandelliano è presente in ogni singola scena e tutto ciò fa sì che nello spettatore si generi un insieme di allegria e amarezza per il quale rimanga con un sorriso a metà durante tutto il film. Cetto La Qualunque è uno stronzo, ma sincero, fiero d’ esserlo. Uno dei tanti, insomma. Siamo nella satira pura, cattiva, sarcastica a tratti, in una storia dove si ride amaro e talvolta, per la vergogna, non si ride affatto. Perché c’ è il solito problema, amplificato in questi giorni. Che come provi a fare satira in Italia, alla fine ne esce un saggio di neorealismo. Antonio Albanese si muove per tutto il film lungo questo sottile confine fra surreale e cronaca, con alcuni squarci di sublime. È un film pieno di talento, sottolineato dal fatto che Albanese, per la sua creatura si serva della regia dell’amico e regista Giulio Manfredonia, un suo fedelissimo, che già lo aveva diretto nel riuscitissimo E’ già ieri, sette anni prima. Si mormora in giro che il film esca datato, svilito da uno sprint della realtà politica attuale, che si supera da sola, divenendo sur-realtà, al pari di quella immaginata in Qualunquemente. Eppure è proprio questa la forza del film, che si inserisce nella descrizione della realtà politica e sociale dei tempi odierni: è la forza della commedia all’italiana come specchio della società italiana. Così il film di Albanese e Manfredonia non va scambiato per un film d’intrattenimento, anche se il divertimento per fortuna non manca, e nemmeno per una tragicommedia alla Fantozzi, sebbene il regista lo citi tra le ispirazioni: piuttosto, è un film violento, che non fa sconti e regala al “cattivo” una vittoria su tutta la linea. Il qualunquismo di questo imprenditore prestato alla politica, sempre allegro e in movimento da un abuso di potere ad un altro, menefreghista in teoria e in pratica, dovrebbe essere qualcosa di cui ridere per esorcismo, per isteria dettata dalla paura, non per spasso o per il piacere di guardarci allo specchio. Se proprio occorre dargli un’etichetta, si dirà che è un film “di denuncia”, con i pregi e i limiti dei film “impegnati”, che ha scelto la via della satira anziché quella della tragedia.

Qualunquemente: il film in uscita di Antonio Albanese è presentato alla  stampa

Due anni prima esce invece il delicato Diverso da chi? (2009), di Umberto Carteni, con protagonisti Luca Argentero e Claudia Gerini. E’ la storia di Piero, un giovane politico apertamente gay che viene inviato alle primarie con l’unico scopo di sottrarre meno voti possibili al candidato favorito, senonché l’impegno della sua squadra di propaganda unito ad una prematura dipartita del vincitore delle primarie lo portano alla decisione di candidarsi a sindaco, mentre si prenderà una cotta per una compagna di partito, iniziando a riconsiderare tutta la sua vita, privata, pubblica, sentimentale e politica.

Diverso da chi? - la spiegazione del finale del film - Cinematographe.it
Claudia Gerini e Luca Argentero in “Diverso da chi?”

Più cupi, nel loro essere “impegnati” risultano Il portaborse (1991), di Daniele Luchetti; e Il trasformista (2002), di Luca Barbareschi. Due pellicole che affondano i loro racconti nella corruzione della politica dei “piani alti”, con i quali la gente, volente o nolente, deve necessariamente confrontarsi. Nel primo film si narra la storia di Cesare Botero (Nanni Moretti), giovane ministro ben noto per essere corrotto e corruttore. Egli è alla ricerca di un portavoce appropriato e trova la persona giusta nel mite Prof. Luciano Sandulli (Silvio Orlando), che purtroppo dopo un primo periodo di entusiasmo scoprirà a suo spese il vero volto del politico. Nel secondo Augusto Viganò (Luca Barbareschi) un quarantenne idealista e leader ambientalista locale, blocca il treno dove viaggia il Ministro e gli mostra le distruzioni delle alluvioni, una discarica abusiva tossica e tutto ciò che la politica ha promesso e mai applicato. Decide di mettersi in politica, per poter aprire una nuova stagione ed estirpare il marcio. Il suo carisma lo condurrà fino al Parlamento dove però dovrà confrontarsi con la politica del palazzo e le sue mille contraddizioni. Alla fine Viganò tornerà al suo paese da ministro. Durante una manifestazione di protesta simile a quella di inizio film dove lui era il protestante, l’ormai potente ministro, pienamente inserito nelle logiche di potere corrotto e corruttore, farà sgomberare con la forza i protestanti. Una storia di terrificante applicazione attuale, che non piacque al pubblico, probabilmente perché raccontava il “vero” della corruzione politica. Un film incredibilmente anticipatore dei tempi politici attuali. Curiosa anche la storia di Luca Barbareschi, attore e regista rimasto sempre affezionato a questa sua creatura. Dopo aver raccontato da artista e autore le storture corrotte del nostro sistema politico, diventerà egli stesso un parlamentare, impegnandosi però, a differenza del suo personaggio, contro una piaga grave come la pedofilia.

IL TRASFORMISTA – Teatro Eliseo

Nella storia del cinema italiano sono presenti altri velati riferimenti alle elezioni, come tanti altri certamente sono stati scordati dal sottoscritto. Citerei velocemente altri due esempi, come Fantozzi subisce ancora (1983), nel quale Fantozzi alias Paolo Villaggio, in una delle frammentazioni tipiche della serie, si impegna in una visione non stop delle tribune elettorali televisive, maturando “piano piano tra tante contraddizioni e campane discordanti, una sua personalissima decisione politica!”. E in ultimo Ho scelto l’amore, film del 1953, con Renato Rascel protagonista, finanziato direttamente dalla DC, per screditare il diretto competitor, ovvero il PC, alle imminenti elezioni del 7 giugno 1953.

Domenico Palattella

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