L’altra faccia della “Dolce Vita”, il “Number One” e gli ingiusti arresti di Walter Chiari, Lelio Luttazzi e Franco Califano

Luttazzi, innocente in carcere senza responsabili - Errori giudiziari
Lelio Luttazzi e Walter Chiari, incastrati, accusati e poi assolti dall’accusa di spaccio di sostanze stupefacenti, nei bui anni ’70.

In questo piccolo saggio, molto particolare, oserei dire “di inchiesta”, gettiamo la luce su uno degli intrecci più misteriosi e più nascosti degli anni ’70 italiani e del jet-set che ruotava intorno alla “Dolce Vita” romana. Proprio quella descritta da Fellini, nel suo omonimo film, ma inquadrata dieci anni dopo, quando molto era cambiato e il clima di fiducia, di rinascita sociale, aveva lasciato spazio alla disillusione e ai primi grossi problemi di ordine pubblico: gli attentati delle Brigate Rosse, i primi tumulti giovanili, le prime rivolte studentesche.

Per capire tutto il contesto, prendiamo come esempio un film del 1973, restaurato e riportato alla luce, dopo anni di oblìo. La pellicola in questione è Number one, scomparsa fino ai primi mesi del 2021, ha ritrovato la luce grazie al restauro compiuto dal Centro Sperimentale di Cinematografia, venendo proiettato per la prima visione assoluta, dopo l’uscita in sala del 1973, alla 39esima edizione del Torino Film Festival, il 27 novembre scorso. Un film politicamente scomodo, duro e violento, che all’epoca venne fatto sparire subito dalla circolazione, ma che rimane un documento storico, di straordinaria aderenza sociale, sulle notti segrete del jet-set internazionale della Roma degli anni ’70. Un periodo storico molto complesso, nel quale il jet-set romano flirtava palesemente con la criminalità, del quale il film di Buffardi assurge a documento storico di una Dolce Vita diventata ormai Mala Vita. Tante verità scomode dunque, che gettano ombre sulle luci della Dolce Vita, che nei primi anni ’70 inizia a trasformarsi nella malavita da romanzo criminale della Capitale.

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Ma perché questo titolo? E cos’era il “Number one”?

Il “Number one” era il night più in voga di Roma, proprio di quella Via Veneto e di quella Piazza di Spagna, simboli dello splendore mondano della città eterna. Il club Number One, due anni prima, fu al centro di un grosso scandalo per un giro di cocaina, nel quale furono coinvolti molti nomi del jet-set internazionale: la vita notturna modaiola e festaiola della Roma di quel periodo, diventa una stagione caratterizzata dalla presenza di servizi segreti deviati, pressioni politiche internazionali, criminalità organizzata e dalla Banda della Magliana. Il tutto con il “Number One”, come fulcro e centro base di quel potere occulto di omicidi a catena, di spaccio di droga e di misteriosi furti di quadri, destinati al mercato nero internazionale. Il mondo sempre più corrotto, legato al jet-set romano e al mondo dello spettacolo, diventa l’elemento principale dal quale il film di Gianni Buffardi, trae linfa vitale, gettando di tutto dentro a un calderone scopertamente moralistico, dall’alta società, ai riccastri stranieri di stanza nell’Italia, ai discendenti di casate reali, a rappresentanti della nobiltà nostrana, alla politica, al clero, a vari appartenenti di più o meno degradata malavita. I riferimenti ai fatti di cronaca del tempo abbondano, a cominciare dai richiami decisamente riconoscibili a Paul Getty jr (storico filantropo e collezionista inglese) e alla morte di sua moglie Talitha per overdose. Tutto quindi documentato, tutto troppo scomodo per permettere alla pellicola di fare strada, addirittura i riferimenti a personaggi molto noti per la cronaca del tempo, sono volutamente ben riconoscibili. Non stupisce quindi che la pellicola sia sparita immediatamente dalla circolazione: troppo vivo il ricordo del vero Number One e troppo esplicito quel che doveva rimanere taciuto.

Stralcio di articolo, dedicato al night “Number One”, dall’edizione del 12/2/1972 del Corriere della Sera. In foto l’ingresso del locale, chiuso a tempo indeterminato per il ritrovamento di “cocaina pura”, dal quale si deduce un ingente quantitiativo di spaccio di droga.

Il film si inserisce in questo contesto “scomodo”, dal punto di vista sociale e politico, tanto che il critico Tatti Sanguineti, nel suo intervento a margine della “nuova” rinascita del film, dà una suggestiva e probabilmente veritiera, versione del mondo descritto dalla pellicola: “Number one, si fa carico di descrivere quel periodo della Roma degli anni ’70, in cui gli scandali legati al mondo della droga venivano costruiti, dopo l’arresto di Walter Chiari e di Lelio Luttazzi nel 1970, ad arte – anche per distogliere lo sguardo da altri e ben più gravi fatti, in primis la strage di Piazza Fontana”.

Infatti anche quegli arresti, sui quale si è scritto tanto, furono piuttosto contorti e certamente atti a distogliere lo sguardo da qualcosa di più grosso “colpendone uno, per metterne in guardia altri cento”.

Fu esattamente quello che successe a Walter Chiari, Lelio Luttazzi e Franco Califano nel 1970, mettendo in subbuglio il mondo dello spettacolo per la notorietà dei personaggi. Tutto ebbe inizio da un’inchiesta della Guardia di Finanza che stava seguendo le mosse della banda di Guido Malmignati, un noto spacciatore che ha fatto perdere le sue tracce. C’è chi pensa che il bandito sia stato addirittura ucciso dopo un regolamento di conti tra bande rivali che si contendevano il mercato dello spaccio di droga. Una serie di intercettazioni telefoniche portarono la Guardia di Finanza a indagare sui tre nomi eccellenti del mondo dello spettacolo. Walter Chiari viene arrestato il 22 maggio del 1970 insieme al compositore e conduttore Lelio Luttazzi con l’accusa di uso e spaccio di stupefacenti. Il secondo rivendica subito una totale estraneità alla storia, sono solo intercettazioni a incastrarlo, ma la cosa resta poco chiara. In ogni caso Luttazzi ne esce pulito e scrive un libro dove racconta la sua triste esperienza a contatto con il carcere. Lelio Luttazzi passa quaranta giorni di carcere in una cella di isolamento per poi venire scarcerato con le scuse degli inquirenti. Luttazzi perde comunque la conduzione della popolare trasmissione radio Hit Parade e subisce un danno di immagine enorme che nessuno gli risarcisce. Walter Chiari dovrà invece scontare cento giorni di galera, venendo condannato nella primavera del 1972, in primo grado, successivamente assolto, con formula piena, dall’accusa di detenzione per uso personale di sostanze stupefacenti, dalla Corte di Appello di Roma, nel 1977.

Walter Chiari, in Tribunale, durante una delle udienze che lo accusavano di detenzione e spaccio di droga. Verrà, ribadiamolo, assolto pienamente, da tutte le accuse, nel 1977.

Per la precisione quei 100 giorni, furono 98 e all’uscita dal carcere, nel dicembre del 1970, concede una lunga intervista a Sandro Ottolenghi de L’Europeo, nella quale racconta le tappe salienti della clamorosa inchiesta giudiziaria. Chiari è distrutto dall’esperienza detentiva e grida tutta la sua rabbia per come è stato trattato e per come non ha potuto difendersi. Soprattutto parla per gli altri, per chi è dentro ingiustamente e non ha le sue possibilità, gli avvocati che lo difendono, la stampa che fa clamore sul suo caso. Per la gente che sta in galera per mesi in attesa di un giudizio che non arriva mai, solo interrogatori sbrigativi in una cella. Chiari sconta ventinove giorni in cella di isolamento per non inquinare le prove, un posto di un metro e sessanta per due, senza una finestra, ma solo una feritoia sul soffitto.  Walter Chiari è consapevole di essere stato trattato come un esempio vivente, vede uscire di galera gente con imputazioni più gravi, più scottanti, più provate. Secondo lui la giustizia ragiona così: “State attenti, perché abbiamo preso Chiari, non guardiamo in faccia a nessuno”. Tutto questo per poi giungere alla dichiarazione del giudice istruttore Renato Squillante che annuncia la libertà provvisoria: “Walter Chiari non ha nulla a che vedere col traffico di stupefacenti. Per essere ancora più espliciti non c’entra proprio, non ha mai trafficato in cocaina”. La Procura della Repubblica non si oppone alla libertà provvisoria e chiarisce che “il fatto a lui addebitato di detenzione di stupefacenti per uso proprio costituisce un episodio marginale rispetto alla più grave imputazione di spaccio di cocaina”. Walter Chiari si sfoga con il giornalista e dichiara la sua innocenza come spacciatore: “Non si arriva come fecero a casa mia con quattro auto, agenti in borghese, pistole, manette. Certo, può essere anche affascinante, per qualcuno, mettere le mani su Walter Chiari, riuscire a dimostrare che Chiari e Luttazzi sono pericolosi delinquenti, vergogna della società. Ma non è giusto. In macchina, la sera dell’arresto, facevo le peggio illazioni, pensavo che siamo sotto elezioni e che stavamo per firmare per Canzonissima. Il tenente in auto mi consiglia di confessare di aver avuto un grammo di cocaina e io seguo il consiglio, convinto che mi lasceranno libero. Dico di aver visto della roba bianca in una bustina, di averla assaggiata e sputata perché era amara. Il mattino dopo ritiro tutto e sono pentito amaramente di quella leggerezza. Il giudice che mi interrogava però parla di chili di droga e mi accusa di averla venduta, di essere uno spacciatore. Per fortuna che poi i personaggi coinvolti nella faccenda hanno dichiarato di non conoscere né me né Luttazzi”.

La piena riabilitazione, come detto sopra, avviene soltanto nel 1977, grazie alla sentenza definitiva della Corte di Appello che cancella la condanna del 1972 per accogliere la tesi difensiva. Il fatto commesso da Chiari – secondo le nuove leggi – non costituisce reato, perché giustamente consumatori e spacciatori non vengono più accomunati sotto un’identica responsabilità. Viene accertato che Walter Chiari deteneva stupefacenti solo per suo personale e quindi non ha commesso nessun reato penalmente sanzionabile. La stessa sentenza di assoluzione riguarda anche Franco Califano, che pure lui però sconta qualche mese di carcere. La sentenza della Corte di Appello pare molto equilibrata perché distingue tra due colpe di grado diverso e non mette sullo stesso piano consumatore e spacciatore.

Dopo le ingiuste accuse del 1970, Walter Chiari ritorna con successo al cinema, che lo riaccoglie con pellicole dignitose, in grado di offrigli un piccolo rilancio cinematografico.

Nel frattempo Walter, come un’epica scalata di Coppi o Bartali, piano piano, ritrova il suo pubblico. Già nel 1974/75, tra uno spettacolo teatrale e un’apparizione in tv, il buon Walter, è già tornato al culmine della popolarità, impegnatissimo sui set di mezzo mondo e sempre al centro di numerosi flirt, con soubrette nazionali ed internazionali. Anche il cinema, quel mezzo d’arte, con il quale Walter ha legato le sue stagioni più belle, alla stregua dei critici che ancora non ne ammettono anche nel cinematografo il suo indiscusso valore, si riaccorge di lui, e lo riaccoglie in un tipo di cinema medio che gli fornisce l’occasione di un piccolo rilancio. Quella stagione che Walter si appresta a vivere, tra il 1974 e il 1979, è un breve ma non trascurabile rilancio come protagonista cinematografico, in seguito al gran successo commerciale di Amore mio, non farmi male, campione di incassi della stagione 1974.

Per approfondire l’argomento vi invito a leggere un mio saggio di qualche tempo fa, che trovate quì in basso, nel quale Walter riprende, faticosamente, ma inesorabilmente in mano il cinema, del quale, fino al “fattaccio” del 1970, era stato assoluto protagonista. Quello degli anni ’70 è un Walter cinematografico da riscoprire, meritevole, come da titolo sottostante, di “doverosa rivalutazione”. D’altronde, mi si permetta questa ulteriore parentesi, Walter interpreta 12 film, tra il 1974 e il 1979; nel suo periodo riconosciuto “d’oro”, ovvero quello tra il 1964 e il 1969 ne interpretò 16. Una cifra quantitativa che non si discosta troppo da quella del decennio precedente, a riprova del fatto che quell’uomo, così colpito da quella storia del 1970 ha saputo riprendersi l’amore e l’affetto del pubblico. Vorrei fare un esempio per chiudere il cerchio: nel 1969 la compagnia di Walter è la prima in assoluto per affluenza di pubblico; dieci anni dopo lo spettacolo campione di incassi annuali è Hai mai provato nell’acqua calda? Chi era il suo protagonista? Ancora Walter… e come diceva Peppino in un famoso film con Totò [n.d.r. Totò, Peppino e la malafemmina], “Ho detto tutto”.

Domenico Palattella

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