La commedia da “camera”: i film ambientati in una sola location

Il nome del figlio, cast e trama film - Super Guida TV

Scrivere e creare un film utilizzando un’unica location può sembrare una mossa volta alla semplificazione, ma al contrario è l’emblema del complicarsi la vita. Certo, non va sottovalutato che questo è uno stile di scrittura tipico di un cortometraggio, magari di quelli a basso budget o addirittura a zero budget. Ridurre i costi al minimo può portare alla scelta di ambientare le storie cinematografiche all’interno di un’unica location, come se fosse un’opera teatrale. Nonostante gli evidenti benefici scenografici, non è affatto facile realizzare un prodotto efficace quando si tratta della cosiddetta commedia da “camera”.

E’ una scelta rischiosa, difficile, ma anche geniale. Non a caso molti dei massimi registi mondiali, hanno spesso utilizzato questa tecnica per raccontare una storia, tra tutti possiamo nominare Alfred Hitchcock. Anche il cinema italiano può vantarsi di avere degli ottimi esempii di questo tipo di cinema, anche in epoche recenti. Nominiamo su tutti Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese che ha collezionato una cosa come 18 remake in giro per il mondo. L’intera storia di Perfetti Sconosciuti si svolge all’interno di un appartamento, durante una cena fra coppie di amici. Ogni personaggio svolge un ruolo che appare fin da subito chiaro sebbene mai stereotipato, anzi a quella tavola sono sedute persone che potremmo tranquillamente ritrovare in qualsiasi compagnia di amici. Questa è forse la vera forza di questo film che sembra raccontare una cena qualsiasi fra persone comuni. La conversazione si sposta rapidamente sui grandi temi della vita, in particolare l’onestà e come questi amici si conoscano talmente bene da non avere segreti. Viene quindi proposto un gioco: ogni commensale dovrà mettere al centro del tavolo il proprio cellulare e leggere a voce alta ogni messaggio che riceve. Questa commedia brillante ha dei risvolti drammatici e quello che sembra un film leggero e sotto molti aspetti davvero divertente, si rivelerà molto più profondo. Inutile dire che di segreti e di bugie durante la cena ne verranno, ovviamente, scoperti parecchi, ecco spiegato il Perfetti Sconosciuti del titolo. È davvero degno di nota il variegato cast che vede diversi attori storici del cinema italiano: Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwacher e Anna Foglietta, giusto per nominarne alcuni. Perfetti Sconosciuti ha poi dei dialoghi così ben costruiti che non ci si rende nemmeno conto di rimanere per 90 minuti chiusi praticamente in un unica stanza. Dopo il colpo di scena finale si tirerà un respiro di sollievo, più che altro per non essere stati invitati a quella cena.

La tecnica di usare una sola location per l’intera durata del film non è certo recente e si potrebbe quasi definire un prestito che il teatro fa al cinema. Queste opere infatti non sfruttano grandi effetti speciali, non mirano a stupire con ambientazioni spettacolari, anzi chiedono allo spettatore un piccolo sforzo di concentrazione. L’intera narrazione infatti è in mano alla forza dei dialoghi e all’efficacia della recitazione. Non ci si può distrarre un attimo, va colta ogni sfumatura della voce, ogni minimo gesto, ogni parola. Altro film di questo tipo è Il nome del figlio, di Francesca Archibugi. Una commedia ‘orecchiabile’, uno scavo nel passato (gli anni Settanta), con cui il film mantiene una relazione dialettica, per interrogarsi sul presente e provare a immaginare un futuro, ‘generato’ nell’epilogo. Il film è un vaudeville sociologico, visto che la prosa è alternata da strofe cantate e conosciute, che si tuffa nel cuore dei suoi personaggi portando il film verso territori nuovi e riportandolo dentro i confini nazionali, dentro la nostra storia, le nostre vite cariche di preconcetti e pregiudizi. La commedia amicale dell’Archibugi è un viaggio, lungo una cena, verso un incerto domani e la riconquista di un’oggettività di giudizio sul mondo e sulle persone. Sempre empatica nei confronti dei propri personaggi, la regista romana dirige un gruppo di attori intelligenti che, come ‘canta’ Dalla nel film, sono arrivati “alle porte dell’universo ognuno con i suoi mezzi e ognuno in modo diverso, magari arrivando a pezzi”. Attori-autori, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo e Alessandro Gassmann contribuiscono alla creazione del film, intrecciando una tensione emotiva ed estetica che raggiunge l’acme sulle note di “Telefonami tra vent’anni”, nello sketch qui proposto. Con loro ma fuori campo, fuori tempo rispetto al flusso di musica e di coscienza, fuori salotto e al di là della finestra, si (ri)leva Micaela Ramazzotti: uno straordinario assolo di cinque grandi interpreti.

Quasi fossero opere teatrali quindi, lo spettatore rimane agganciato all’azione che vede in scena in quel singolo momento, in quel piccolo luogo, in quella porzione di vita. Come se stesse spiando un intimità altrui a cui improvvisamente si può partecipare. Sono spesso film che parlano soprattutto di persone più che di avvenimenti, si parla di vizi, virtù e debolezze. Si delineano personaggi dalla psicologia chiara, con ruoli ben definiti e in cui spesso è facile immedesimarsi. Restare chiusi in una stanza, magari in una situazione scomoda equivale ad essere con le spalle al muro ed è molto affascinante osservare quali comportamenti l’essere mano è in grado di attuare, una volta messo alle strette.

L’atmosfera intima e a tratti soffocante che si crea è il vero pezzo forte di questa narrazione che trova la sua massima espressione in alcuni film famosissimi e assolutamente imperdibili. Ma anche in altri, ingiustamente dimenticati. Facciamo un solo esempio, rimanendo ancorati al cinema italiano, nominando Quartetto pazzo, un film del 1945, di quelli introvabili e praticamente misconosciuti. Una pellicola però, che vede la partecipazione di due pezzi da 90, come Gino Cervi e Anna Magnani. Tutto girato all’interno di un salotto, nel quale si susseguono 70 minuti di giochi di schermaglie amorose, intrecci sentimentali, il film è molto grazioso, pulito e ovviamente molto incentrato sui dialoghi.

Quartetto pazzo - Wikipedia
Un estratto dal film Quartetto pazzo. Da sinistra verso destra troviamo i quattro protagonisti: Rina Morelli, Paolo Stoppa, Anna Magnani e Gino Cervi.

Infatti, come fossero gli ingranaggi di un orologio, in questi film tutto deve essere perfettamente coordinato per poter funzionare, dalla parte dialogata a quella fisica, che deve risultare efficace, lineare e non artificiale. Si, perché poi, il rischio nel creare un lungometraggio di questo tipo, è di annoiare e di creare piuttosto un esempio di teatro filmato, che un’opera cinematografica.

Anche nel cinema internazionale sono numerosi i casi di commedia da “camera” e addirittura svariati di essi rasentano il capolavoro. Nominiamo i più significativi di questi esempi.

Senz’altro in questa categoria può essere evidenziato Locke, di Stevan Knight. Questo film ha la particolarità non solo di essere ambientato in un unica location, ma anche di vedere praticamente un unico attore in scena, Tom Hardy. Il film parla di Ivan Locke, uomo quanto mai ordinario, che dopo una lunga giornata di lavoro come capo cantiere sta facendo un viaggio in macchina verso l’ospedale in cui sta per nascere suo figlio. Durante il tragitto parla più volte fra se e se immaginando però di rivolgersi al defunto padre, colpevole di averlo abbandonato. Durante queste conversazioni immaginarie, si apprende che Locke intende comportarsi nella maniera più corretta possibile e così, tramite alcune telefonate, si capisce che la storia di quest’uomo è ben più complicata di quello che potrebbe sembrare. Tom Hardy tiene davvero in piedi da solo un film, in cui si alternano momenti di autentica sofferenza ad incredibili colpi di scena. Il tutto solo attraverso i dialoghi telefonici che Locke avrà con i vari personaggi coinvolti nella sua vita. Senza muoversi dal sedile del passeggero scopriremo che però, sebbene mosso dalle migliori intenzioni, non sarà possibile per quest’uomo, uguale a tanti altri, ottenere quell’integrità che tanto agognava.

Capostipite di tutti i film e le serie sugli adolescenti dagli anni ’80 in poi, Breakfast club si svolge in un unica location, la biblioteca del liceo. È qui infatti che cinque studenti si ritrovano a trascorrere un sabato in punizione con il compito di scrivere un tema dal titolo “Chi sono io?”. I dialoghi sono l’unica cosa che porta avanti l’azione fra questi ragazzi che, dopo una certa reticenza iniziale, decidono di aprirsi l’uno con l’altro, non solo raccontando la motivazione per la quale sono finiti in punizione, ma soprattutto chi sono veramente, cosa sognano e per cosa soffrono. Portavoce di quello che è solitamente definito disagio adolescenziale, Breakfast Club mette in luce quelli che sono ancora degli attualissimi problemi dei giovani: dal sentirsi socialmente emarginati, alle incomprensioni con le figure genitoriali fino all’ansia per un futuro incerto. Il tema alla fine verrà svolto dal più “secchione” del gruppo, che cercherà di spiegare agli adulti come in fondo che siano atleti, disadatti o principesse tutti i ragazzi sono unici e speciali.

All’inizio del suddetto brano, abbiamo nominato Alfred Hitchcock e la sua capacità di essere efficace e penetrante anche in tale genere. Lo ritroviamo con La finestra sul cortile. Come in Perfetti Sconosciuti si ritorna fra le rassicuranti mura domestiche, per scoprire che forse non sono davvero un luogo sicuro. Nel film si racconta la storia di Jeff, che si trova forzatamente a riposo, bloccato su una sedia a rotelle con la gamba rotta. Si è appena trasferito con la moglie in un nuovo palazzo e quindi decide di ammazzare il tempo spiando con il binocolo i vicini. Ammazzare è proprio il verbo adatto considerando che questo passatempo lo porterà a sospettare di omicidio il suo dirimpettaio. In una escalation di tensione, i muri di casa sembreranno avvicinarsi un po’ alla volta, in un claustrofobico appartamento che diventerà quasi una trappola per il povero protagonista. Considerato uno dei migliori film di tutti i tempi, La finestra sul cortile regala momenti di tensione allo spettatore che difficilmente si vedono anche nei più grandi film d’azione. Anzi, sapere che il protagonista è letteralmente bloccato in casa, su una sedia a rotelle, rende la narrazione ancora più ansiogena. L’inimitabile maestro del cinema rende davvero giustizia al “one location movie” creando uno dei più famosi film del genere.

Proseguiamo con Dogville, uno dei film sperimentali più famosi di Lars Von Trier. Il regista danese non è nuovo a opere controverse che colpiscono in faccia come uno schiaffo e questo film non fa di certo eccezione. La storia raccontata ha come protagonista Grace (interpretata da Nicole Kidman, dopo la fine delle riprese l’attrice ha giurato che non avrebbe fatto altri film con Von Trier perché sostiene di esserne uscita emotivamente distrutta) una donna in fuga che finisce casualmente nella piccola cittadina rurale di Dogville. Se inizialmente la donna sembra essere stata ben accettata dalla piccola comunità, ben presto tutti i cittadini cambieranno drasticamente atteggiamento nei suoi confronti con gravi e continue vessazioni. Anche il finale del film non lascia alcuna speranza allo spettatore, in quanto si avrà semplicemente modo di vedere la vendetta che la donna riuscirà a mettere in atto nei confronti dell’intera comunità che verrà letteralmente spazzata via. Lars Von Trier riesce a ridurre la scenografia all’osso, delinando gli spazi solo con poche righe per terra e uno scarno mobilio. L’intero film infatti è stato girato in un unico capannone e, come se ci si trovasse a teatro, qualsiasi sfondo va immaginato, perché in primo piano c’è solo la maestria del regista e dell’intero cast. Sicuramente non un film facile, ma comunque da vedere, Dogville rende perfettamente l’idea di quanto possano essere potenti i gesti ancor più delle parole.

Ci sarebbero altri esempi interessanti da fare, come Lanterne rosse, di Zhang Yimou, bandito e censurato nella Repubblica Popolare Cinese, ma candidato agli Oscar come miglior film straniero ad Hollywood; oppure come Dogtooth, di Yorgos Lanthimos.

Concludiamo con la location cinematografica, probabilmente più famosa del cinema mondiale: l’Overlook Hotel. Parliamo ovviamente di Shining, dove è proprio l’ambientazione ad essere protagonista, rivelando presenze, ombre e misteri che spingeranno alla pazzia Jack Torrance, il cui volto è ormai per tutti quello di Jack Nicholson. Pare oltretutto che per la parte fossero in lizza anche Robert De Niro, Robin Williams e Harrison Ford, ma che fu King stesso a pronunciarsi in maniera definitiva e insindacabile per Nicholson. Considerato come uno dei migliori film horror della storia del cinema (secondo solo a L’esorcista) questo capolavoro di Stanley Kubrick non ha bisogno di nient’altro se non della straordinaria espressione da pazzo del protagonista e dei lunghi e silenziosi corridoi infestati da presenze macabre e sinistre. Grazie soprattutto all’abile lavoro di regia, le stanze, gli atri, le balaustre e i corridoi daranno l’impressione allo spettatore di trovarsi in un vero e proprio labirinto dal quale è impossibile uscire.

Dopo questa ricca carrellata nazionale ed internazionale, appare quindi evidente che i grandi registi non abbiano paura di mettersi alla prova con questa tecnica cinematografica di grande impatto, che mette in risalto la bravura degli attori e la scrittura degli sceneggiatori. Come se ci si trovasse di fronte ad un coro in cui il regista è il direttore d’orchestra. Va detto, una tecnica per niente semplice, come abbiamo avuto modo di raccontare in questo breve saggio.

Bibliografia:

-il testo è tratto in parte da “I 10 migliori film che si svolgono in una sola location”, di Valentina Castro.

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