Lucio Dalla e il Cinema nel decennale della sua scomparsa

Il grande cantautore bolognese Lucio Dalla, del quale ricorre in questi giorni il decennale della sua scomparsa, non è stato soltanto uno dei massimi nomi della musica italiana, ma ha avuto anche un rapporto concreto e speciale con il cinema. La sua pluriennale esperienza d’artista è stata molto più legata al cinema di quello che erroneamente e superficialmente si suole pensare.

Dalla arriva al cinema, come attore, partecipando ad alcuni musicarelli del periodo d’oro di tale sottogenere della commedia all’italiana: Questo pazzo, pazzo mondo della canzone (1965), Altissima pressione (1966) e Europa canta (1966). La svolta arriva nel 1967 quando i fratelli Paolo e Vittorio Taviani lo scritturano per I sovversivi, film d’autore che si svolge tutto durante i funerali dello storico segretario del Partito Comunista, Palmiro Togliatti. E’ la storia di quattro militanti comunisti che vanno in crisi in coincidenza proprio con la morte di Togliatti. Tra questi c’è Lucio Dalla, che interpreta Ermanno, uno strambo laureato in filosofia, che cerca invano nella fotografia un modo di catturare la realtà. E’ un’esperienza che forma particolarmente lo spirito critico, artistico e cinematografico del giovane Lucio, allora soltanto 24enne. In fondo quel primo grande film, è un film d’autore, che lo catapulta al Festival del Cinema di Venezia, dove proprio quell’anno la pellicola è in concorso e viene acclamata dal pubblico della prestigiosa kermesse internazionale. E poi è un film che viene anche lodato dalla critica, per una certa precisione sociologica, non solo rispetto all’evento storico della morte di Togliatti, ma anche rispetto al “risveglio” giovanile che di lì a poco confluirà nelle famigerate rivolte studentesche del ’68. Poi i fratelli Taviani riprendono quello schema che Pier Paolo Pasolini aveva usato per Uccellacci e uccellini, intrecciando alla finzione emblematiche sequenze documentarie dei funerali di Togliatti. Un film dunque, esplicativo del clima del periodo, dell’addio alla giovinezza di giovani “quasi trentenni” e della prima crisi delle ideologie, sullo sfondo della disillusione del periodo post-boom economico dei primi anni ’60.

In quegli anni recita anche in altre pellicole, ma è chiaro che poi, la declinazione naturale dell’esperienza cinematografica di uno dei più innovativi e versatili cantautori della musica italiana, si rivelerà senza ombra di dubbio la composizione delle colonne sonore, parte essenziale, più di quanto si creda, di ogni pellicola cinematografica: Signore e signori, buonanotte (1976), I picari (1987), Pummarò (1990), Al di là delle nuvole (1995), sono solo alcune delle numerosissime pellicole alle quali Dalla ha partecipato come autore delle colonne sonore.

A Dalla sono stati dedicati anche dei documentari, tanto in vita quanto dopo la prematura dipartita del 2012: il film-concerto Banana Republic che racconta il tour con Francesco De Gregori (1979), il didascalico Caro Lucio ti scrivo (2017), Senza Lucio di Mario Sesti (2014) e soprattutto Per Lucio di Pietro Marcello (2021). Il cantautore bolognese ha un suo spazio ben delineato nel cinema italiano, perché molti dei registi più influenti del nostro cinema, da Monicelli ad Antonioni, passando per Scola e Placido, ed altri ancora, hanno voluto la sua esperienza al servizio delle loro pellicole; e poi perché le sue canzoni erano e sono delle opere d’arte, talmente ben scritte, da assumere una dimensione cinematografica difficilmente riscontrabile in altri colleghi coevi.

Ora, attraverso gli altri film, nei quali Lucio Dalla ha partecipato a vario titolo, ripercorriamo la sua storia cinematografica, branca probabilmente non principale della sua carriera, ma di certo non trascurabile e meritevole di riconsiderazione.

Nel 1967 Dalla è uno stravagante ventiquattrenne, reduce dal successo de I sovversivi, dei fratelli Taviani, che tenta di sfondare, godendo della stima di alcuni colleghi di peso (Gino Paoli su tutti). Ha già partecipato due volte a Sanremo, ma è ancora alla ricerca della sua piena identità professionale. La sua voce la sentiamo nel film Questi fantasmi (1967) di Renato Castellani che ha in soundtrack Vent’anni. E poi nella pellicola corale di Marino Girolami, dal titolo Franco, Ciccio e le vedove allegre (1969) composto da tre episodi in cui Dalla funge da legante cantando E dire che ti amo e Il cielo. D’altronde era tipico per il film ad episodi dell’epoca, creare un trait d’union, tra i vari episodi, distinti e separati. Poi bisogna aggiungere che i tre episodi, hanno per protagonisti rispettivamente Franco Franchi e Ciccio Ingrassia per il primo episodio; per il secondo Nino Taranto; e per il terzo Raimondo Vianello. Tre comicità diverse, contrastanti, anche probabilmente per il target al quale ogni episodio è diretto. Visto così, non appare quindi sbagliato, l’utilizzo del Lucio Dalla, cantante atipico e bizzarro, in contrasto con la comicità di grana grossa del film.

L’esperienza delle musiche di Lucio Dalla nel cinema prosegue poi, attivamente negli anni ’70. Troviamo La luce accesa, in Dilinger è morto (1970), di Marco Ferreri. Quì mentre Dalla canta, Michel Piccoli è in cucina, appoggia il coltellone e afferra la pistola incartata nel foglio del quotidiano. E poi, un momento epocale, sentiamo distintamente 4/3/1943, ne La mortadella (1971), di Mario Monicelli. Inutile raccontare la storia di questa canzone mitologica, passaggio fondamentale nella carriera di Dalla. La splendida canzone dell’artista bolognese, la ritroviamo quando Sophia Loren, insidiata da Gigi Proietti, imbraccia la chitarra, strimpella le note di 4/3/1943, cambia le parole, racconta la sua storia d’amore e si identifica nella canzone facendola sua. La musica di Dalla è già racconto popolare e il suo nome è ormai uno dei più popolari della canzone italiana di livello.

Un’altra delle pietre miliari di Dalla è L’anno che verrà. Al cinema la ritroviamo almeno tre volte. Ne La terrazza (1980), di Ettore Scola; Vacanze di Natale (1983), di Carlo Vanzina; e in Marrakech Express (1989), di Gabriele Salvatores. Non è solo uno dei manifesti di Dalla, ma anche la colonna sonora di un momento storico, una malia capace di travalicare le epoche per riconfigurarsi ogni volta in un modo diverso. Non è un caso che questa riflessione sulle illusioni perdute e sul tramonto delle utopie riecheggi nel sottofondo del capolavoro di Scola, così preciso nel descrivere un apparato umano allo sfacelo, un ceto culturale incapace di leggere il presente, una generazione barricata in se stessa perché terrorizzata dalla paura di invecchiare e restare indietro. È già una madeleine nostalgica nel road movie di Salvatores, che segue il viaggio di quattro ex giovani alla ricerca dell’amico finito chissà dove: quasi una parafrasi di una canzone fondativa, talmente seminale da incastonarsi anche nella corale borghese degli svacanzati di Vanzina, suggerendo il sottotesto di una malinconia sempre respinta eppure lampante.

Altro film importante per Dalla, sarà Borotalco, film di Carlo Verdone, del 1981, dove si sentono chiaramente, ad esempio sia L’ultima luna che Cara, due suoi graditissimi successi. Ma l’impegno del cantautore bolognese, va al di là delle due semplici canzoni. Sui poster voluti da Mario Cecchi Gori, il nome di Dalla (preceduto da un ambiguo “musiche di”) era grande quanto quello dei protagonisti, Verdone ed Eleonora Giorgi. Si capisce: a rendere ancora più memorabile – e mitico nonché mitizzato – un film così amato, citato, celebrato, sono proprio le canzoni scritte e interpretate dal deus ex machina, a partire dalle enigmatiche Sette Lune che accompagnano i titoli di testa. D’altronde la commedia degli equivoci gira attorno a un concerto di Dalla, beniamino della Giorgi (sogna di scrivere un brano per lui), in quel momento all’apice della fama. La silhouette di Lucio si intravede nei filmati di repertorio, ma la sua musica attraversa tutta la storia anche per mezzo di altre voci: quelle degli Stadio, il gruppo che all’epoca accompagnava il cantautore sul palco, qui alle prese con Chi te l’ha detto? e Grande figlio di puttana delle quali lo stesso Dalla è coautore.

Continuiamo a nominare quelle che sono unanimemente riconosciute, le migliori opere d’arte musicale di Lucio Dalla, perché di opere d’arte davvero si tratta. Quando parliamo di Caruso, infatti, non possiamo non riconoscere che ci troviamo di fronte ad una delle poesie e delle canzoni più belle dell’intera storia dell’umanità. Questa commovente rievocazione degli ultimi giorni di vita del tenore Enrico Caruso, “di fronte al golfo di Surrient”, che si sublima attraverso un’ode agli schemi e alle atmosfere della tradizione napoletana, è apparsa soltanto una volta al cinema, però parliamo di cinema d’autore. Brano infatti, talmente caratterizzante che forse proprio per questo motivo non ha trovato uno spazio alla sua altezza nell’immaginario cinematografico. La sentiamo in uno degli ultimi film di Risi, un amarissimo racconto sulla vecchiaia intesa come fastidiosa anticamere della fine. C’è un Gassman maestoso, nonno amorevole e suocero maltrattato, più anziano di quel che è perché segnato dagli elettroshock, che coltiva un rapporto elettivo con la nipotina. Il tono è triste ed elegante e ci sono dei guizzi che fanno singhiozzare, come gli sguardi assorti con la nipotina al ristorante sulle note di Dalla.

Tra le altre opere “alte” nelle quali l’arte di Lucio Dalla, fuoriesce in tutto il suo splendore risultando incisivo e penetrante nello svolgimento del film stesso, è Telefonami tra vent’anni, fondamentale “presenza” de Il nome del figlio (2014), di Francesca Archibugi. Dopo la sua morte improvvisa, Dalla è stato riscoperto, riletto dalle nuove generazioni, usato come madeleine nostalgica. E il cinema non se l’è fatto ripetere due volte. Caso emblematico quello del film della Archibugi, che realizza una commedia ‘orecchiabile’, uno scavo nel passato (gli anni Settanta), con cui il film mantiene una relazione dialettica, per interrogarsi sul presente e provare a immaginare un futuro, ‘generato’ nell’epilogo. Il nome del figlio, si erge quindi, come un vaudeville sociologico, che si tuffa nel cuore dei suoi personaggi portando il film dentro la nostra storia, le nostre vite cariche di preconcetti e pregiudizi. La commedia amicale dell’Archibugi è un viaggio, lungo una cena, verso un incerto domani e la riconquista di un’oggettività di giudizio sul mondo e sulle persone. Sempre empatica nei confronti dei propri personaggi, la regista romana dirige un gruppo di attori intelligenti che, come ‘canta’ Dalla nel film, sono arrivati “alle porte dell’universo ognuno con i suoi mezzi e ognuno in modo diverso, magari arrivando a pezzi”. Attori-autori, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Rocco Papaleo, Alessandro Gassman e Micaela Ramazzotti contribuiscono alla creazione del film, intrecciando una tensione emotiva ed estetica che raggiunge l’acme sulle note di Telefonami tra vent’anni, nella quale canzone gli attori abbandonano le loro maschere, per godersi, tra goffi balletti nel salotto e ricordi adolescenziali di tuffi nel mare, la tenerezza delle parole dell’artista bolognese, che sovrasta tutto e tutti con la sua inebriante poesia.

Ci sono tanti altri film nei quali direttamente o indirettamente Dalla ha offerto, con le sue parole e le sue musiche una collaborazione diretta, esaustiva, inebriante capace di affermarsi nei cuori e nelle sensazioni del pubblico. Noi ne abbiamo nominati una piccolissima parte, però quello che è più importante, in un saggio come questo, è capire la valenza che Dalla ha rivestito nel nostro cinema, e che ha caratteristiche comuni tanto nei film da noi nominati, che in quelli non citati. Perché Dalla è il cantautore che più di tutti offre un controcanto emotivo, una lettura alternativa, il ricordo di qualcosa che forse non si è mai vissuto. Perché Dalla scava nei cuori fino a consumarli, corteggia la memoria e la regala al futuro, sa guardare alla felicità senza eluderne il dolore.

Domenico Palattella

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