La verità su La dolce vita – Recensione del documentario di Giuseppe Pedersoli

Tra i più bei film dedicati al cinema italiano usciti negli ultimi due anni non è possibile non segnalare La verità su La dolce vita, presentato al Festival di Venezia 2020. Diretto da Giuseppe Pedersoli, figlio d’arte (il padre è il mitico Bud Spencer), e prodotto dallo stesso regista e da Gaia Gorrini per la Arietta Cinematografica, è una bella narrazione storica, a metà strada tra il documentario e la finzione, dove la ricostruzione delle vicende d’epoca si mescola con il recitato, con il risultato di una docufiction di grande efficacia.

Pedersoli ricompone il puzzle della genesi di quello che è considerato da molti il più grande film del cinema italiano, quell’opera di Federico Fellini che, uscita nel 1960, avrebbe stravolto una volta per tutte il gusto del pubblico, fondendo abilmente esigenze artistiche di rinnovamento filmico e esigenze di un pubblico e di una società italiana ormai, alle porte del boom, avviata al benessere e alla rinascita. Pedersoli, con occhio clinico da produttore più che da critico, ricostruisce le vicissitudini che hanno segnato tutte le fasi della preparazione del film, iniziata nel 1958, e soffermandosi principalmente sulle peripezie del produttore Giuseppe Amato, detto “Peppino”, e del suo rapporto con Fellini e Angelo Rizzoli, l’altra parte produttiva dell’avventura.

Peppino Amato, nome d’arte di Giuseppe Vasaturo e per inciso nonno di Pedersoli (che in questo caso diventa anche “nipote d’arte”), è ancora oggi ricordato come uno dei più abili e brillanti uomini del cinema italiano anni Quaranta e Cinquanta. Produttore e regista, nella docufiction viene interpretato dall’ottimo Luigi Petrucci, e nel designarlo sul piano umano il nipote non occulta nulla della sua appassionante parabola biografica, dalle reminiscenze giovanili che lo portarono negli anni Dieci ad appassionarsi al cinema, alla profonda fede cristiana che lo spingeva a recarsi più volte di persona da Padre Pio per cercare conforto. Ma soprattutto Pedersoli rifornisce lo spettatore di eccezionali documenti d’epoca, dalle lettere di Fellini ai produttori alle interviste ai testimoni d’epoca, da Alvaro Mancori a Valeria Ciangottini, fino a Sandra Milo e Giovanna Ralli.

La durata del film, 83 minuti, è essenziale ma più che azzeccata, onde evitare lungaggini e oziose prolissità discorsive che avrebbero rischiato di far scadere la ricostruzione in pedanteria intellettualmente pretenziosa, e nel confrontarsi con Fellini il rischio è elevatissimo. Quello che interessa a Pedersoli, in fin dei conti, con occhio registico ma anche giornalistico, è restituire al cinefilo odierno, anche quello meno preparato, lo spirito di perplessità che accompagnava i produttori nel finanziare e credere in un film così scandaloso, impudico e quindi  rivoluzionario che, come sostiene anche Ennio Bìspuri, oggettiva “un mondo corroso da qualcosa di indefinito, come un male oscuro che contamina e distrugge, come una minaccia incombente, che è sentita ma non sempre temuta, che rende il titolo stesso allusivamente provocatorio”.

Il documentario è reperibile gratuitamente su Raiplay.

VOTO: 8+

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