“Enrico ’61”, Renato Rascel e l’attualità “devastante” del 2022

In questi giorni di marzo 2022, così offuscati dallo spauracchio reale, concreto, della Terza Guerra Mondiale, in seguito allo scontro bellico tra Russia e Ucraina, torna d’attualità una vecchia grande commedia della premiata ditta composta da Garinei & Giovannini, dal titolo Enrico ’61.

Un omaggio sincero e deliziosamente rilevante, ai cento anni dell’Unità d’Italia. Siamo infatti nel 1961, precisamente in quel 17 marzo, che è il centenario preciso dell’Unità d’italia. I due autori romani omaggiano il nostro paese, attraverso i racconti e i ricordi di un cappellaio romano, nato proprio il 17 marzo del 1861: l’annessione di Roma al Regno d’Italia, il periodo della Belle Epoque, la Prima guerra mondiale, l’avvento del Fascismo, la Seconda guerra mondiale, l’occupazione dei tedeschi, le leggi razziali, le camice nere, la liberazione, la ricostruzione e il benessere economico degli anni ’50 e dei primi anni ’60. Ma anche i ritmi che hanno accompagnato gli anni passati e quelli più recenti, dal tango al boogie woogie, dal charleston alla rumba. Il multiforme protagonista di questo straordinario spettacolo commemorativo è lui, Renato Rascel, che interpreta magistralmente tre ore e mezza di spettacolo, attraversando cento anni di storia italiana. “Enrico ’61” è in fin dei conti un “one man show” dell’attore romano, che è ben assistito dalla pletora di personaggi che interagiscono con lui: da Alberto Bonucci a Clelia Matania; da Gino Latilla a Ombretta De Carlo. “Enrico 61” debutta a Milano il 26 novembre del 1961 e registra fin da subito un trionfo senza precedenti, mai raggiunto da nessun altro spettacolo teatrale: oltre tre mesi di rappresentazione a Milano, quattro mesi di fila al Sistina di Roma; e perfino sei mesi di fila al Piccadilly Theatre di Londra. “Enrico 61”, deve però gran parte del successo alla forma smagliante di Renato Rascel, quì all’apice della sua carriera, e definito in quegli anni “il miglior attore dello spettacolo italiano”. L’opera è costruita sulle sue solide spalle, a discapito della sua modesta corporatura, sulla sua vis-comica, sulla sua vis-drammatica, sulla sua capacità di attore completo, insomma sulla sua incredibile poliedricità. Tanto fu il successo, che nel 1964 ne venne realizzata una versione televisiva, fedelissima all’originale, e trasmessa sulla prima rete nazionale divisa in tre puntate, il 27 agosto, il 3 settembre e il 10 settembre di quello stesso anno. Un film-tv di straordinario valore culturale, poiché è questa la versione che è sopravvissuta ai giorni nostri e che ci fa gustare inalterato lo spirito e la bellezza di questa grande opera. Lo spettacolo ha anche un che di innovativo, in pieno stile da Garinei & Giovannini, che hanno in Renato Rascel il loro attore preferito, anche lui romano verace come loro. Per la prima volta si notano in tv e in teatro innovazioni tecniche quasi cinematografiche per ovviare ai numerosi cambi di scena richiesti dalla storia: le scenografie cambiano in continuazione, merito dei tappeti rotanti e dell’effetto luce che fa passare da una stanza all’altra, da un’epoca all’altra, nell’arco di qualche secondo. Gli episodi storici poi, sono ben riassunti, e a volte forniscono il pretesto per alcune scene indispensabili ai fini della comprensione della trama, altre volte sono ripercorsi velocemente in situazioni di canto e balletto, il tutto con una tenerezza e un affetto che rimane ancora oggi irraggiungibile, per classe interpretativa e finezza del racconto scenico. 

Arrivati a questo punto voi lettori, probabilmente direte “tutto bello, tutto garbato, ma cos’ha di attuale tutto ciò? La domanda è legittima e fate anche bene a farla. Poniamo però il nostro occhio critico sui 50 minuti dell’episodio che va dall’avvento delle prime squadriglie fasciste del 1921, alla liberazione del 4 giugno 1944, passando per tutti gli scempi della dittatura fascista. In questi tre quarti d’ora, la comicità di Renato Rascel, si colora di sfumature drammatiche e malinconiche; come altrettanto efficace risulta la cronistoria della dittatura fascista, raccontata con un pathòs sempre crescente da Alberto Bonucci, Gino Latilla e Luciano Melani. Una cronistoria raccontata con toni drammatici, che raccontano l’escalation che ha portato alla Seconda Guerra Mondiale: le minacce, le truppe al confine, l’invasione, le bombe, i tentativi diplomatici di “pace”, un dittatore sanguinario, le deportazioni, il bavaglio alla stampa, le vittime innocenti, le persecuzioni. Qualcosa di già sentito in questo pazzo e drammatico 2022, non trovate? Quei cinquanta minuti sono più esaudienti di un libro di storia e probabilmente andrebbero viste da chi ha condotto nuovamente l’Europa verso la paura della guerra. Quella che qualche nonnino o nonnina 90enne, ricordano ancora bene oggi: la fame, le sirene, la paura…

Perché? Perché ancora oggi, in Europa dobbiamo ancora assistere a questo scempio. Perché? Siamo tutti vicini con il cuore all’Ucraina, ma non è un saggio nato con l’intento di schierarsi politicamente, come non lo è questo sito, che è solo un “Museo” digitale sul Cinema Italiano; siamo quì soltanto per far vedere come il cinema e il teatro possano servire ad illuminare menti offuscate dalla smania di potere, e che non è vero che la “Cultura non ci salverà”. Sarà solo grazie a questa che forse eviteremo la Terza Guerra Mondiale. Non credete a chi vi dice che la Cultura non serve a niente, che il lavoro vero è solo quello dove ci si “sporca” le mani; che la punteggiatura o le “e” con o senza accento non siano importanti, tanto basta “capire” il senso della frase; non credete a chi giustifica sempre un atto di delinquenza, nascondendosi dietro al “da noi si usa così”; non credete a chi è violento, a chi picchia le donne, a chi usa la forza perché si sente più forte. Non credete a tutto questo. Credete in voi stessi, nella conoscenza, nella cultura, nell’educazione e nella scienza: la pandemia del Covid-19 non ci ha elevato, nè salvato, nè migliorato. Ci ha inimicato ancora di più. Si fa polemica su tutto, basta andare sempre e comunque controcorrente, perché “non cielo (si, spesso scritto così) dicono” e “io ho scoperto il gomblotto, poveri idioti”. Gente la cui migliore ambizione è crescere eredi educandoli alla loro morale, quella delinquenziale. 

Forse è uno sfogo fuori luogo per questo Blog, però vedete come con il cinema si possa parlare di tutto? E poi c’è anche un’altra cosa, ovvero che nulla del cinema italiano diventa vecchio e vetusto, perché il cinema italiano da sempre è lo specchio della società.

Voglio poi dirvi, per favore mollate fidanzate, fidanzati, amici e amiche che vi dicono che un film del 1963 o del 1976 o ancora del 1938 sia vecchio e “che li vedi a fare, che palle”. Mollateli subito, anche con una certa dose di razzismo: vi porteranno solo all’ignoranza. E se siamo nella merda è proprio per l’ignoranza, che ha preso piede. Ahimè, povera Europa, povera Italia, povero mondo. Io però voglio essere ottimista e voglio pensare ancora che qualcosa di buono possiamo lasciare a coloro che verranno dopo di noi. Altrimenti cosa lasciamo loro? Un social per fare video da celebrolesi, ed un altro dove esporre glutei e seni al vento? Davvero siamo diventati solo questo? Io invece voglio pensare al nostro teatro e al nostro cinema. Si, voglio pescare ancora da questo archivio infinito, da artisti che sanno che la Cultura eleva. Mi viene in mente Eduardo, ah Eduardo mio quanto ci sarebbe bisogno di te. Ma anche di tuo fratello Peppino, di Totò, di Nino Taranto e di tutta la gente “illuminata” che ha reso grande il nostro Paese.

Secondo me “a nuttata passerà”, però per ora siamo ancora al punto che “adà passà a nuttata”, però francamente credo che “sta nuttata” sia ancora più vicina alla mezzanotte che alle cinque del mattino.

Mi sbaglierò, forse. Solo il tempo ci dirà. 

Intanto, proprio perché la “Cultura” eleva, e proprio perché ho intessuto le lodi di “Enrico ’61” e del grande Renato Rascel; all’interno del saggio trovate la commedia teatrale in formato integrale, divisa nei suoi tre atti. Beatevi di tale capolavoro. Buona visione.

Domenico Palattella

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