Il teatro di Renzo Montagnani: dalle origini ai trionfi del palcoscenico

Nella frenetica vita artistica di Renzo Montagnani, il teatro ha sempre rivestito una posizione di massimo rilievo. Fu infatti il suo vero amore, coltivato fin dalla più tenera età.

Il primo contatto con il magico mondo fatato del teatro, lo ebbe grazie al nonno materno Alfredo, che nel 1938 gli regala un mucchio di libri di fiabe e lo porta a vedere il Carro di Tespi, una manifestazione itinerante che gira nei vari paeselli e vedeva la partecipazione di artisti più o meno di strada intenti in rappresentazioni teatrali dall’alto contenuto folcloristico.

Il piccolo Renzo resta affascinato da quelle scenografie allestite alla buona e da quei protagonisti che di volta in volta raccontano storie sempre diverse ma mai noiose. Arriva poi la guerra e il piccolo Renzo, di ritorno nella sua Firenze, diventa un giovane adolescente, aperto alle innovazioni e alla nuova ventata di rinascita e creatività che la fine della guerra porta con sé. Infatti il quindicenne Renzo sente battere dentro di sé il fuoco del teatro, quel fuoco dell’arte che non si spegnerà mai, neanche quando nel 1997 ormai malato prende parte come guest star ad un episodio della serie tv Il mastino, recitando su una sedia a rotelle viste le gravi condizioni in cui già versava. Non farà neanche in tempo a vedersi in quell’ultima sofferta recitazione, perché morirà il 22 maggio di quello stesso anno. Questo per dire, come quel sacro fuoco, che accomuna un po’ tutti i grandi attori, non si spense mai e che nel 1997 Renzo era esattamente quello stesso bambino che si entusiasmava di fronte ad alcuni libretti di fiabe regalate da nonno Alfredo e che sognava ad occhi aperti. Ma riprendiamo quel filo del discorso che ci aveva portato al 1945 di una Firenze pronta alla rinascita. Proprio nella sua città, Renzo frequenta il “Merlo Bianco”, una villa che dal 1945 iniziò ad ospitare esibizioni artistiche di diversi giovani. Quel luogo divenne la sua seconda famiglia come lo furono tutte quelle abitazioni utilizzate per fare spettacoli o più semplicemente parlare di tematiche filosofiche. Si portavano in scena autori come Shakespeare o Cechov e meno informazioni c’erano a riguardo, tanto maggiore era in lui la voglia di apprendere. Le scenografie venivano sistemate dagli stessi attori prima dello spettacolo e per i costumi si contava sulle sapienti mani di qualche volontaria capace di cucire se non addirittura creare abiti ex novo; pazienza se non si percepiva stipendio alcuno perché la passione ed il divertimento pagavano ampiamente gli sforzi fatti.

Quella compagnia di giovanissimi però arrivò alle orecchie di diversi addetti ai lavori fino a quando la famosa attrice e regista russa Tat’jana Pavlovna Pavlova decise di andare ad osservare in prima persona i ragazzi toscani ed in caso offrire ai più meritevoli l’opportunità di iscriverli all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma dove l’artista dell’est teneva dei corsi. La donna individuò quattro possibili talenti e fra questi Renzo che, a differenza degli altri, non ricevette il consenso dei familiari a trasferirsi nella capitale. I genitori avrebbero anche voluto soddisfare le richieste del figlio ma i soldi portati a casa da papà Guido non bastavano neppure sommati al lavoretti extra del ragazzo e l’idea di pagare un secondo affitto (oltre quello della dimora toscana) pesò come un macigno sulla scelta definitiva. Così gli amici partirono e per Renzo iniziò una promettente quanto inaspettata carriera nel campo farmaceutico; un parente della madre era il rappresentante esclusivo nel Nord Italia per l’Angelini e non avendo figli maschi propose a Montagnani di fare il rappresentante in giro per ospedali ed ambulatori. Renzo, come lui stesso affermava in vita erroneamente, non prese mai una laurea ad hoc, anzi i suoi studi terminarono con la licenza di terza media, eppure in quelle stanze piene di malati otteneva un tipo di gratificazione che nessun pezzo di carta avrebbe potuto conferirgli: dottori, infermieri e soprattutto degenti avevano continuamente gli occhi lucidi di felicità per le continue battute che l’attore distribuiva durante le ore d’attesa. Solo che fra viaggi e orari d’ufficio sentiva che quello non era il suo mondo e così continuò a cimentarsi con il teatro portando testi impegnati come opere più “leggere”. La risposta di pubblico è sempre grandiosa tanto da spingere il regista Umberto Benedetto a chiamarlo a Radio Firenze dove Renzo intrattiene gli ascoltatori facendo l’attore di prosa e non solo; quando sfocia nel comico diventa inarrestabile e la “stoffa” del giovane ormai adottato fiorentino comincia prepotentemente a farsi sentire. Una compagnia teatrale milanese contatta Benedetto perché è in cerca di un artista brillante ed innovatore; non ci pensa due volte e propone il nome di Renzo che questa volta, siamo nel 1955, non si fa condizionare da niente e nessuno e saluta la Toscana per la Lombardia.

Tempo di abbracciare i propri genitori ed eccolo in viaggio verso Milano che ai suoi occhi (e aveva ragione) rappresentava la possibilità di riscatto lavorativo e personale. Parte dal basso per poi, anche grazie alla compagnia Bramieri-Mondaini-Vianello, mettere sempre più esperienza nel suo bagaglio e farsi notare nel mondo teatrale. Conquista il centro della scena e “galeotte” saranno le commedie musicali che lo vedranno protagonista: in una di queste incontra l’amore della sua vita, Eileen. E’ una coetanea di Renzo che gira il mondo con le “Bluebell Girls”, un corpo di ballo britannico che in quegli anni va per la maggiore anche grazie alla bellezze di quelle giovani donne. La bionda ed alta ballerina inglese rapisce il cuore di Montagnani che dal canto suo ha la fortuna di essere ricambiato. Il fidanzamento immediato è l’antipasto di un matrimonio avvenuto quattro anni dopo, nel 1959.

Sembrerebbe un periodo felice eppure il male torna a bussare dopo gli orrori del conflitto mondiale; questa volta si tratta del babbo Guido che, andato in pensione prima del tempo, si ritrova a combattere con i primi segnali del Parkinson. Alla cerimonia del figlio non ci saranno i genitori (proprio per i disturbi del padre che avrebbero reso difficile lo spostamento da Firenze a Milano) ma come testimoni di nozze avrà non proprio due persone qualunque: i colleghi e amici Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Renzo sin da bambino non aveva mai avuto la presenza fissa del padre, ferroviere e quindi legato ad orari bizzarri e con poco tempo libero, e perciò aveva trovato nel nonno materno una guida essenziale non solo per l’avviamento artistico quanto a livello affettivo. Forse anche per questo che vivrà la scomparsa del padre (avvenuta circa vent’anni dopo il suo matrimonio con Eileen) in maniera meno coinvolta emotivamente di come invece dovrebbe essere in “natura”. Messi da parte i festeggiamenti c’è la carriera da portare avanti e con i Sogni muoiono all’alba di Indro Montanelli inizia il percorso d’affermazione fino ad allora solo coltivato ma mai raccolto negli anni precedenti.

Le cure per tamponare la malattia del padre tuttavia sono assai costose e Renzo dalla fine degli anni cinquanta in poi inizierà ad accettare qualsiasi parte gli venga proposta, che siano opere teatrali, film considerati di poco conto o pubblicità del Carosello (come quella dell’orzo solubile). Quel che guadagna non è tanto ma le spese iniziali per il genitore sono un nulla rispetto a quelle che arriveranno con la nascita del figlio…e non riguardanti i “classici” esborsi necessari per far crescere un bambino. Daniele viene alla luce nel 1963 quando Renzo lavora nel Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e quindi non può assistere direttamente al lieto evento. Riceve la notizia per telefono e, come naturale che sia, gli occhi gli si riempiono di gioia come non mai ma quelle lacrime impiegarono poco tempo per prendere il retrogusto amaro e pieno d’infelicità. Il figlio fino ai quattro anni non parla e non riesce a rimanere concentrato a lungo; i dubbi diventano certezza quando i nuovi genitori decidono di portarlo a dei controlli e i responsi parlano di una lesione al lobo temporale sinistro collegata all’uso del forcipe. All’epoca molti bambini furono vittime di quello strumento usato per facilitare l’uscita dal grembo nei parti complicati ma molto pericoloso nel creare problemi cognitivi, esattamente ciò che accadde al piccolo Daniele. Il ragazzo è alto e bello come la madre, ma la sua esuberanza facilmente si trasforma spesso in violenza, vista anche l’enorme forza fisica a disposizione (da piccolo calciava dei tiri al pallone potentissimi). Diventa impossibile lasciarlo in una classe “normale” e l’Italia di quegli anni non è mentalmente e strutturalmente pronta per trattare dei casi del genere. Costosissime visite specialistiche e continui viaggi fra le nazioni europee non sono sufficienti a risolvere il problema e l’unica soluzione resta quella di portarlo a vivere in Inghilterra insieme alla madre, dove ci sono impianti pensati e costruiti apposta per chi ha i problemi di Daniele. Nella terra anglosassone può dividere le sue giornate fra sport ed attività varie che, seppur con grandi difficoltà, gli consentono un’esistenza più o meno tranquilla. Renzo si butta anima e corpo nel lavoro non solo per tornaconto personale d’immagine ma soprattutto per guadagnare più soldi possibili utili alla buona causa del figlio. In questo caso però, va detto che la deriva “comica” di tanto cinema popolare, è una scelta che il “nostro” Renzo avrebbe comunque preso a prescindere dalla malattia del figlio. Forse avrebbe sì limato qualcosa, rifiutato qua e là qualche film, per avere magari più tempo per la famiglia. Ma si può stare certi che non avrebbe mai rifiutato, per partito preso, quel genere comico-brillante che gli avrebbe dato popolarità e benessere economico.

Nonostante questa remunerativa e necessaria stagione che Renzo intraprende, come sempre, con la sacra polvere dell’arte nel cuore, non disdegna numerose parentesi teatrali, condite da un consenso sempre crescente. L’ampia premessa, che spazia nella sua gioventù e nei suoi primi successi, è stata necessaria per capire l’humus culturale nel quale è cresciuto e si è sviluppato il talento del giovane Renzo. Senza questo immenso bagaglio di esperienza, il giovane bambino che leggeva i libri di fiabe, proprio mentre uno squallido dittatore di Berlino, condannava il mondo ad una nuova e distruttiva guerra, non avrebbe potuto, ad esempio, incantare pubblico e critica nei panni di John Proctor, nella splendida commedia drammatica in costume di Arthur Miller, dal titolo Il crogiuolo. L’opera, suddivisa in quattro atti, nella versione italiana è realizzata dalla Rai nel 1971. Nella parte del protagonista c’è un magnifico Renzo Montagnani, capace di donarci momenti di toccante drammaticità, in quello che è uno dei più grandi Drammi del ‘900. Il crogiuolo  è ambientato nel 1692, in Massachusetts e si basa su una storia vera, quella della caccia alle streghe, che investì proprio in quell’anno, la cittadina di Salem. La commedia evidenzia come una piccola società venga condotta alla pazzia, attraverso la superstizione, la paranoia, la cattiveria delle persone e la mala giustizia. Quest’ultima pratica è la parte focale dell’opera: chi si confessa “colpevole” di rapporti con il diavolo, accusando altri, viene liberato anche proferendo il falso; chi è innocente e si professa tale, rischia il patibolo. In un’orgia di personaggi negativi, egoisti e opportunisti, si staglia la figura di John Proctor/ Renzo Montagnani, il quale pur di non tradire i propri cittadini, preferisce morire da eroe, denunciando la corruzione e le pratiche “occulte” della giuria. L’interpretazione è sublime e la versione italiana dell’opera, è una delle migliori in assoluto. Merito della sceneggiatura di un “certo” Luchino Visconti, merito di un valente regista televisivo e teatrale come Sandro Bolchi, merito delle stupende scenografie, certo…ma la parte principale del merito resta di tutto il folto e numeroso cast che annovera accanto a Renzo Montagnani, attori del calibro di Tino Carraro, Flora Lillo e Nando Gazzolo, solo per citarne alcuni. Lo sceneggiato superò agilmente tanto la prova del pubblico, quanto quella della critica. Questa stessa loderà la sua interpretazione, definendo lo sceneggiato “di una solidità a prova di bomba” e rincarando la dose non mancherà di evidenziare “quanto sia stato bravo il protagonista che ha superato autorevolmente una prova di difficoltà estrema”.

Vedete, in certi casi per noi posteri, la fortuna è quella che certi capolavori siano fortunatamente stati registrati, in maniera tale da essere ancora oggi fruibili, studiati e apprezzati. Versioni teatrali, come questa del Crogiuolo vengono tutt’oggi studiati nelle Accademie di recitazione teatrale, come modelli per capire davvero cosa significhi il mestiere d’attore. Lo stesso accade per un’altra commedia immortalata da “mamma Rai” nel lontano 1967, ovvero Ti ho sposato per allegria, che ebbe oltretutto anche una sua versione cinematografica, orfana però dei due splendidi protagonisti, Renzo Montagnani e Adriana Asti, per volere della produzione. Si era già detto, nel capitolo dedicato alla commedia impegnata, che almeno fino ai primi anni ’70, i produttori non considerassero Renzo un primo attore, piuttosto un antagonista o un caratterista. Questa è la ragione per la quale, pur lavorando in svariati lavori cinematografici già dalla metà degli anni ’60, a Renzo venne preclusa la possibilità, di portare quel lavoro, che sentiva tanto suo, anche nel cinematografo. Lo stesso ragionamento venne fatto, grosso modo, per Adriana Asti, più donna di teatro che di cinema. E dire che, al di là della presenza di Monica Vitti, Giorgio Albertazzi non era propriamente un animale da “ciak”, non avendo mai davvero sfondato nel cinema. Ma siccome, ahimé, la storia è questa e non la si può modificare in queste pagine, occupiamoci della versione teatrale, quella originale, quella che non fu un flop, quella che rimane lo spettacolo di maggior successo nella carriera di Montagnani. Il maestro Luciano Salce, che poi diventerà grande amico dello stesso Renzo, era solito nella sua carriera, scovare talenti. Come quando conobbe sul set di Tipi da spiaggia, nel 1959, Ugo Tognazzi e decise di lanciarlo nella commedia impegnata imbastendo su di lui Il federale e La voglia matta, splendidi successi che issarono l’attore cremonese tra i cosiddetti “mostri” della commedia all’italiana. Lo stesso procedimento adotta, grosso modo, con Renzo. E’ in platea ad ammirarlo al Teatro Stabile di Roma, mentre l’attore è impegnato con l’opera di Luigi Pirandello, Vestire gli ignudi, dove c’è anche Adriana Asti. Rimane folgorato e lo scrittura, assieme all’attrice per Ti ho sposato per allegria, da un testo di Natalia Ginzburg. La brillante commedia teatrale dà una spiccata notorietà all’attore fiorentino, tanto che lo spettacolo nel biennio 1966/67 colleziona oltre duecentocinquanta repliche in tutti i più prestigiosi teatri italiani. E’ il trionfo di una commedia, che ha nella sua semplicità e nell’affiatamento dei due protagonisti i suoi punti di forza. Adriana Asti è Giuliana e Renzo suo marito Pietro, giovane avvocato di successo. I due si fidanzano e poi non molto convintamente si sposano. Lei sceglie il rito civile, caso mai avrà sbagliato marito, comunque non avrà peccato di fronte a Dio; lui la sposa solo per allegria. Solo che poi accade che, nel corso della loro vita coniugale, si accorgono di avere più affinità di quelle che immaginavano all’inizio e capiscono di aver fatto la scelta giusta. Accanto a loro uno stuolo di valenti attori, come la cameriera di casa interpretata da Gabriella Giorgelli e Italia Marchesini nei panni della sorella di lui. La commedia ha avuto, nel corso degli anni, numerose altre versione teatrali, come quella, realizzata dalla Rai, nel 1982 con Giampiero Bianchi e Giulia Lazzarini nei panni di Pietro e Giuliana. Della versione originale con Montagnani e la Asti sopravvive almeno la versione radiofonica, che ci restituisce un po’ di quella magia e di quell’alchimia di un trio irripetibile, che aveva come mentore e pigmalione, quel gran genio che è stato Luciano Salce.

In verità Renzo, non si crucciò poi tanto di essere stato scartato dall’eventuale versione cinematografica dell’opera; noi per la verità ci crucciamo un po’ di più, perché avremmo voluto vedere in azione questa stupenda coppia. In questa definizione di Renzo, fuoriesce tutto il suo amore per il teatro, che neanche la lunga e remunerativa esperienza cinematografica era riuscita a scalfire.

“Al cinema e alla televisione continuo a preferire il teatro, perché ogni vero attore cerca nel pubblico del teatro quel calore e quella partecipazione che sono lo stimolo di ogni suo impegno, e state sicuri che quali che siano gli sviluppi del mio lavoro futuro, in tutti i miei programmi il teatro avrà sempre la sua preminenza”.

Ora, procediamo un po’ più speditamente, facendo una carrellata rapida ma attenta, su almeno un’altra mezza dozzina di commedie di prosa, che diedero grosse soddisfazioni all’attore fiorentino. Imprescindibile è parlare de L’acqua cheta, commedia in tre atti, databile 1908, del drammaturgo toscano Augusto Novelli. La versione televisiva, quella del 1974, vede Renzo Montagnani protagonista, in un cast variegato comprendenti attori e attrici di talento come Ave Ninchi, Gianrico Tedeschi, Daniela Goggi e Nino Castelnuovo. E’ la storia delle vicissitudini, anche sentimentali, di una famiglia fiorentina di fine ‘800. Renzo veste i panni di Stinchi, divertente garzone di stalla. Sul set, diretti dal regista Vito Molinari, il cast si divertì molto, soprattutto Renzo, che aveva già avuto modo, per la prosa radiofonica, di interpretare questa commedia, rientrante in quel teatro fiorentino, ancora poco apprezzato ai più. L’opera venne trasmessa dalla Prima Rete Nazionale poco prima del Natale del 1974, riscuotendo consensi e recensioni favorevoli.

Altra opera degna di nota è La cantatrice calva, di Eugène Ionesco, maestro mondiale del teatro dell’assurdo. La versione sopravvissuta a noi posteri, è quella del 1969, trasmessa e curata, come sempre all’epoca, dalla Prima Rete Nazionale. Sceneggiato e curato in maniera raffinata ed elegante, con molta cura per l’ambiente circostante e la scenografia, tale versione ha nella coppia di protagonisti, composta da Franca Valeri e dal “nostro” Renzo Montagnani, il proprio punto di forza. Soprattutto Renzo è capace di disegnare con perfetta aderenza al personaggio, l’assurdo e il grottesco, che sono gli elementi cardine del genio dello storico autore franco-rumeno.

Andiamo avanti così, senza rispettare un preciso nesso cronologico, quasi come fossero dei coriandoli di “cultura” buttati qua e là. Dovete sapere che se, per via della superficialità della bigotta critica dell’epoca e poi per una protezione politica sempre rifiutata dal “libero” Montagnani, il “nostro” non è mai stato elevato (a torto) al rango di un Gassman o di un Tognazzi, solo per citarne alcuni; le sue innumerevoli rappresentazioni teatrali di altissimo livello, il suo cinema fatto di alti strepitosi e bassi trascurabili e la sua televisione condotta con tanto brio e simpatìa, lo ergono senza dubbio tra i più grandi in assoluto della storia dello spettacolo italiano. Questo è indubbio. Chi mai avrebbe potuto interpretare quello che vi sto per raccontare? Forse solo Walter Chiari, altro bistrattato super talento del nostro spettacolo. Nel 1971, in primavera, Renzo viene chiamato dalla Rai, per fare il protagonista assoluto di un’opera denominata I tromboni, scritta da Federico Zarbi. Un lavoro difficilissimo, nel quale il protagonista, si divide sulla scena in ben sette personaggi differenti, dal consigliere delegato allo sportivo, dall’onorevole allo psichiatra, cambiando abito, scena e trucco nel giro di pochissimi minuti. Solo un attore dal talento fuori dal comune, poteva essere in grado di reggere e realizzare un’opera di questo tipo. D’altronde Renzo sapeva destreggiarsi benissimo sia con un testo di Miller o Svevo, sia con uno di più basse pretese sociologiche.

Lo stesso attore, nei primi anni ’70 aveva già fiutato l’aria di disimpegno che avrebbe di lì a poco, travolto sia il teatro che il cinema. Il pubblico stava iniziando infatti a prediligere gli argomenti di evasione rispetto a quelli impegnati. La richiesta di mercato stava evolvendo o involvendo, fate voi, verso una certa direzione e allora perché il nostro Renzo non avrebbe dovuto cavalcarla? Deve essere chiara una cosa, malattia o non malattia del piccolo Davide, per un attore recitare vuol dire lavoro, e allora perché Renzo non avrebbe dovuto intraprendere la strada “leggera” che ha poi scelto di adottare? La verità è che l’humus culturale di quegli anni aveva imposto quella strada, e a Renzo, come ad altri, fu naturale e anche giusto cavalcare quell’onda. In fondo ci sarebbe stato sempre quel teatro tanto amato, come valvola di sfogo verso scelte più libere, perché meno legate alla produttività e al danaro.

Prima abbiamo nominato svariate volte Italo Svevo. La sua Coscienza di Zeno, capolavoro della commedia psicologica e introspettiva, ha avuto almeno tre versioni “italiche” di altissimo livello. Quella del 1964, poi realizzata anche per la televisione nel 1966, con Alberto Lionello nei panni di Zeno Cosini; quella del 1988 con Johnny Dorelli; e quella del 1978/79 con il “nostro” Renzo nei panni del meraviglioso personaggio sveviano. Quella interpretazione fu una delle più belle in assoluto del nostro teatro e affonda le sue radici durante le riprese di uno dei gioielli cinematografici dell’attore toscano, ovvero La Giacca Verde, di Franco Giraldi. Un giorno, mentre si gira nell’impervia Pesche, borgo meraviglioso del Molise più rurale, giunge sul set Tullio Kezich, critico cinematografico e commediografo che non ha certo bisogno di presentazioni. Kezich vuole a tutti i costi Renzo, per riportare in scena La coscienza di Zeno, in occasione del 50enario della morte dello scrittore triestino e ingaggia anche Franco Giraldi per firmare la regia. Fino ad allora Zeno Cosini, quel personaggio così complesso, così introspettivo, era stato sempre e solo Alberto Lionello: rappresentava infatti un po’ la seconda pelle dell’attore milanese. Ora però arriva Renzo, che nel ruolo più prestigioso della sua carriera artistica ottiene un autentico trionfo. Sold out ad ogni rappresentazione in giro per l’Italia, critica incantata su tutti i maggiori quotidiani dell’epoca e finalmente il riscatto d’autore che tanto Renzo aveva inseguito e agognato. Qui raccontiamo un aneddoto commovente che risale al maggio del 1979, quando a Prato, città peraltro cara a Renzo, si conclude quella splendida tuornéè. Il “nostro” contemporaneamente stava girando uno di quei film della commedia sexy, precisamente L’insegnante balla con tutta la classe, per l’occasione realizzata tutta, interni ed esterni, a Prato. Ovviamente per poter avere nel film le gesta, rassicurante e redditizie dell’attore toscano. Il regista di quel film, Giuliano Carnimeo, un giorno raccontò che decise, insieme al resto della troupe di andare a vedere Renzo in teatro, tanto il film si girava tutto al mattino e raccontò di essere rimasto incantato dalla sua capacità di passare dal genere comico e grottesco a quello drammatico, nel giro soltanto di poche ore, per poi ritornare al mattino quel professore allupato che sbavava tra le cosce della Nadia Cassini di turno.

“Io credo che l’Italia non abbia mai avuto un talento poliedrico di questo livello, come Renzo. O meglio, c’erano fior fior di artisti che sapevano recitare in maniera sublime, non dico neanche peggio di Renzo, magari anche meglio; però questa capacità trasformistica di azzeccare contemporaneamente personaggi così diversi, per sfumature, tipologie e stile, io l’ho vista fare solo a Renzo e a Walter Chiari”.

Anche lo stesso Kezich, nel corso di un’intervista del 1997, in seguito alla morte di Renzo, ricordò un momento che rimase tra i più commoventi della sua vita.

“Era metà maggio del 1979. L’ultima dello spettacolo. Quella magica tournéè si concludeva al Metastasio di Prato e io decisi di andare a vedere l’ultima replica, per salutare e ringraziare Renzo. Sul monologo finale c’è stata una cosa incredibile, da far venire i brividi: un applauso che io non ho mai sentito in teatro, un ovazione di dimensioni inimmaginabili e voi sapete che di teatro ne ho fatto tanto. Montagnani, che era riuscito a rendere il personaggio così umanizzato, ebbe un’ovazione, un’acclamazione storica”.

Arrivati a questo punto, possiamo anche chiudere qui questo capitolo. Ci sarebbe da parlare di tanto altro, di Oplà, noi viviamo, di Bettina, la buona moglie, o ancora de La dodicesima notte, capolavoro firmato William Shakespeare, che Renzo porta in scena tra il 1995 e il 1996, quando la malattia comincia ad avanzare crudele e impetuosa. La tournéè si conclude nella bella Locarno, in Svizzera, luogo di arte e di cinema a 360°, nel marzo del 1996 e sarà l’ultima volta che calcherà il palcoscenico. Quel bambino che si appassionava ai libri di fiabe di nonno Alfredo, aveva raggiunto vette inimmaginabili, più di quelle che la critica e la storiografia vuole farci passare o vuole inculcarci, come stereotipo di una cultura classista ormai superata. Possiamo concludere qui, dicevo sopra, non perché ho terminato il materiale da portare alla vostra conoscenza, cari lettori, ma perché il compito era farvi vivere, in poche pagine, la grandezza del teatro di Renzo, attraverso i suoi momenti più belli e più ricchi di soddisfazione. Se vi avrò fatto capire la grandezza dell’artista Renzo, in queste pagine dedicate al teatro, dove si vive l’essenza più profonda dell’attore toscano, avrò assolto alla perfezione questo compito. Devo dire che, delle parti che ho scritto, queste sono state quelle in cui maggiormente mi sono commosso, perché mi rendo conto che il Renzo più profondo, più vero, più intimo, più magico è da ricercare nell’amore della sua vita, ovvero il “teatro”.

Domenico Palattella

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