Un secolo di…Raimondo Vianello (parte II): i legami con Ugo Tognazzi e Walter Chiari

Nella seconda parte di questo saggio, dedicato ai 100 anni di Raimondo Vianello, analizziamo altri due legami particolarmente significativi nella carriera dell’attore, non soltanto dal punto di vista professionale, ma anche privato. Parliamo dei rapporti con due colleghi, particolarmente illustri come Ugo Tognazzi e Walter Chiari, con i quali Vianello ha avuto modo di lavorare assiduamente per il cinema, ma anche di intessere legami amicali davvero fraterni.

Pensate ad esempio che Ugo Tognazzi è stato testimone di nozze, del matrimonio tra Raimondo e Sandra, nell’estate del 1962; oppure al rapporto amicale molto stretto che univa Walter Chiari alla Mondaini, quest’ultima infatti era sovente impegnata in teatro con lo stesso Walter. Del loro sodalizio artistico, in particolare si ricorda Un mandarino per Teo, strepitoso successo teatrale, firmato Garinei & Giovannini, del 1960, che ha avuto anche la sua trasposizione cinematografica.

Adesso procediamo con ordine, parlando della coppia storica composta da Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello. Dobbiamo però aprire una parentesi su un film del 1961, che ha per protagonista, accanto a loro, anche Walter Chiari. Il film in questione è la parodia western de I Magnifici sette, kolossal di John Sturges, dal titolo I magnifici tre. Un film che incassa quasi 800 milioni di lire al botteghino e si issa come il terzo film più visto della stagione. Insomma, un successone. Il film venne girato nel deserto spagnolo di Almerìa, proprio dove qualche anno dopo Sergio Leone girerà con Clint Eastwood i suoi cult movies. Questa parodia talmente sconnessa e trash da risultare efficacemente divertente, mette in evidenza l’affiatamento tra tre attori, i quali erano molto amici anche fuori dal set. Praticamente coetanei, Tognazzi e Vianello classe 1922, Chiari classe 1924, si erano affermati nel mondo dello spettacolo e in particolare del cinema, in maniera variegata e diversa, si erano conosciuti ed avevano poi condiviso alcune esperienze interessanti. Tognazzi e Chiari ad esempio, si conoscevano certamente già dal 1950, quando I cadetti di Guascogna segna proprio il debutto di Ugo Tognazzi nel cinematografo, Chiari invece aveva all’attivo già qualche film. Quella de I magnifici tre, rimase l’unica esperienza in “trio”, ma del quale tutti e tre gli attori serberanno sempre un gradito ricordo, sia per l’atmosfera spensierata e goliardica sul set; sia per la trasferta spagnola, in quei posti brulli e aridi dell’Andalusia meridionale, i quali sembravano davvero quelli del “vecchio e sporco” west a stelle e strisce. Più che un trio, i tre attori hanno intrecciato esperienze di “coppia” l’uno con l’altro, con ovviamente la pellicola di Giorgio Simonelli, a rappresentare il punto in comune. Tognazzi e Vianello interpretarono insieme ben 22 pellicole, dal 1954 al 1962; lo stesso Tognazzi con Chiari interpretò 6 film dal 1950 al 1961; Chiari e Vianello presero invece parte insieme a ben 9 film, con il gioiellino ad episodi di Amore all’italiana, davvero rilevante.

VIANELLO E TOGNAZZI

L’anno dell’incontro tra Tognazzi e Vianello è il 1951. Quell’anno Ugo Tognazzi si prepara a mettere su una nuova compagnia, ed è incuriosito da una coppia di giovani autori, Giulio Scarnicci e Renzo Tarabusi. Lo stile dei due “folli” autori teatrali è moderno, goliardico, surreale. Tognazzi li contatta e chiede loro un copione. Per la parte comica vorrebbe essere affiancato da un attore alto, biondo e segaglino che ha visto recitare in altre occasioni; ha l’aria compassata di un lord inglese, sempre misurato ma caustico. Si chiama Raimondo Vianello.

“Tra noi c’era una complicità continua- racconta Vianello in un’intervista televisiva- che ci faceva rischiare, anche perché noi scoppiavamo a ridere mentre l’interlocutore ci parlava. Ci bastava la sciocchezza di un inciampo, di una cravatta messa storta. Ugo cercava sempre di fare quello serio, ma gli usciva la lacrima dal ridere. La nostra fu davvero una bella coppia, e una solida amicizia.”

L’operazione è ambiziosa, perché l’intento di Tognazzi e degli autori è quello di costituire una grande compagnia di rivista come la leggendaria Osiris-Dapporto. Quando debutta, “Dove vai se il cavallo non ce l’hai?” ha esiti incerti. La critica è unanime nel definirlo uno degli spettacoli più deboli della stagione 1951/52, mentre, nello stesso tempo, si issa come uno dei maggiori successi dell’annata. Al pubblico piacciono le folli e moderne idee di Scarnicci e Tarabusi, ma piacciono anche quelle due maschere di attori, così diverse, ma che insieme si fondono alla perfezione. Dunque, la squadra Scarnicci-Tarabusi-Tognazzi-Vianello funziona. Fra i quattro c’è grande sintonia, perciò l’esperienza prosegue. Tognazzi e Vianello continuano a proporre le proprie caricature sulla società, disegnando macchiette memorabili, e continuano a piacere al pubblico. E arrivati a questo punto, val la pena ricordare come i due autori siano stati gli sceneggiatori della celebre coppia, sia per i 22 film interpretati insieme, sia per il programma televisivo Un, due, tre, che ha fatto epoca. Infatti, proprio nel 1954 avviene qualcosa di epocale. Un evento che segna la storia italiana della seconda metà del XX secolo. Nasce la televisione.

Il 19 gennaio 1954, appena sedici giorni dopo l’inizio ufficiale delle trasmissioni, debutta il varietà televisivo Un, due, tre. Gli autori sono ovviamente loro, Scarnicci e Tarabusi, mentre la conduzione è affidata a Mario Carotenuto, che qualche puntata dopo lascerà il testimone a Riccardo Billi e Mario Riva. Il programma ha un impatto comico fortissimo, è un mix perfetto di sketch satirici e numeri di attrazione. Ma Tognazzi e Vianello dove sono? Ce lo dice Vianello, nel corso di un’intervista televisiva di qualche tempo fa:

“Nel ’54, io e Tognazzi venimmo chiamati a presentare Un, due, tre, ma all’inizio facevamo solo cinque o sei scenette a puntata, nulla di più. Poi diventammo noi l’attrazione principale del programma. Ebbe un gran successo anche per il nuovo tipo di comicità che rappresentavamo: io odio il patetico, il convenzionale, e per reazione divento cinico. Tra l’altro Scarnicci e Tarabusi erano toscani, e si sa come sono cattivi i toscani; ci siamo trovati d’accordo su tutto con questo modo di sfottere e scherzare. Io sono una persona che ama l’umorismo nero, le cattiverie: ero io che proponevo questa comicità e la sviluppavo, non mi ha creato nessuno. I dirigenti televisivi a volte inorridivano, ma questa comicità è una cosa che sento, che è mia.”

Quando il 28 luglio 1954, Tognazzi e Vianello subentrarono a Billi e Riva per tutte le edizioni successive, la trasmissione ha uno scarto improvviso. I due attori, complice l’affiatamento messo a punto in teatro, sono spudorati nella loro impertinenza, non hanno riguardi per nessuno, agiscono quasi come dei provocatori. Hanno la battuta salace, e creano situazioni dove l’atteggiamento più aggressivo e sanguigno di Tognazzi si contrappone all’aplomb anglosassone ma sferzante di Vianello.

“Non ho mai avuto una spalla– racconta Tognazzi in un’intervista- perché il genere di comicità che praticavo era dispersivo e non era fissato in sketch con battute e controbattute. Per lo stesso Vianello non si può parlare di spalla. Si esprimeva con una sua comicità un pò rarefatta, all’inglese, e non era un porgitore di battute, faceva il suo personaggio e le sue caratteristiche evidenziavano la mia comicità più grassa, più spontanea. Da questo rapporto scaturiva un binomio efficace e divertivamo in egual misura, mentre normalmente il compito della spalla è quello di far sì che l’altro faccia ridere il più possibile.”

E si continuò così fino al 1959, per cinque stagioni e 77 puntate di un’ora e un quarto l’una. Si andava in onda inizialmente il giovedì e poi la domenica alle 21.20, rigorosamente in diretta. Il successo della trasmissione fu qualcosa di epocale, tanto che tutti i locali, i bar in primis, non perdono tempo nel dotarsi di apparecchi televisivi che arrivano a costare anche 250.000 lire. I proprietari dei bar, infatti, sono i primi a intuire lo straordinario ritorno economico che possono ottenere dalla televisione, anche perché la maggior parte dei cittadini, non possiede un apparecchio in casa e guardano le trasmissioni al bar, come guardano i film al cinema. La scatola magica, incantatrice, attira il pubblico, che intanto avverte i primi effluvi di “boom economico”. E Vianello e Tognazzi diventano i personaggi più popolari della televisione italiana.

“La trasmissione ebbe un grande successo, al punto che i protagonisti eravamo noi e non più i numeri d’attrazione internazionale, che pure erano di alta qualità: ad esempio, venne il grandissimo clown Grock, che era noto in tutto il mondo, ma evidentemente fra il personale della televisione italiana no, perché nessuno se lo filava. Io gli dicevo: «Ma guardate che questo è un dio, nel suo mestiere», ma non se lo filava nessuno. Abbiamo cominciato al teatro del Parco, e poi ci siamo spostati alla fiera, un teatro da settecento persone (pubblico vero, non di comparse semiprofessioniste come adesso). Ricordo che feci un’entrata dal fondo addirittura dentro la vasca da bagno (piena d’acqua fresca, eh?, perché faceva un caldo torrido) e che Ugo s’ingelosiva perché l’idea della vasca, avendola avuta prima io, lui non la poteva più utilizzare.” (Raimondo Vianello)

Anche la critica attuale è unanime nel ritenere Un, due, tre, la prima grande trasmissione di varietà della storia della televisione italiana. “Come scoprire l’America senza volerlo”, così titolò, nel 1980, un suo intervento Giovanni Buttafava, critico cinematografico e televisivo, dei più attendibili. Proponiamo qui un raro estratto dalla celeberrima trasmissione della coppia, in cui Tognazzi e Vianello sono impegnati in due esilaranti sketch. Il primo si intitola Sopprimeteli, ed è la storia di due ubriachi; il secondo si chiama Quì Monte Bianco ed è la storia di un gregario del Giro d’Italia, ovvero Tognazzi, che giunge sul traguardo montano, una settimana dopo il resto del gruppo, e quì è accolto da Vianello.

Se c’è una trasmissione italiana che corrisponde a una trasmissione di varietà televisiva americana, sostanzialmente, quasi naturalmente, questa è Un, due, tre (sul versante americano c’è Your Show of Shows). Sicuramente gli ideatori e i realizzatori della rivista italiana non sospettavano, e non sospetterebbero neppure oggi, una simile parentela, ma nondimeno l’impianto e il genere di comicità espressi dal programma condotto da Tognazzi e Vianello, specie nelle ultime stagioni (lo si può verificare sulle uniche tre puntate registrate e conservate nell’archivio RAI), erano gli stessi, o quasi. E il successo, i risultati erano simili: Un, due, tre è certamente la migliore rivista televisiva italiana degli anni Cinquanta, vivacissima, piena di impertinenze persino (passavano certe battute satiriche anche politiche che suscitavano scandalo o autocensure altrove), con il talento dei due comici squadernato senza ritegno, al vivo, trascinante anche nelle volgarità. Una volta c’era un filo conduttore, fragile ma divertente, la settimana dopo, il filo conduttore veniva abbandonato, e Tognazzi per farsi perdonare raccontava qualche barzelletta in più. Le attrazioni a volta erano nomi notevoli, a volte oscure scartine, subito dimenticate nel ritmo frammentato e affannosamente sghignazzante dello spettacolo: quel che contava, e che è rimasto nel ricordo, è la coppia Tognazzi-Vianello, che, si lasciavano andare con una genuinità totale, derivata dalla precedente e contemporanea attività sulle tavole del palcoscenico minore, all’epicità senza freni del contatto diretto con il pubblico, a travestimenti oltraggiosi, a parodie di film e spettacoli televisivi di successo come non si è mai più fatto, a caldo, fuori da ogni cautela alla Noschese. La qualità del divertimento offerto da Un, due, tre derivava dal modello della rivista teatrale, così come Your Show of Shows: anzi, mentre lo spettacolo della NBC si rifaceva a un genere in estinzione, del quale prolungava l’ultima variante con predominio del comico, Un, due, tre più direttamente prendeva vigore da un genere che viveva la sua stagione d’oro e che fin da principio si era basato sull’importanza attribuita al comico rispetto al quadro “lussuoso” in cui si inseriva (soubrette, balletto eccetera). Era certamente l’ultima stagione d’oro della rivista teatrale italiana (la televisione contribuì a sferrare il colpo di grazia), e il progressivo inaridimento di quella “scuola” a poco a poco influirà anche sullo spettacolo leggero TV. Ma per intanto i comici più “epici” della rivista, come Tognazzi e Vianello, trovavano uno sbocco perfetto nella diretta dei primi anni, come, in altre trasmissioni di varietà, Walter Chiari, che riproponeva pari pari la debordante vitalità dei suoi sottofinali (mezz’ora di chiacchiere, proiettato in platea).

E il cinema? Nonostante due/tre apparizioni a metà degli anni ’50, sembra non accorgersi di loro. O forse sono loro a non essere interessati. O ancora, probabilmente, con i corposi impegni in teatro e in tv, semplicemente non c’era tempo per il cinema. D’altronde questa breve testimonianza di Raimondo Vianello, sembra esplicativa in tal senso:

“Si lavorava solo d’estate, d’inverno avevamo la compagnia. Non c’era tempo, almeno fino al 1958/59 per il cinema.”

Ma poi arrivò anche il successo nel cinematografo in seguito alla chiusura di Un, due, tre nel 1959. Il cinema fu dunque la naturale prosecuzione della carriera della premiata ditta Tognazzi-Vianello.

Nel solo quinquennio che va dal 1958 al 1962 Tognazzi e Vianello arrivarono ad interpretare in coppia, ben 20 pellicole cinematografiche, alle quali ci sono da aggiungere i primi due esperimenti della metà degli anni ’50, ovvero Ridere, ridere, ridere e La moglie è uguale per tutti. Numeri da record, coincidenti quasi totalmente, con la fine del rapporto televisivo con la Rai. Il cinema, dopo il famoso fattaccio della parodia su Gronchi, fu subito pronta ad accogliere la celebre coppia televisiva, che ebbe immediatamente un enorme successo. Le pellicole interpretate in coppia da Tognazzi e Vianello, avevano un filo conduttore, di sicura riuscita, ovvero erano scritti dai loro fidi autori Scarnicci e Tarabusi. Pellicole divertenti, scanzonate, spesso irriverenti, ma sempre divertenti. La cifra del successo della coppia non era cambiata, nonostante il trasferimento, quasi forzato, dal piccolo al grande schermo. Noi siamo due evasi(1959), di Giorgio Simonelli, è il primo film incentrato totalmente sulla coppia Vianello-Tognazzi, il tutto fino al 1963, anno in cui Tognazzi compie il grande salto nella commedia all’italiana d’autore. Quello di Noi siamo due evasi, bisogna riconoscerlo, non è un cattivo debutto come coppia comica autonoma, anche se il loro miglior film insieme rimane Le olimpiadi dei mariti, girato l’anno successivo, contemporaneamente alle Olimpiadi di Roma ’60. Come coppia cinematografica Vianello e Tognazzi erano molto ben assortiti. Vianello aveva un tipo di umorismo più inglese, calmo e cerebrale, non privo di una certa eleganza; Tognazzi era più vicino ai vecchi comici dell’avanspettacolo. Ma aveva di suo un’aria intelligente, che talvolta giustificava attribuendo al suo personaggio, nella svaporatezza convenzionale del comico, almeno una dote eccezionale ( in Noi siamo due evasi ha il talento dei numeri ). Dava insomma ai suoi personaggi farseschi delle letture un pò distaccate, ironiche; in questo il suo stile era moderno e non ricorreva mai al dialetto. Tognazzi e Vianello in coppia, eccellevano nelle imitazioni, cercando non tanto la mimesi quanto la caricatura. Tale specialità era stata ereditata dal loro impegno televisivo e questa peculiarità, una volta fatto il grande balzo nel cinema, venne sfruttate immediatamente sul grande schermo. In Noi siamo due evasi, quando vengono scambiati per due pericolosissimi evasi, si travestono da ufficiali Usa, da maratoneti, da frati. Insomma in tutti i loro film in coppia ci sono occasioni per travestimenti folli, che sono state una delle prerogative fondamentali del loro successo. Noi siamo due evasi è dunque uno dei film più belli di quegli anni, divertente e spensierato, oggi davvero consigliabile. Ebbe uno straordinario successo di pubblico: quinto incasso della stagione 1959-60. L’anno prima c’era stato Mia nonna poliziotto, al fianco della grande Tina Pica; e soprattutto Marinai, donne e guai, goliardica e divertente commedia all’italiana costruita sul mito del marinaio sciupa femmine che finisce irrimediabilmente col cacciarsi nei guai, con un cast di assoluto valore: Maurizio Arena, Lauretta Masiero, Ugo Tognazzi nei panni di un ironico sottotenente della Marina italiana, e Raimondo Vianello in quello del comandante. Poi, nel 1960 venne quello che è il miglior film interpretato in coppia da Tognazzi e Vianello, ovvero Le olimpiadi dei mariti, girato proprio in contemporanea con le Olimpiadi di Roma ’60. Il film risulta essere un piccolo capolavoro comico ravvivato da un cast molto ben assortito. Tognazzi e Vianello sono due mariti infedeli che spediscono le mogli in villeggiatura (Sandra Mondaini e Delia Scala) per potersela spassare con due turiste giunte a Roma appunto per le Olimpiadi. A coprire le loro scappatelle ci pensa il direttore del loro giornale, un grande Gino Cervi, che copre per solidarietà maschile le avventure dei suoi due dipendenti. Lo spunto delle Olimpiadi è un pretesto per sviluppare la storia da pochade francese, però la commedia fila via senza momenti morti, grazie alla comicità più popolaresca e sanguigna di Ugo e quella più raffinata e “inglese” di Raimondo, che si compenetravano a vicenda con ottimi risultati comici. Un bel film di coppia, una bella commedia anni ’60, garbata, colorita, divertente, pulita, da vedere, che ebbe anche una genesi piuttosto curiosa. Per bocca dello stesso Vianello, quel film poteva essere definito come “Le olimpiadi dell’improvvisazione”.

“Era il 1960. Eravamo partiti con l’idea di fare una parodia della Dolce vita; e non era affatto una parodia facile o corriva, anzi, il copione di Scarnicci e Tarabusi era assai ben scritto; iniziava, come il film di Fellini, con il trasporto in elicottero di una grande statua… però quando Fellini seppe della parodia non gradì, e lo fece sapere al nostro produttore, che era in stretti rapporti di lavoro con i produttori di Fellini, e non ebbe altra scelta che abbandonare il progetto. Però la troupe era già scritturata, e mancavano pochi giorni all’inizio delle riprese. Che fare? Per fortuna, c’erano le Olimpiadi a Roma, e su questa felice coincidenza improvvisammo il film giorno per giorno. Ugo e io eravamo due giornalisti che vogliono darsi al bel tempo, e come scusa di copertura per le mogli s’inventano che a Roma c’è una cellula nazista sulla quale devono investigare. Naturalmente si scopre che la cellula c’è davvero. Francis Bianche, che aveva avuto un grande successo nel ruolo del comandante hitleriano in un film con la Bardot, rifece anche lì il nazista pazzo; poi, sempre in cerca di spunti per questo copione improvvisato, ci chiedemmo: «E adesso come si finisce?». Allora io dissi: «Facciamo che passa Hitler». Conoscevo un esule russo, persona assai civile, che per sbarcare il lunario rivendeva a un drugstore molto chic di via Veneto certi dolci russi che sapeva fare solo lui. L’esule era praticamente identico a Hitler: lo scritturammo e lo facemmo apparire. Girato con nulla, diventò uno dei maggiori incassi dell’anno, sopra quasi tutti i film d’autore dell’annata.”

Quello stesso anno esce anche Tu che ne dici?, altro grosso successo targato Tognazzi-Vianello. Frizzante e piacevole, è la storia di due imbroglioni specializzati in travestimenti, che sfrutta l’abilità dei due comici nei travestimenti e nelle imitazioni ( riuscite quelle di Vianello- De Gaulle e Tognazzi-Fidel Castro). Aperto e chiuso da un curioso mise en abìme con i due protagonisti che guardano al cinema il loro film, Tu che ne dici? bissa il successo dei precedenti film. La serie prosegue poi, con Psycosissimo, splendida parodia di Psycho, in cui l’atmosfera da thriller-comico permane per tutto il film, con un humor nero che dà modo a Vianello di dare sfogo alla sua comicità noir, mentre a Tognazzi dà modo di spadroneggiare in un personaggio a lui incline, ovvero quello dello sciupafemmine. Siccome la coppia funziona, si sceglie di affiancarli a due vecchi “pezzi da 90”, ovvero Peppino De Filippo e Totò, curiosamente in due farse ambientate in epoca fascista. A noi piace freddo con Peppino De Filippo, e Sua eccellenza si fermò a mangiare con Totò. La prima fa il verso al celebre film di Billy Wilder (la frase in codice con cui Radio Londra dà l’ordine dell’attentato ) e si poggia tutto sulla vervè della celebre coppia, con un’esilarante scena in cui Tognazzi travestito da donna per sfuggire alle Ss, sposa il barone Vianello. Curiosità: a riprova della popolarità raggiunta dalla coppia, per la prima volta dopo quattordici film, Tognazzi e Vianello interpretano personaggi che hanno i loro stessi nomi. E poi c’è Sua eccellenza si fermò a mangiare, che si inserisce invece, nel filone che rievoca il ventennio con toni burleschi.  In questo film la presenza dominante di Totò ha distolto l’attenzione della critica dall’interpretazione di Tognazzi e di Vianello, pur presenti in ruoli di rilievo. E anni dopo sarà proprio lo stesso Tognazzi a rendere noto nel corso di un’intervista televisiva quel rancore nei confronti di un cinema che vedeva gli attori come oggetti, prendendo come esempio il film interpretato con Totò. Ma il successo prosegue, e a questo punto è utile definire come la coppia Tognazzi-Vianello, fosse cinematograficamente una coppia piuttosto aperta, sullo stile di quella futura di Bud Spencer e Terence Hill, meno ossessivamente chiusa in sè rispetto a Franchi & Ingrassia, tanto per fare un esempio. Entrambi interpretavano anche svariati film l’anno singolarmente, prima che Tognazzi con Il federale  e La voglia matta, entri nell’Olimpo della commedia all’italiana d’autore. Ma continuiamo a citare qualche altro film. Nel 1961 escono Pugni, pupe e marinai e il già citato I magnifici tre. Il primo film è praticamente il seguito di Marinai, donne e guai, stesso cast, stessa trama, stessi ruoli: Tognazzi è il sottotenente Campana e Vianello il comandante. Proprio Vianello, ci racconta un aneddoto esilarante del film:

“Pugni, pupe e marinai lo girammo a La Spezia in piena estate. Giravamo sulla coperta di una nave della Marina militare. La coperta è di metallo, e perché non s’arroventi viene riparata dal sole con grandi tende bianche, ma noi per esigenze tecniche non potevamo coprirla, e la coperta si trasformava in una padella infuocata; così che vestivamo solo la parte superiore della divisa bianca da ufficiali della Marina militare, e sotto restavamo in costume da bagno e zoccoli. Dalle altre navi che passavano in rada ci guardavano con gli occhi fuori della testa: tra l’altro non è che ci fosse sempre la macchina da presa, in coperta…”

Del film rimane strepitoso lo sketch “Tito, te tu hai ritinto il tetto”, in cui Tognazzi e Vianello interpretano se stessi, intenti a preparare il loro nuovo numero per la tv.

Poi, mentre Tognazzi iniziava a prendere parte a qualche commedia all’italiana impegnata, i due avrebbero continuato a lavorare insieme per altri due film. Entrambi del 1962, in cui i film in coppia sono soltanto due, anche perché Tognazzi quell’anno girò ad esempio La marcia su Roma, con Gassman e Risi in regia, e dunque aveva già compiuto quel famoso salto di qualità, che l’aveva portato a diventare il quarto mostro della commedia all’italiana. Con Vianello gira Una domenica d’estate, farsa balneare di ottimo livello, niente affatto deprecabile, girata a colori e nata da un soggetto addirittura di Alberto Moravia. Iconografica l’immagine dei due in costume rosso scintillante sulla spiaggia di Fregene, in uno di quei film “balneari” che andavano di moda in quegli anni. Viene poi il film in costume I tromboni di Fra Diavolo, che si issa quasi a sorpresa come uno dei migliori affreschi dell’occupazione napoleonica del Regno di Napoli. Siamo all’alba del 1800, e la storia di due soldati della Repubblica Cisalpina, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello si intreccia con quella di Fra Diavolo, il celebre militare e brigante italiano, che ordiva agguati agli invasori francesi e che era sempre dalla parte dei più poveri. La produzione del film è insolitamente ricca e ambiziosa, e i due comici utilizzati come corpo estraneo vagamente surreale, riducono le gag a base di smorfie e gesticolazioni a favore di situazioni più complesse e studiate, in una cornice ineccepibile dal punto di vista storico. Per l’ormai consolidata coppia Tognazzi-Vianello era questo il ventesimo e ultimo film insieme e la scelta risultò quantomai appropriata anche per recitare un film in costume in un chiaro remake del celebre film con Stanlio & Ollio del 1932. Del resto i loro ruoli vennero cuciti addosso ai due personaggi: il primo, alto e slanciato, è chiaramente assimilabile al nobile (anche se decaduto) ufficiale d’esercito vecchio stampo, che non manca di portamento ed intelligenza, mentre Tognazzi ovviamente è nella parte del contadino semplice ma furbo.

Ad un certo punto Tognazzi decide di compiere il salto di qualità verso personaggi a tutto tondo, capaci di diventare sociologicamente rappresentativi della società dell’epoca. Il federale(1961) di Luciano Salce, è lo spartiacque della carriera di Ugo Tognazzi. Ci descrive tutto Raimondo Vianello, il quale testimonia anche la correttezza dell’amico/collega:

“Nel 1961 Ugo fece “Il federale”, il film che gli ha fatto fare il salto di qualità nella carriera, perché prima aveva fatto solo i film con me, che erano filmetti senza pretese. Non vorrei sbagliarmi, ma mi sembra che il film fosse stato scritto per la coppia, e si intitolasse “Io e il federale”. L’avevano scritto Castellano e Pipolo. Ugo però capì che facendolo con un altro avrebbe potuto uscire dallo schema della nostra comicità; e me lo disse, non mi fece la cosa di nascosto. Mi disse: «Se la faccio con te, rifacciamo uno dei soliti film, se la faccio con un altro» (e alla fine quell’altro fu l’attore francese di teatro e di cinema Georges Wilson) «ho la possibilità di fare qualcosa di nuovo». Ma non solo fu sincero, mentre un altro l’avrebbe fatto di nascosto: «… Scusa, sai, ma mi hanno chiamato, faccio un altro film…», ma mi chiamava a vedere il girato sul quale era pieno di dubbi, perché Ugo era così, passava dall’esaltazione senza fine al pessimismo più enorme; e io gli dicevo: «Ma guarda che è molto carino; adesso lo vedi così, con la colonna sonora provvisoria, senza il montaggio…» insomma lo incoraggiavo, e a ragione, perché il film fu poi quel successo meritato che fu. Anche dopo siamo comunque rimasti molto amici, e anche i suoi figli hanno sempre saputo che lui aveva un affetto particolare per me. Certo, ci si vedeva molto meno. D’altronde lui faceva cinema da una parte e io facevo televisione dall’altra: come si faceva a stare insieme? “.

Due film l’anno successivo, poi la coppia si sciolse. Ugo era stato promosso definitivamente in serie A, e curiosamente non farà più nessun film con chi l’aveva diretto nei 40 film precedenti. Si sciolse la coppia cinematografica, ma l’amicizia è rimase. Per sempre. I due si sentivano o si vedevano di tanto in tanto, ricordando magari i vecchi tempi, o facendosi una partita a tennis, o una scorpacciata culinaria, nella villa di Ugo a Torvajanica, dove era solito invitare gli amici di sempre. Vogliamo quì raccontare un aneddoto? A un certo punto Tognazzi aveva deciso di istituire ogni venerdì sera “la cena dei dodici apostoli”. Partecipavano dodici amici, fra cui Villaggio, Monicelli, Vianello e gli sceneggiatori Benvenuti e De Bernardi. Funzionava così: lui preparava una cena in pompa magna; a fine serata si sarebbe proceduto con una votazione segreta per ogni piatto. C’erano solo sei possibilità di giudizio: straordinario, ottimo, buono, sufficiente, cagata, grandissima cagata. Racconta Piero De Bernardi, il quale impersonava l’apostolo Tommaso “che ci metteva il naso”, che una sera si era svolta una cena con un menu dagli esiti catastrofici. Tognazzi, vestito da cuoco con tanto di cappello, spiava le facce dei commensali dalla porta della cucina. A fine pasto, era passato a raccogliere con un vassoio d’argento le schede di voto, rigorosamente anonime. Era stato Leo Benvenuti a leggere ad alta voce i risultati, dice Villaggio. Primo piatto: tre insufficienze, cinque cagate e quattro grandissime cagate. Secondo piatto: dodici cagate. Terzo piatto: due cagate e dieci grandissime cagate. Tognazzi, in rigoroso silenzio, aveva raccolto le schede e le aveva infilate in una busta da lettere. –Che devi farci?-gli aveva chiesto curioso Villaggio. –Domani le porto da un grafologo-era stata la risposta secca. Nel frattempo Monicelli, che dei dodici apostoli era Giuda, girava intorno alla tavola raccogliendo gli avanzi e riponendoli in un sacchetto di plastica.-Dove li porti?-gli aveva domandato sospettoso Tognazzi. E Mario Monicelli, perfido:-All’istituto italiano di criminologia!

Questo anche per testimoniare l’amicizia fraterna che legava Tognazzi a Vianello, sopravvissuta alla separazione cinematografica, che per altri è risultata spesso deleteria. E se Tognazzi viene promosso nella commedia all’italiana di serie A; Vianello continua ad essere uno dei massimi interpreti del film comico puro all’italiana. Per tutti gli anni ’60 e oltre, il suo è un nome fisso, spesso insostituibile della comicità italiana, sia al cinema che in televisione, e spesso in coppia con la moglie Sandra Mondaini, con la quale firmerà un’altra delle magiche coppie dello spettacolo italiano. Ma questa è un’altra storia…

VIANELLO E CHIARI

Pur avendo già lavorato insieme in alcuni film cosiddetti “balneari”, del tipo di Caccia al marito o Bellezze sulla spiaggia, la coppia cinematografica Vianello-Chiari si sviluppò sulle ceneri di quella composta da Vianello e Tognazzi. Tognazzi aveva accettato la “promozione” in quel cinema “impegnato” dei maestri della commedia all’italiana, che lo eleverà tra i più grandi attori della storia del nostro cinema. E dunque, in un certo senso Vianello rimaneva orfano di una spalla comica. Non che Vianello non fosse un valido attore comico anche singolarmente, o che non fosse chiamato ad interpretare film al di fuori dell’accoppiata con Tognazzi. Però certo, il successo dell’accoppiata fu molto rilevante e molto remunerativa per i produttori, quindi si valutò l’opportunità di riproporre una nuova coppia comica, che fosse popolare quanto quella precedente. L’intuizione venne al produttore Emo Bistolfi, che l’anno precedente aveva riunito le figure di Vianello, Tognazzi e Chiari in quell’insolito western comico che fu I magnifici tre. Lì con Tognazzi e Vianello c’era anche Chiari; e in più il successo di quel film e di quel filone del western comico all’italiana, impose al produttore di riprovare a bissare quel corposo incasso. Tognazzi si era però già smarcato dal cinema comico popolare. Come fare? C’era Walter, che già aveva lavorato per Bistolfi in Un dollaro di fifa, altro western comico di successo del 1960, interpretato in coppia con Tognazzi. Walter pur interpretando anche deliziose commedie all’italiana (vedasi a tal proposito lo splendido IL GIOVEDI’), non disdegnava il cinema comico popolare, che interpretava quasi sempre d’estate, quando preferiva rilassarsi tra una vacanza e l’altra. Sia Walter che Raimondo si conoscevano da tempo. Una famosa foto li ritrae insieme, in compagnia di Sandra Mondaini, moglie di Vianello, con la quale anche Chiari era molto amico. Dal 1962 dunque, al 1966 Vianello e Chiari passano quasi tutte le estati insieme. Interpretano 5 film come coppia pura e altri tre, ad episodi, dove per la verità non appaiono mai insieme (Gli imbroglioni-1963; Le motorizzate-1964; Le tardone-1964). Dei 5 film di coppia, tre riguardano il genere del western comico, naturale prosecuzione dei successi di Un dollaro di fifa e de I magnifici tre. Il primo di questi film è Due contro tutti, il quale bisserà il successo delle due precedenti pellicole. Una storia western similare a quelle precedenti, dove i “buoni” interpretati dai nostri due eroi, ingenui e stupidotti, riescono in maniera rocambolesca a sconfiggere i “cattivi”. Messaggi positivi, che insieme alle risate e alla popolarità di due assi da 90 come Chiari e Vianello, beniamini del pubblico, portavano milioni di spettatori in sala. Il successo ebbe come naturale sboccò quello di inglobare nel progetto altri professionisti del cinema, oltre alle figure di Walter e di Raimondo, che in qualche modo rappresentavano il vero motivo del successo del genere. In questo film ad esempio, vengono ingaggiati professionisti come Carlo Di Palma alla fotografia ed un certo Ettore Scola in sceneggiatura, un salto di qualità che può essere visto come un premio alla collaudata coppia composta da Chiari e Vianello. Dai successivi due film poi, la regia verrà affidata ad un maestro del cinema come Steno, che dirige la coppia in Gli eroi del West(1963) e ne I gemelli del Texas(1964). In questi due film si spolvera tutto il repertorio del western sfruttando in chiave goliardica le inesauribili risorse dell’accoppiata. La macchina funziona ormai alla perfezione, pur dimostrando una certa ripetitività nella trama. In questi due film vediamo panorami western ancora più efficaci e completi delle precedenti opere. Pur incassando meno dei precedenti lavori, i due film toccano i 500 milioni di lire di incassi, che rappresentano comunque un considerevole riconoscimento per il produttore e per i due attori. Addirittura la critica specializzata sarà più tenera del solito: “gradevoli parodie”, “argute satire”.

Quest’accoppiata nata per caso, decise di continuare a collaborare insieme, anche al di fuori di un genere, quello western, che ad un certo punto vide l’esplosione delle versioni di Sergio Leone, e quindi la consapevolezza che il comico nel western per il momento doveva essere messo nel cassetto.

Nel 1963 era uscito in sala il capolavoro ad episodi di Dino Risi, il quale rappresenta uno dei capisaldi assoluti della commedia all’italiana, ovvero I mostri. Quell’accoppiata tra Tognazzi e Gassman nel film, rappresentò qualcosa di epocale. Perché non provarci allora con Chiari e Vianello? Non avevano niente da invidiare a Ugo e Vittorio ed avevano raccolto una certa popolarità in coppia. Così uscirono in sala, rispettivamente nel 1964 I maniaci, diretto da Lucio Fulci e nel 1966 Amore all’italiana, diretto da Steno. I maniaci, a dir la verità è piuttosto scostante e non molto graffiante, sia pur non mancando qualche episodio riuscito. Molto più azzeccato il successivo Amore all’italiana-I supediabolici a ragione ritenuto un graffiante film a episodi, tra i migliori prodotti in assoluto nella tradizione della commedia all’italiana degli anni ’60. Niente affatto inferiore a I mostri, uscito tre anni prima, magari meno celebrato e conosciuto, questo si, Amore all’italiana, ha al fianco di Chiari e Vianello, anche Paolo Panelli, che divide con loro lo schermo. Strutturato in 10 episodi, il film racconta gli usi, le consuetudini e i vizi dell’Italia del boom economico, esattamente come I mostri. A differenza del film di Risi, qui l’accento comico verte più sull’humor nero, tipico della comicità di Vianello, e per certi versi di Chiari. I due mattatori sono impiegati molto spesso insieme, in almeno 5 dei dieci episodi, con almeno uno davvero da tesaurizzare, dal titolo Play boy. Qui gustoso duetto Chiari-Vianello, in una sfida (apparentemente impari) tra seduttori: un Vianello imbruttito, calvo e strabico al cospetto di un Chiari atletico e dinamico. Ma a questo punto si scopre chi è il più super-diabolico di tutti. A letto con una bella turista ci finirà Vianello. Da vedere, divertimento assicurato!

Dopo questo film, che peraltro è uno dei loro migliori prodotti, la coppia si sciolse, anche perché Vianello stava iniziando a maturare l’idea di abbandonare il cinema, deluso dalla deriva culturale e morale in cui stavano cadendo le nostre produzioni. Quasi profetico, o certamente innovatore, Raimondo ci aveva visto giusto: quel tipo di cinema degli anni d’oro, del boom economico, della raffinatezza morale, stava ormai morendo. Si sono ritirati dalle scene i vari Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Macario…è morto Totò l’anno precedente…E allora Vianello preferisce defilarsi da quel tipo di cinema, che non gli piace più. In televisione, viceversa si posso fare tante cose belle, curiose, innovative, divertenti, raffinate…sempre ovviamente in coppia con l’amata Sandra Mondaini…e per 40 anni la carriera televisiva sarà costellata di successi ininterrotti. Per la verità Vianello non abbandona totalmente il cinema italiano, ma negli anni ’70 si dedica alla sceneggiatura di diversi film, molti dei quali avevano come regista Steno. Anche Chiari inizierà a dedicare più tempo alla televisione che al cinema, in seguito agli strepitosi successi di Studio Uno (1966) e di Canzonissima (1968). Rimase una sincera amicizia che sopravvisse ad esempio alle disavventure giudiziarie di Chiari, legate ad un sospetto consumo e spaccio di cocaina, dal quale venne assolto; e sopravvisse anche allo scorrere del tempo. Quando Walter morì, il 20 dicembre 1991, Raimondo fu uno dei pochi colleghi del mondo dello spettacolo presenti al suo funerale, insieme alla moglie Sandra, sintomo non solo di un’amicizia che il tempo non aveva scalfito, ma soprattutto di una moralità, di un’eleganza e di una signorilità e dei valori di un uomo davvero d’altri tempi.

Domenico Palattella

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