Il teatro di Peppino De Filippo

peppino de filippo teatro
Peppino De Filippo dietro le quinte della sua commedia teatrale “Un ragazzo di campagna”, come si evince dai manifesti affissi sulla parete.

Come negli anni di maggior successo dei fratelli De Filippo, ogni qualvolta si parla di Peppino non si può prescindere da fare un paragone con Eduardo; e quando si parla di Eduardo non si può non paragonarlo a Peppino. Titina invece, rimaneva sullo sfondo, spartiacque superpartes, tra le due “prime donne”. Già, perché se effettivamente la competizione tra Eduardo e Peppino fu sempre ad alta tensione, culminata con la famosa litigata del 1944 sul set di “Ti conosco mascherina!”; anche gli studiosi hanno sempre contrapposto la predisposizione alla critica sociale di Eduardo, con l’arte comica dirompente di Peppino. Ora è venuto anche il momento di dire, senza nulla togliere al grande Eduardo, che Peppino non gli fu così vertiginosamente inferiore: forse non gli sta alla pari come autore drammatico e teatrale, ma gli fu, in maniera inequivocabile, superiore come attore cinematografico. Fin dalla giovinezza Eduardo pensò soprattutto ai posteri, Peppino a “quelli di adesso”, ma talvolta, con gli anni, con i secoli, le cose si ingarbugliano, le distanze si riducono o addirittura si capovolgono. Anche Mozart, che ai posteri non pensò mai, era reputato da molti “intenditori” del suo tempo inferiore al mediocre e ambizioso Salieri; e tuttavia oggi nessuno si ricorderebbe di Salieri se non fosse che da qualche contemporaneo del suo tempo, erroneamente, era considerato più grande del sommo Mozart. Ora Peppino non è certamente Mozart, ed Eduardo non è un Salieri, tuttavia i due fratelli sono stati grandi, enormemente sia al cinema che in teatro, ma l’uno si è specializzato ed ha primeggiato nella drammaturgìa teatrale come nessun altro nella storia; e l’altro nella farsa, nell’arte di far ridere e divertire il pubblico, del quale Peppino era il numero uno. Eppure anche Peppino ottenne onori e riconoscimenti dal suo primo grande amore, ovvero il teatro. Un modo di intendere il teatro che si smarca notevolmente da quello del fratello Eduardo. Nel 1976 nel libro “Una famiglia difficile”, Peppino racconta la propria scelta artistica e teatrale, alla luce della separazione con il fratello Eduardo: “Un genere teatrale assolutamente dialettale mi sembrava superato e limitato in quanto al suo spazio vitale. Cominciai allora a pensare ad una forma di teatro capace di esprimersi mediante un linguaggio moderno, come quello di tutti i giorni, con tutti i caratteri e le abitudini della società italiana, su base tradizionalmente comica”. Peppino divide critica e pubblica, giornalismo ed esperti di spettacolo, ma ci regala un modo di fare teatro che presenta l’uomo così com’è, senza schermi ne filtri.

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Nel teatro di Peppino sono presenti tutti i temi essenziali dell’umanità, anche quelli primordiali: la miseria, la follia, l’abbiettezza, l’illusione, il candore, la saggezza. Il teatro di Peppino affonda le sue radici nella burla, nella farsa e nella Commedia dell’Arte, temi predominanti nelle opere ottocentesche; per approdare poi al grottesco e al genere “impegnato”. Un modo di fare teatro, quello di Peppino, molto meno semplicistico di quel che si possa credere: lo spirito e il buon umore, che in Peppino non mancano, non sono mai fini a se stessi: attraverso la sua comicità l’autore napoletano parla di noi stessi, di quello che siamo, delle nostre mancanze, dei nostri difetti, di quello che vorremmo diventare, dei nostri sogni e delle nostre debolezze. Insomma, Peppino, sembra quasi anticipare, o in qualche modo disegnare per il teatro, quel realismo, che a cavallo tra gli anni ’50 e gli anni ’60, renderà grande il nostro cinema, con la nascita della commedia all’italiana. Una delle massime dello stesso Peppino è esplicativa rispetto a questa definizione: “Considerate, vi prego, il mio teatro lo specchio di voi stessi”. Vista da quest’ottica particolare, addirittura, Peppino anche al teatro è stato più grande del fratello Eduardo, perché ha saputo parlare di un popolo e delle sue sofferenze, non distogliendo mai lo sguardo da una comicità amara non avulsa da una critica dei costumi e delle consuetudini sociali, attuali ancora oggi. Anche Fellini, come già visto, molto vicino a Peppino, ebbe parole di elogio per il suo teatro: “Un capocomico surreale e imprevedibile che qualsiasi teatro del mondo ci poteva invidiare”. Il massimo capolavoro teatrale di Peppino è “Le metamorfosi di un suonatore ambulante”, commedia farsesca scritta nel 1956. L’opera di Peppino è frutto di una contaminazione tra un’antico canovaccio della commedia dell’arte, “Le metamorfosi di Pulcinella”, e un testo di Eduardo Scarpetta dal titolo “Pazzie di carnevale. Bizzarria comica in tre atti”. La commedia ottenne un successo strepitoso, quasi senza precedenti, che riabilitò Peppino, come straordinario autore e interprete teatrale, anche agli occhi della critica specializzata. L’opera trionfò a Parigi nel 1963 al Festival del Thèatre den Nations vincendo il premio della critica e venne portata in tournée in tutti i maggiori teatri del mondo: Londra, Mosca, Leningrado, Varsavia e in altre città europee. Lo stesso Peppino fu corroborato ed orgoglioso di quel successo, d’altronde quei primi anni ’60 furono per lui fiorieri di soddisfazioni da primo attore anche al cinema: dalla critica al bigottismo e alla società maschile dell’epoca di “Arrangiatevi!, ai numerosi film con l’amico Totò; passando per la partecipazione al film di Fellini “Le tentazioni del dottor Antonio”, che gli diedero prestigio e popolarità. “Questa farsa con versi e musiche da me composte durante una mia tournéè in sud-America, ha girato mezzo mondo ottenendo ovunque in generale consenso di critica e pubblico”. La trama della commedia è basata sulle comiche avventure di un suonatore ambulante, nella Napoli di fine 1800, il quale, impegnato a favorire le nozze di un giovane nobile con una fanciulla tenuta in schiavitù da un vecchio zio avaro e dispotico, si traveste successivamente da stravagante filosofo, da statua di Giulio Cesare, da bambino di due anni, e infine da terrificante scheletro danzante. Intorno a lui si muovono pittoreschi buffi personaggi che di volta in volta ne favoriscono o ne ostacolano le disavventure. Ognuno di essi porta con sé, così come il protagonista, il segno dell’antica maschera. L’opera si conclude con un sudato lieto fine: il vecchio avaro verrà rinchiuso in un sarcofago dal quale uscirà solo dopo che avrà acconsentito al matrimonio di sua nipote. Peppino interpreta il suonatore ambulante, ex attore di teatro, protagonista della vicenda. La commedia è arrivata ai giorni nostri, grazie alla versione girata per la televisione nel 1972, che consegna alla nostra visione, una delle opere più interessanti del panorama teatrale italiano. Nel corso degli anni ’60 e ’70, la televisione infatti, registrò le opere teatrali dei più importanti attori italiani, consegnandoci cimeli di inestimabile valore: le commedie di Peppino, di Eduardo, di Macario, di Nino Taranto e di altri autori meritevoli di considerazione.

Peppino con il figlio Luigi e il regista Federico Fellini.

Altra opera importante, per capire la grandezza del Peppino autore teatrale è “Cupido scherza e spazza”, atto unico scritto nel 1931 e trasmesso per la tv, in due versioni differenti, nel 1962 e nel 1972. Il protagonista è Vincenzino, un semplice e innocuo spazzino, onesto e ingenuo, che ha compiuto un eccezionale atto di onestà, restituendo al legittimo proprietario un portafoglio pieno di denaro. L’eroico gesto del protagonista, anziché essere visto e considerato, dai parenti, amici e colleghi, come atto dignitoso, viene ridicolizzato e deriso. Vincenzino, inoltre, viene tradito dalla moglie e ingannato dal suo superiore. Alla fine, il povero spazzino, grazie ad uno dei tanti equivoci, e alle bizzarre circostanze, che caratterizzano la farsa, riuscirà ad avere, suo malgrado, un momento di gloria che rovescerà le carte. Gag, macchiette e scenette divertenti, fanno dell’opera una delle più divertenti del panorama teatrale nazionale, con un moralizzante e tranquillizzante messaggio di fondo, valido per tutte le epoche: “che l’onestà, prima o poi, paga”. Per il teatro Peppino, come autore, ha scritto oltre 50 commedie, ragion per cui, sarebbe impossibile parlare di tutte. Quel che qui stiamo analizzando è l’essenza teatrale dell’autore Peppino, in generale, focalizzandoci su alcune opere maggiormente meritevoli di considerazioni, tenendo presenti determinati fattori, quali il successo, la qualità e la valenza storico-sociologica. A questo proposito non si può non parlare di “Non è vero, ma ci credo”, conosciuta anche con il nome di “Gobba a ponente”, la più famosa delle commedie teatrali di Peppino, che è poi quella che lo stesso attore napoletano è riuscito a portare per il cinema. La trama è presto detta: Don Gervasio Savastano (Peppino De Filippo) è talmente ossessionato dalla scaramanzia da non alzarsi dal letto se vede qualcosa di storto. Così, quando gli capita un impiegato con la gobba (Carlo Croccolo), lo assume subito, sperando che gli porti fortuna. Combina anche le nozze della figlia con l’impiegato, salvo poi angosciarsi per le eventuali malformazioni ereditarie dei nipotini. Ma sarà tutto un trucco, con tanto di lieto fine finale. “Non è vero…ma ci credo!” debutta nelle sale italiane nel 1952, e registra la presenza, accanto a Peppino, della sorella Titina. “Non è vero…ma ci credo!” è infatti, un’occasione importante per ritrovarsi, se non tutti e tre, almeno in due. Artefice del progetto è Peppino, che sta conquistando credito presso il pubblico teatrale anche senza il fratello maggiore e al cinema è tra i massimi protagonisti. La sua commedia, che con Eduardo e Titina aveva portato in scena con successo nel 1942, viene riadattata in maniera molto fedele per il grande schermo, con la collaborazione di sceneggiatori già affermati come Nicola Nazzari e Mario Corsi. Come si può intuire dal titolo originario, tema della commedia e del film è la superstizione: un’altra incursione, dopo quella eduardiana di “Non ti pago!”, nei rapporti di quotidiana convivenza e connivenza fra napoletani e soprannaturale. Peppino per sè riserva la parte del protagonista don Gervasio, e gli esilaranti dibattiti mattutini sulle possibili catastrofi sono tra le scene meglio riuscite del film. Al suo fianco abbiamo il duttile Carlo Croccolo, che, come si è detto, è il gobbo intorno al quale ruota tutta la surreale vicenda. Nella parte della moglie, però, Peppino chiama la sorella Titina, che per questa e la prossima stagione è più libera dagli impegni teatrali visto che Eduardo, il quale si sta dividendo tra il cinema e la ricostruzione del teatro San Ferdinando di Napoli, non ha formato compagnia. Poi arruola Lidia Martora Maresca, sua nuova compagna e futura moglie, dopo il divorzio dalla prima moglie Adele Carloni, nella parte della segretaria Mazzarella; e il cognato Pietro Carloni, marito di Titina ma anche fratello di Adele, in quella dell’avvocato Donati. Suo figlio Luigi, che subito dopo il liceo è entrato in Compagnia anche lui, è il segretario Spirito. Fu diretto dall’inesperto Sergio Grieco, ma in realtà la messinscena e la direzione degli attori furono curate dallo stesso Peppino. La pellicola è da considerarsi soprattutto un documento cinematografico di valore dell’arte teatrale di Peppino De Filippo, e del suo modo curioso di interpretare il teatro della vita, una maniera diversa, ma non meno efficace di quella più filosofeggiante del fratello Eduardo.

Ancora con il figlio Luigi, il quale dopo la morte del padre, avvenuta nel 1980, ha raccolto la sua eredità teatrale, che ha portato in giro per lo stivale con successo fino alla sua scomparsa.

Domenico Palattella

 

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