I 60 anni de…”La Dolce Vita”, il Film dei Film del cinema italiano

mastroianni ekberg

16 marzo 1959 e 3 febbraio 1960: i giorni che cambiano per sempre la storia del cinema italiano. Il 16 marzo 1959 iniziano le riprese del film La Dolce Vita, destinato a segnare un’epoca, un modo di vivere, un periodo d’oro della storia italiana. In breve tempo il capolavoro di Federico Fellini si trasforma in un vero e proprio fenomeno epocale, regalando al proprio titolo la denominazione di un’epoca, l’unico caso del genere nella storia del cinema mondiale. Il 3 febbraio 1960 è invece la data di uscita del film nelle sale italiane.

Non solo, La Dolce Vita, conia il neologismo di “paparazzo” a partire dal cognome del personaggio di un fotoreporter, dà il nome ad un maglione dal collo alto e finisce nell’iconografia mondiale con l’immagine di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nella Fontana di Trevi, monumento che da allora vive di un’incredibile popolarità rimasta intatta nei decenni. Il “Times”, negli Usa, ha dichiarato che il bagno nella Fontana di Trevi, di Marcello e Anita, è non solo il fermo immagine più conosciuto di tutti i tempi; ma anche la sequenza cinematografica più vista in tutti gli angoli della Terra. L’apoteosi di un film-evento, che anzi, già durante le riprese si preannuncia come un grande evento. Si narra di scene scandalose, si sparge la voce di scene di orgie e spogliarelli, tutta Roma accorre per sette notti a vedere il regista che gira la scena, che poi diverrà epocale, di Mastroianni che fa il bagno nel “fontanone” con la diva di Hollywood interpretata dalla stupenda e giunonica Anita Ekberg. E siccome la folla era tanta, il film si trasferisce negli studios di Cinecittà, eccetto la scena del bagno nella Fontana di Trevi, che fu davvero girata dal vero. Essa venne girata il 23 marzo 1959 alle ore 04.30 del mattino, l’unico momento della giornata deserto o quasi. Epici Mastroianni e la Ekberg: furono costretti ad immergersi nelle acque gelate della fontana, fingendo di essere in piena estate. Una testimonianza che Mastroianni ha sempre ricordato con grande divertimento. Ma è proprio in quelle di tutti coloro che lavorarono a quel film che si evince la sensazione di aver vissuto un momento irripetibile:

“Forse il periodo più bello non solo della mia vita d’attore, ma della mia vita di uomo. Su questo zatterone, portati dal vento ora da una parte, ora dall’altra, in un clima così festoso, sempre. Per Fellini fare cinema è stato sempre veramente un gioco, una festa continua. Posso solo ripetermi, nel ricordare quanta felicità, durante quelle giornate, in quel film che durò quasi sei mesi ma che sarebbe dovuto durare sei anni. Troppo bello è stato quel periodo, troppo. Anita poi, è stata una compagna di viaggio divertente e autoironica.”                (Marcello Mastroianni)

A differenza del bagno nella Fontana di Trevi, le scene girate in Via Veneto sono ricostruite in studio, affidate all’estro dello scenografo Pietro Gherardi, che la realizza con la solita cura per i dettagli, a parte una clamorosa differenza: la strada è in piano, invece che in salita. Quando il 6 giugno nella falsa via Veneto c’è un cocktail per tutti quelli che lavorano al film, “a tutti Federico ripete che il cinema non deve copiare la realtà, ma reinventarla; che la Via Veneto di Cinecittà gli piace più di quell’altra e la considera quella vera. Da un certo punto in poi deciderà di fare sempre così: ricostruire tutto”. La via Veneto ricostruita diventa per Fellini il simbolo dell’arte, che deve essere libera da ogni riferimento al reale, da ogni dovere di credibilità, di realismo, di fedeltà a presunti modelli. Per questo, come la sua piccola menzogna, si arroga il diritto di essere falsa per restare fedele al vero dell’espressione artistica. La principale fonte di ispirazione del film di Fellini non è dunque, la realtà, ma la stampa, ovvero la rappresentazione che ne offrono i giornali, in particolare i periodici illustrati. Il fatto che giornali e giornalisti siano tra le fonti più importanti di Fellini è ampiamente accertato. La circostanza che siano la fonte privilegiata, perché il regista non ama frequentare gli ambiti della Dolce Vita, e in ogni caso perché comincia a interessarsi al fenomeno proprio perché ne legge o ne ascolta le vicende, è ipotesi che si avanza sulla scorta delle parole di Fellini stesso, come la via Veneto ricostruita che il regista “considera quella vera”. Ma l’ipotesi non è conclusa e va completata così: i giornali sono la fonte privilegiata che rappresenta e interpreta la realtà della Dolce Vita per il film La Dolce Vita. A sua volta il film trasforma la Dolce Vita nella sua retorica, ovvero in un discorso sulla Dolce Vita, e diventa la principale ispirazione dei giornali che vogliono raccontarla. Dopo il film, alla stampa non interessa tanto raccontare personaggi e fatti della Dolce Vita reale, quanto andare a cercare i luoghi e i personaggi riconducibili al film: di fatto una Dolce Vita di maniera. E’ chiaro quindi, che Anitona, così la chiamava affettuosamente Federico Fellini, diventa la diva simbolo di quell’epoca irripetibile fatta di stelle bellissime, di capolavori, di sogni e di disillusioni, così come il nostro Marcellino, così lo chiamava affettuosamente lo stesso Fellini, diventa il simbolo maschile di quell’epoca d’oro.

fellini mastroianni ekberg
Federico Fellini, Anita Ekberg e Marcello Mastroianni: il trio della “Dolce Vita”.

La scena che vede protagonisti entrambi, bagnati ed infreddoliti nella Fontana di Trevi, a Roma, incarna lo spirito dell’epoca. “Marcello, Marcello come here, hurry up!”, diceva sorridente, rivolta al celebre collega e compagno di set. Anita fu in breve la svedese che trova l’America in Italia, figlia di quell’epoca in cui Cinecittà fu definita la “Hollywood sul Tevere”; e lo stesso Marcello diventa invece l’italiano che trova l’America in Italia, figlio e simbolo di quel boom economico che offre benessere e fiducia a tutti. Dopo l’uscita del film, vengono pubblicati servizi sui paparazzi, e alcuni di loro vengono invitati a scrivere le proprie imprese, primo fra tutti, ovviamente, Tazio Secchiaroli, il re dei paparazzi, cui Fellini si è rivolto per avere consigli e materiale fotografico (tra cui la celeberrima foto di Chiari che insegue Secchiaroli, immortalata dal suo collega Elio Sorci, la foto simbolo della Dolce Vita reale). Racconta Fellini: “Passai parecchie serate con i fotoreporter di via Veneto a chiacchierare con Tazio Secchiaroli e con gli altri, a farmi rivelare i trucchi del loro mestiere. Come puntavano la preda, come giocavano a innervosirla, come preparavano i servizi su misura per i diversi giornali”. Nel suo ispirarsi a materiale giornalistico, per tornare a ispirare i giornali nella ricerca di luoghi e personaggi di una Dolce Vita ormai ridotta a manierismo, il film di Fellini impressiona per la rapidità con cui si sovrappone e si confonde con la realtà. Anche la sua dissacrante parodia, Totò, Peppino e la dolce vita, del 1962, con Totò e Peppino De Filippo, offre un quadro divertente e realistico della via Veneto della Dolce Vita, con tutti i cliché tipici messi in luce dal capolavoro felliniano: i paparazzi, le risse, i finti suicidi, i cocktail, le orge. Tutto sotto gli occhi dei due grandi clown Totò e Peppino, che grazie alla loro solita libertà d’improvvisazione, sfornano un film che comunque rimane, a suo modo, come specchio di quell’epoca. In ultimo, dopo La Dolce Vita, il termine paparazzo, entra nell’immaginario comune, nel vocabolario, come un vero e proprio mestiere, differente da quello del fotografo o del giornalista. Il successo planetario del termine paparazzo dunque, è significativa testimonianza del sistema circolare che collega la realtà al film e viceversa, con l’insostituibile mediazione dei giornali.

la dolce vita locandina

Domenico Palattella

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