Il cinema italiano nel primo decennio del ‘900: la nascita delle sale stabili, le prime case di produzione, la crisi del 1909 e i primi film “storici”

Il cinema dalla Parigi dei Lumière alla Torino d'inizio Novecento | by  Crpiemonte | Medium

Il cinematografo, nei primi anni di vita, si afferma come una nuova forma di divertimento collettivo recepita dal pubblico con stupore, proprio per la novità che portava con sè. La stampa dell’epoca registra spesso le reazioni degli spettatori di fronte a questa nuova esperienza: al pubblico il cinema appare come un evento misterioso e seducente, quasi in grado di sconfiggere la morte e di poter proiettare lo stesso spettatore indietro nel tempo.

Nel giro di breve tempo, tuttavia, questo entusiasmo tende a declinare e il cinematografo patisce un momento di difficoltà. Lo spettacolo cinematografico, quindi, non assume subito una forma stabile: già a fine Ottocento inizia a svilupparsi il fenomeno (attestato anche in Francia e in Inghilterra) dei cinematografi ambulanti, grazie al quale il cinema riesce a sopravvivere e a farsi conoscere non solo nelle grandi città ma anche nelle zone rurali, animando i mercati, le feste patronali, il Carnevale.

Intorno al 1905 la situazione cambia: il progressivo aumento del metraggio delle pellicole, il perfezionamento dei proiettori, la riduzione dei prezzi d’ingresso, il miglioramento delle attrezzature, la crescente necessità di rinnovare l’offerta dei film, creano le condizioni per la diffusione di sale cinematografiche stabili. Torino, Milano, Napoli e Roma sono le città italiane in cui si diffondono maggiormente i cinematografi permanenti. Questi fattori, insieme anche a un contesto economico più favorevole agli investimenti e alla modernizzazione, pongono le basi per un decollo produttivo del cinema anche nel nostro paese. Anche se le prime società nascono con quasi dieci anni di ritardo rispetto alle analoghe iniziative di paesi come la Francia e gli Stati Uniti, alcune di esse riescono a sviluppare in tempi rapidi un’attività competitiva.

La prima società di produzione italiana, l’Alberini & Santoni, nasce a Roma nel 1905, su iniziativa di Filoteo Alberini, già attivo da anni nel settore dell’esercizio. La società romana realizza nello stesso anno della sua costituzione il primo film italiano a soggetto: si tratta de La presa di Roma, girato per celebrare il 35° anniversario dell’ingresso delle truppe italiane nella futura capitale dello Stato unitario. Con l’arrivo di nuovi finanziatori, l’Alberini & Santoni si trasforma poi nei primi mesi del 1906 nella Cines, una delle più importanti e longeve società di produzione del cinema italiano. Oltre a Roma, anche Torino inizia a imporsi come polo significativo (seguita poco dopo anche da Napoli, sia pure in misura minore): nel 1906 si costituisce la società collettiva Ambrosio & C., per iniziativa di Arturo Ambrosio, titolare di un negozio di ottica e fotografia, mentre l’anno successivo viene fondata la Carlo Rossi & C., dalle cui ceneri nascerà, nel 1908, l’Itala Film di Carlo Sciamengo e Giovanni Pastrone.

Dopo il 1905 il trend produttivo del nascente cinema italiano registra una crescita vertiginosa sia per numero di società che di film prodotti: dai cinquanta titoli del 1905 si passa ai circa 370 del 1908. Alcune società proseguono nella loro opera di riorganizzazione interna. Nel 1909 il settore patisce gli effetti di una crisi economica più generale, anche se l’Italia, come vedremo più avanti, la sente in misura minore. La crisi in realtà investe soprattutto la distribuzione e l’esercizio (quest’ultimo già frenato anche dai primi provvedimenti di regolamentazione del settore adottati da alcuni comuni). La distribuzione, in particolare, vive una fase di sofferta riorganizzazione, con il graduale passaggio dal sistema della vendita diretta delle pellicole al sistema del noleggio. Anche nella produzione, tuttavia, si registra un rallentamento: alcune società (per esempio la Cines) registrano perdite significative. La concorrenzialità delle case italiane rispetto a colossi come la Pathé, resta ancora molto modesta. Si avverte inoltre anche un logoramento delle tipologie narrative. Una conseguenza negativa di questa crisi è la sovrapproduzione, ossia l’eccesso di offerta di titoli rispetto alle capacità di assorbimento del mercato interno: di fronte a queste difficoltà, diventa necessario per i produttori italiani aumentare la propria visibilità internazionale, condizione necessaria per recuperare i crescenti costi di realizzazione dei film. Il primo cinema italiano dimostra di possedere una rapida e capillare capacità di penetrazione sui mercati esteri, a partire da quelli più appetibili e solidi (come il mercato inglese): molteplici fattori (lo stadio ancora embrionale nello sviluppo internazionale delle professionalità, e delle grandi coalizioni industriali e finanziarie, l’assenza temporanea di leggi protezionistiche, l’azione ancora debole degli organismi di censura) creano un contesto commerciale ancora precario, aperto alla spietata ma libera competizione. A partire dal 1908 le case italiane, anche le più piccole, si attestano sui principali mercati europei, iniziando poi anche una difficile ma sempre più significativa diffusione nel vasto mercato statunitense.

E mentre, le prime solide cinematografie di Francia e Stati Uniti, patiscono maggiormente, quella che viene chiamata la “prima crisi dell’industria cinematografica“, l’Italia recupera il terreno perso, potendo contare su una certa vivacità creativa, che porterà la nostra industria cinematografica ad affermarsi, a partire dai primissimi anni ’10, con produzioni grandiose e magniloquenti. Col senno di poi, possiamo evidenziare una caratteristica del nostro cinema, che sarà preponderante nei decenni successivi, ovvero la nostra capacità di “influenzare” il mondo cinematografico. Grazie ai nostri autori, infatti, negli anni ’10 si afferma il genere storico, pensato per stupire il pubblico con costumi sfarzosi e fantasiose ricostruzioni di città, dominando in pieno il mercato internazionale. Due pellicole, destinata al grosso, embrionale, successo internazionale, lanciano il cinema italiano, verso le prime grandi vette, di un cinema primordiale, misterioso e avvolto ancora da un alone di leggenda. Parliamo di Quo vadis? (1912) di Enrico Guazzoni e di Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone, che segnano l’avvento del lungometraggio e del “cinema d’arte”. Si tratta di due colossali produzioni storiche, espressioni della volontà di nobilitare la nuova arte cinematografica con richiami colti, impreziositi dalla presenza di intellettuali raffinati come il maestro d’orchestra Ildebrando Pizzetti, oppure l’ausilio di Gabriele D’Annunzio come supervisore della seconda pellicola. In particolare Quo vadis? è il primo film in assoluto, dove la produzione ha fatto uso di innumerevoli comparse, di sfarzose scenografie e di set tridimensionali (e non solo più teli dipinti) che, per l’occasione, ricreavano l’antica Roma. Le riprese sono durate due mesi per 2.250 metri di pellicola e un’ora e quaranta di proiezione che codificheranno i criteri medi, di durata, per tutti i film che verranno dopo. Da molti critici cinematografici, il film, è considerato il primo grande kolossal della storia del cinema. La pellicola riscosse uno strepitoso successo internazionale: fu il primo film a essere proiettato in un teatro di serie A di Broadway con nove mesi di proiezioni continuate da aprile a dicembre, a Londra venne dato in prima davanti al re Giorgio V che si complimentò con gli interpreti, tanto da portare Guazzoni a insistere sulla strada del dramma storico.

Il cinema italiano, dunque, nei primi anni ’10, recupera il tempo perso, si afferma, si fa conoscere nel mondo e prepara il terreno per l’arrivo delle prime grandi dive della storia del cinema mondiale, frutto di un’intuizione tutta italiana, capace di creare un primo “divismo”, destinato a fare epoca e a diventare una delle caratteristiche più rilevanti della nuova arte.

Francesca Bertini, Pina Menichelli, Lyda Borelli e tante altre, sconvolgeranno e cambieranno per sempre quel primo cinema, così giovane, ma così aperto ad innovazioni e suggestioni.

Questa però, è un’altra storia, che vi racconteremo nei prossimi appuntamenti…

Domenico Palattella

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